mercoledì 30 giugno 2010

Dolci, alcol, rabbia, sesso senza eros. L'emancipazione difficile.


Vittoria vive e lavora da diversi anni in Scozia. Ha conosciuto molta gente, allacciando numerosi rapporti. Si è affezionata al paese che la ospita, apprezzando molti aspetti di uno stile di vita che all’inizio le è sembrato, immaginiamo, estraneo. Si è innamorata di un giovane che descrive come meraviglioso, attento e sensibile, lontano dal machismo di molti maschi italiani. In Italia aveva lasciato un convivente grossolano, pigro e viziato. Insensibile alla mole di lavoro di cui Vittoria doveva sobbarcarsi per mandare avanti lavoro e casa. Un campione di "italianità", insomma.
Nel nuovo paese, però, Vittoria ha anche trovato qualcosa che l’ha sorpresa spiacevolmente, talvolta perfino disgustata. Si aspettava donne emancipate e felici. Soddisfatte delle condizioni di parità fra i sessi in cui uomini e donne collaborano, nel rispetto delle reciproche diversità. Soddisfatte di uno stato sociale attento ai bisogni delle madri (lavoratrici e no) e dell’infanzia.
La realtà invece è piuttosto diversa, racconta Vittoria, niente affatto compatta e risolta come ci piace pensarla. E ascoltandola noi sentiamo come molti nostri pregiudizi sulla stabilità e l’efficienza dei paesi del nord siano da rivedere. Sopratutto per quanto riguarda la condizione femminile. Perché emerge un quadro di grande sofferenza, disorientamento, rabbia. Constatiamo desolati l'effetto devastante del carrierismo e del conseguente disconoscimento della identità femminile, considerata una forma di debolezza, quasi una "malattia", un marchio d'infamia. O più semplicemente una fregatura.
Ascoltiamo però le storie che Vittoria ha voluto raccontare per noi. Storie reali, di vita vissuta. Si potrà obiettare che sono comunque "particolari", e come tali non rendono la complessità della condizione femminile nell'Europa del nord. Vero. Ma se i governi e i mass media cominciano ad occuparsi molto seriamente di certi comportamenti, progettando eventuali interventi e misure, allora signifca che quei comportamenti non sono più tanto rari. Sono già diventati un "fenomeno".

Alice, Jess... e l’angelo italiano
“Jess vive con il sussidio di disoccupazione piu' quello per le madri single. Come molti qui ne approfitta e fa di tutto per non farsi confermare nessuno dei lavori che il Job Centre per disoccupati le offre per rimanere a spese dello stato. Conviene: casa gratis, sanita' gratis e un assegno settimanale con cui si puo' vivere. Jess ha 32 anni, sua figlia ne ha 8. Jess vuole fare l'attrice a qualsiasi costo. Alice invece vorrebbe solamente avere una mamma con cui cenare la sera, guardare la TV... le basterebbe sapere che mamma Jess c'e' e sa che anche lei, Alice, c'è. Per Jess invece esiste solo Jess, in tutte le versioni possibili. Marta, e' italiana, ha 40 anni, e' sposata con uno scozzese e ha una bambina di due anni. Si occupa di Alice come puo' e tutto il tempo che puo', le da' da mangiare alla sera e la tiene a guardare la TV fino a sera tardi in casa sua. Jess e' sempre fuori. E si porta gli uomini in casa. Alice va a scuola da sola alla mattina perche' Jess deve dormire fino all'una di pomeriggio. Dice che e' stanca. Alice non pranza e ha sempre freddo. Jess non lava, non stira, non pulisce, non cucina: dice che non e' una donna di 50 anni fa. Che conosce la parita', che ha i suoi diritti. Quando Marta le chiede perche' non si cerca un lavoro che potrebbe far star meglio sia lei che Alice, Jess le ride in faccia e le risponde. Ma perche' dovrei? A me ci pensa lo stato. Sono ancora giovane. Appena Alice avra' 14 anni faccio un altro figlio, cosi' sono a posto. E questo non e' un caso isolato. Jess vuol fare l'attrice, altre invece vogliono semplicemente bere”

