sabato 19 giugno 2010

Elogio dell'attesa


Arriva il momento in cui artista si accorge di non sentire più. Le immagini escono ancora dalla sua testa, le mani dipingono, scolpiscono, scrivono...ma la sensibilità non c’è più. Il “cuore che fu sì vivo...più non sente”. L’artista si accorge nemmeno con tanto raccapriccio (che chiede una sensibilità ben desta) che la sua mente è un deserto. Se sforna ancora immagini, soggetti, storie, comunque non lo toccano. Si accorge perfino che qualcosa di dolorosamente meccanico e ripetitivo ha preso il posto della gioiosa scoperta. Da qui il tormento.
Cosa fare in momenti come questi?
La risposta è una sola: attendere. Per poterlo fare occorre accettare il silenzio e il vagabondare ozioso dello spirito, cui l’artista non è abituato, attento com’è a scovare nella realtà ciò che può trasformarsi in soggetto di rappresentazione, e a strapparlo. Altro che limpido occhio dell’artista, altro che veggente! Un autentico saccheggiatore, ecco cos’è diventato. Ha lasciato che la complessità della sua persona coincidesse nell’io che crea e produce consapevolmente: una macchina da lavoro, tutto il contrario di quello che aveva immaginato di sé quando gli si era rivelata la vocazione all’arte.

Saper attendere significa riconoscere all’ispirazione artistica una fonte sostanzialmente “recettiva” dove non è l’artista a trafugare ansiosamente materia rappresentabile, ma è la realtà (visibile o invisibile, soggetta ai sensi o meno) a schiudersi, donandosi. L’artista deve essere attento a prendersi cura di ciò che si dona, a nutrirlo, a crescerlo, consapevole però della gratutità dell’ispirazione. Una gratuità un po’, anche, miracolosa. Sperimentarla significa forse produrre meno, ma creare di più, passare dal livello quantitativo ( a cui l’industria ci ha abituato) a quello qualitativo. Ma significa anche sottrarsi all’inaridimento, al sottile cinismo che spesso perseguita gli artisti. Vivere una vita completa e autentica, una “vita viva”, è indispensabile perché l’arte mantenga una sua spontaneità e non si faccia stanca ripetizione dei soggetti, dei generi, esibizione finalizzata al titillamento dei sensi, allo stupore.
Il coltivatore che raccoglie a sei mesi dalla semina, sa che che quei frutti sono quelli del suo lavoro ma anche della terra. La soddisfazione che prova è intrisa della meravigliosa esperienza del dono, un’esperienza che presuppone l’attesa, premessa della rivelazione e promessa di epifania. Purtroppo oggi noi siamo piuttosto abituati al consumatore che paga, e paga caro, paga tutto. Il senso della gratuità non gli appartiene, di conseguenza neanche quello della gratitudine e, soprattutto, del meraviglioso.
L’artista contemporaneo deve assolutamente sottrarsi allo squallore di questo modo di concepire il lavoro. Riconoscere che non tutto, nel processo della creazione, viene da lui. Che esiste un momento iniziale, l’aurora della creazione, in cui l’iniziativa viene da altrove. Ciò che spetta all’artista, e ciò che lo distingue da altri uomini, è proprio il rendersi recettibile, terreno fertile. Potremmo dire con Jung che l’artista deve esprimere al massimo la sua natura femminile, la sua Anima.Se lo facesse, produrrebbe, forse, in minore quantità, ma una freschezza e una novità impensabili giungerebbero a toccargli il cuore liberandolo dall’aridità cui si è condannato.

2 commenti:

  1. E' vero, ormai sembra che gli artisti e gli autori debbano appendersi di peso ai rami dell'esistenza per scuoterli finche' non riescono a far cadere qualche frutto. Poco importa poi se e' ancora acerbo. L'importante e' arraffare il bottino da portare a casa e da rigirare in qualche cosa dall'apparenza innovativa. La qualita' importa poco in una relata' che macina e dimentica ad una velocita' anogosciante.

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  2. La negazione dell'esperienza estetica. Come se l'operare dell'artista possa risolversi in una sorta di nevrosi compulsiva che obbliga al fare. L'opera viene sfornata e ciò che conta è il suo essersi tradotta in cosa tra le cose, il suo essere fatta. Qualcosa di mortale.
    E' una tentazione dello spirito creativo a cui bisogna assolutamente sottrarsi.

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