La rabbia
“Come molte donne locali Louise e' severamente in sovrappeso ma ha l’aria fragile. Non ha una corporatura che da' l'idea di forza fisica. Sembra una bambina paffutella e timorosa. Credo sia per questo che è stata presa di mira. Si trovava in un locale di lusso, dove vanno i giovani professionisti della zona, al venerdi' sera. Louise ha i tacchi alti, adora le scarpe, soprattutto quelle di vernice. Mentre andava in bagno deve aver inavvertitamente pestato un piede o urtato qualcuno. Che l'ha seguita fino in bagno dove ha cercato di afferrarla buttando giu' con un calcio la porta del gabinetto in cui si è infilata Louise, per tirarla fuori. Attraverso la porta scardinata, la colpisce in pieno sulla fronte e le fa un taglio profondo che poi richiederà una sutura con diversi punti A causa dello spazio ristretto del gabinetto e della porta di traverso, la ragazza che l'ha attaccata non riesce per fortuna a prenderla, anche perche' Luoise grida. La ragazza scappa, fuori nessuno si e' accorto di niente.
Queste aggressioni sono meno rare di quanto si possa sperare. Tanto che, già qualche anno fa , una rivista femminile aveva messo in guardia le ragazze contro questo tipo di comportamenti e consigliava l'atteggiamento da tenere in caso di pericolo o di minaccia da parte di un'altra donna: scusarsi sempre anche se si ha ragione tendendo le mani in avanti con i palmi aperti e verso l'alto in modo da creare una distanza e non voltare mai le spalle dando l'occasione di essere afferrate per i capelli”

Mobbing al femminile

”Spesso negli uffici sono le donne con qualche potere le piu' crudeli nell'umiliare le altre impiegate, nel metterle in difficolta'. Lara e' una manager, Hannah lavora per lei con un ruolo elevato, "Advisor". Lara coglie ogni occasione per metterla in ridicolo o per farla sentire inadeguata. Una mattina Hannah viene al lavoro con la febbre, tossisce, starnutisce, ha gli occhi lucidi e durante la mattinata vomita. Al pomeriggio chiede di andare a casa prima tanto piu' che dalle 2 alle 5 c'e' una specie di aggiornamento su alcune norme aziendali. Nulla di importante, abbiamo gia' tutti letto il cartaceo. Lara le risponde che se va casa vuol dire che non e' interessata al suo lavoro. Hannah va a casa perche' non si regge in piedi. Lara non le parla per 10 giorni. Lara viene al lavoro alle 7 mattina tutti i giorni (l'ufficio apre alle 9), e trova ridicolo occuparsi del proprio marito e della famiglia (ha 2 figli) "roba da donnette, io voglio ben altro". Non sopporta Hannah perche' ha 3 figli e cerca di essere presente in famiglia piu' che puo'.
(Nota: Lara e' gentilissima con tutti gli uomini dell'ufficio, ma con me (anch’ io lavoro li') e' odiosa. Il perche'? Me l'ha detto (anzi: sibilato), ad una cena aziendale: "le donne devono finirla con le loro cretinerie pietose". Chissa' cosa intendeva...”

Dolci e alcol
“Nei due uffici in cui finora ho lavorato le colleghe non fanno che mangiare dalla mattina alla sera dolci, cioccolato e patatine. L'obesita', i disturbi cardiaci e correlati al diabete sono ormai fuori controllo tanto che il governo sta prendendo provvedimenti per educare la popolazione ad una corretta alimentazione. Molte donne bevono come gli uomini, si ubriacano, si sentono male per strada, cadono e si fanno male.
Alcune ragazze si sentono "al pari di un uomo" e si "offrono" senza evidentemnte comprendere nulla sull'origine del desiderio e dell'attrazione erotica. Nei locali non è difficile assistere alla patetica scena di una ragazza che, attaccata al braccio di qualche giovanotto sconosciuto, lo implora di passare la notte con lei, mentre lui, imbarazzatisimo, cerca di sottrarsi alla stretta. Ma gli uomini, in verità, non scelgono per compagna una che si comporta cosi', neppure qui, un paese del Nord”.

Uomini “alla pari”
“Eppure gli uomini qui sono veramente bravi. Aiutano in casa e spesso fanno di piu' delle donne. Sono bravi mariti e bravi papa' e sono amici rispettosissimi. Quando ero piu' giovane ho condiviso l'appartamento con dei ragazzi e poi con un amico per anni, non mi sono mai trovata a disagio. Generalmente sanno apprezzare la personalita' di una donna e sono piu' fedeli. Ascoltano. Se uno tradisce la moglie o la compagna, generalmente, non trova ne' l'appoggio ne' il compiacimento degli amici. Anzi, direi il contrario”

La fortuna dei SexyShop
Queste donne...”Hanno la possibilita' di lavorare, di avere dei mariti che le aiutano e le sostengono e uno stato che protegge la maternita'. Eppure spesso non mi sembrano contente. In molti casi mi sembrano rabbiose, sole, depresse (tutto quel ingurgitare dolci e cioccolata non e' solo dovuto al clima perche' i riscaldamenti funzionano). E' come se la donna, per acquisire indipendenza, finisse per cadere sempre nello stessa trappola: cerca di diventare uomo, di rinunciare alla propria identita' femminile...
Qui c'e' il negozio di "Anne Summers" proprio sulla via principale. E' tipo SexyShop, vendono indumenti intimi molto ose', completini per traverstimenti, sex toys etc... ed e' un negozio aperto a tutti. E la gente si compra anche quei completini. Tutto diventa un po' grottesco, un po' ridicolo, esagerato. Eppure i grandi assenti sembrano proprio essere la sensualita' e il desiderio”.

lunedì 21 giugno 2010

Lumina et semina di Enrico De Lea (note a margine)


Van Gogh, Il seminatore

Ogni poeta ha la sua musa, non dichiarata magari. La musa che ha ispirato la raccolta inedita (purtroppo) di Enrico de Lea Lumina et semina (in valle d’Agrò) somiglia a una di quelle Madonne nere, dal volto bello ma segnato. Una Madonna della rassegnazione, del latte che scarseggia e va tesaurizzato. Una “Mater dolorosa e fiacca”.
Il poeta fa invece pensare a un Perceval, che tale madre ha abbandonato, portandosi dietro un senso di colpa sottilmente straziante. E insieme alla colpa l’idea che solo lontano dal fiuto infallibile di una simile Era, “impastata notte di carbone e di latte”, vedova di splendore e di stelle, ci si possa sottrarre al richiamo mortale del mondo primordiale, atavico, in cui le cose si muovono solamente in circolo, e non c’è futuro che non sia identico al passato. Tutto ruota qui, intorno all’Omphalos, dove vivi e morti si incrociano senza stupore, salutandosi appena, fugacemente, come conoscenti abituali.
Di questo mondo il poeta è figlio, impietoso come sanno essere i figli, disvelatore di segrete contraddizioni (“scoprire il verminaio sotto il pietrame liscio, ora svelato”) e al contempo carico di colpe ereditate e nuove, ma sempre necessarie, da purificare attraverso il fuoco. “E poi, dilavaci paternamente/ il mestruo del vallone/ a liberarci da ogni colpa”.
Su questa terra “elementare”, dove tutto è "seme", anche la luce; su questa terra bianca, gialla, rossa e nera, aleggia spumosa e leggera l’infanzia, amica gentile di ogni rinascita e di ogni primavera: “Con la scienza capitaria del maggio/all’infanzia del regno floreale/ accadono la costanza dei gelsi/ e una seta del ritorno in vita”. La memoria, da ancestrale, tribale e mitica, si fa lirica e personale. Quasi (ma mai del tutto ) intima.
Le parole, il ritmo e i suoni si adattano via via al rappresentato, assumendone la forma ora cupa, secca, densa, ora pastosa e soffice, luminosa: di una luminosità fuori dal tempo, dolorosa. Alla Van Gogh.
Le scelte lessicali e le complesse, talvolta ardite costruzioni sintattiche si ergono sopra l’umile semplicità del mondo rappresentato, ripendendone però l’ architettura senza vezzi. Questo non è il mondo rurale pascoliano, pieno di rimandi e liquide corrispondenze, ma quello scolpito di un certo Quasimodo, essenziale e senza retorica. Vicino talvolta al Terribile, eco della tragedia.
Perceval sta cercando, come risulta anche nella bella raccolta Ruderi del Tauro (ed. L’arcolaio, 2009), un linguaggio virile, adulto, aspro se necessario, che sappia però farsi vicino alle cose, capace di accarezzarle, senza tradirne le suggestioni. Come se in questo figlio un po’ difficile e brusco, anche la madre saccheggiata e abbandonata possa infine trovare la giusta collocazione e il riposo. Alle madri terribili di questi luoghi sferzati dalla luce e dal vento si rivolge il poeta auspicando "(possa)darvi pace questa nostra dimenticata e confusa voce/ di scaglie petrose/ battenti sul dirupo”. E se la madre è in pace, il figlio, Perceval, è assolto.
Ma il tribunale del cuore, si sa, è implacabile. La sua assoluzione non è mai definitiva. Perché certe colpe sembrano non avere fondo. Pensavi di averne colmato lo squarcio, di aver appianato la superficie, cancellato anche i segni, levigato la cicatrice. E invece c’era un buco in fondo: l’occhio eternamente aperto di un imbuto. Presto il nostro poeta tornerà a scrivere, a cercare nelle parole il farmakon che possa lenire il dolore della sua gente, dei suoi avi, dei morti prima di loro e della terra che tutti li unisce e li stringe. Noi aspettiamo. Anche perché la voce di questa valle bella e tradita, indimenticabile e dura, ce l’abbiamo tutti nell’anima e volentieri ascoltiamo chi “balsamicamente” la intona.
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per leggere i testi, su Rebstein, Lumina et semina e Ruderi del Tauro

sabato 19 giugno 2010

Elogio dell'attesa


Arriva il momento in cui artista si accorge di non sentire più. Le immagini escono ancora dalla sua testa, le mani dipingono, scolpiscono, scrivono...ma la sensibilità non c’è più. Il “cuore che fu sì vivo...più non sente”. L’artista si accorge nemmeno con tanto raccapriccio (che chiede una sensibilità ben desta) che la sua mente è un deserto. Se sforna ancora immagini, soggetti, storie, comunque non lo toccano. Si accorge perfino che qualcosa di dolorosamente meccanico e ripetitivo ha preso il posto della gioiosa scoperta. Da qui il tormento.
Cosa fare in momenti come questi?
La risposta è una sola: attendere. Per poterlo fare occorre accettare il silenzio e il vagabondare ozioso dello spirito, cui l’artista non è abituato, attento com’è a scovare nella realtà ciò che può trasformarsi in soggetto di rappresentazione, e a strapparlo. Altro che limpido occhio dell’artista, altro che veggente! Un autentico saccheggiatore, ecco cos’è diventato. Ha lasciato che la complessità della sua persona coincidesse nell’io che crea e produce consapevolmente: una macchina da lavoro, tutto il contrario di quello che aveva immaginato di sé quando gli si era rivelata la vocazione all’arte.

Saper attendere significa riconoscere all’ispirazione artistica una fonte sostanzialmente “recettiva” dove non è l’artista a trafugare ansiosamente materia rappresentabile, ma è la realtà (visibile o invisibile, soggetta ai sensi o meno) a schiudersi, donandosi. L’artista deve essere attento a prendersi cura di ciò che si dona, a nutrirlo, a crescerlo, consapevole però della gratutità dell’ispirazione. Una gratuità un po’, anche, miracolosa. Sperimentarla significa forse produrre meno, ma creare di più, passare dal livello quantitativo ( a cui l’industria ci ha abituato) a quello qualitativo. Ma significa anche sottrarsi all’inaridimento, al sottile cinismo che spesso perseguita gli artisti. Vivere una vita completa e autentica, una “vita viva”, è indispensabile perché l’arte mantenga una sua spontaneità e non si faccia stanca ripetizione dei soggetti, dei generi, esibizione finalizzata al titillamento dei sensi, allo stupore.
Il coltivatore che raccoglie a sei mesi dalla semina, sa che che quei frutti sono quelli del suo lavoro ma anche della terra. La soddisfazione che prova è intrisa della meravigliosa esperienza del dono, un’esperienza che presuppone l’attesa, premessa della rivelazione e promessa di epifania. Purtroppo oggi noi siamo piuttosto abituati al consumatore che paga, e paga caro, paga tutto. Il senso della gratuità non gli appartiene, di conseguenza neanche quello della gratitudine e, soprattutto, del meraviglioso.
L’artista contemporaneo deve assolutamente sottrarsi allo squallore di questo modo di concepire il lavoro. Riconoscere che non tutto, nel processo della creazione, viene da lui. Che esiste un momento iniziale, l’aurora della creazione, in cui l’iniziativa viene da altrove. Ciò che spetta all’artista, e ciò che lo distingue da altri uomini, è proprio il rendersi recettibile, terreno fertile. Potremmo dire con Jung che l’artista deve esprimere al massimo la sua natura femminile, la sua Anima.Se lo facesse, produrrebbe, forse, in minore quantità, ma una freschezza e una novità impensabili giungerebbero a toccargli il cuore liberandolo dall’aridità cui si è condannato.