venerdì 27 agosto 2010

Catarsi

All’inizio l’acqua non sembrava un problema. Era cambiata la distribuzione, per il resto funzionava tutto come prima, anzi, meglio. Adesso se ne occupavano imprese specializzate, facevano tutte capo alle “Magnifiche Sette”. Roba grossa, multinazionali.
Pensate alle “Sette Sorelle” dicevano in tele, come hanno portato il petrolio fin dentro le nostre case. Al posto del petrolio metteteci l’acqua, il senso è quello, solo che di acqua ce n’è molta di più del petrolio. Perciò è tutto più bello.
Le Magnifiche in effetti avevano aggiustato le migliaia di tubature rotte della rete idrica, eliminato sprechi e intoppi migliorando la distribuzione. Per troppo tempo città e province, perfino intere regioni, stati, avevano dovuto fare i conti con la penuria d’acqua. In certi posti a regolarne i movimenti erano state organizzazioni mafiose, e i Governi avevano spiegato che bisognava assolutamente combatterle e sconfiggerle. Le Magnifiche servivano anche a questo. Chi voleva lasciare un bene tanto prezioso nelle mani di delinquenti e assassini?
E così la gente si era convinta. Efficienza e trasparenza. Che in questo caso signficava tubature a posto e acqua in quantità. L’eliminazione delle fontanelle pubbliche, annoverate tra gli sprechi, suscitò qualche fiacca protesta, subito placata.
Pochi però avevano saputo prevedere che il prezzo dell’acqua sarebbe lievitato in maniera così esagerata. L’aumento (fino al 70%) giunse ai più inaspettato e traumatico, provocando mille allarmate contestazioni.
“L’aumento è più che giustificato” intervenne il Ministro dell’Economia di un paese che le Magnifiche avevano appena preso sotto l’ala. Stava con la sua bella faccia rosa come il culetto di un bambino davanti a un meeting di industriali, che lo fissavano adoranti (e una, dalle gote gonfie di botulino, si slacciò il terzo bottone della camicetta dalla contentezza). “Le aziende non fanno beneficenza. I soldi spesi sono capitale d’investimento, si recuperano con profitto. In cambio abbiamo trasparenza, efficienza, razionalità. Vi piaceva di più quando a controllare l’acqua era la mafia?”.
Qualcuno – il solito giornalista saccagnino - gli fece notare che i manager delle grandi aziende – le Magnifiche- cenavano negli stessi ristoranti dei mafiosi. Che erano stati visti prendevere l’aperitivo e giocare a tennis insieme. “E alura”, sbottò il Ministro affidandosi alla sua lingua dorata di celtica derivazione, ottima per evidenziare un’incazzatura: “Adess sa pö pü bée l’aperitiv insema a chi cassu sa vör?” (Ma più tardi la sua portavoce chiese scusa per il “cassu”: gli era scappato).
Il costo dell’acqua andò aumentando per tre anni di fila. Un litro d’acqua arrivò a costare quanto un litro d’olio. Si emanarono dei decreti che proibivano la raccolta di acqua piovana. Soldati a cavallo passavano a controllare lungo le strade di campagna eventuali serbatoi clandestini, nascosti da dita subdole tra la vegetazione o in qualche anfratto, dove l’occhio avido dei congegni satellitari non può giungere..
Il costo dell’acqua cresceva ogni semestre anche del 300%. La gente si mobilitò e decise di scendere in piazza. Masse urlanti e confuse - e soprattutto maleodoranti (lavarsi era diventato un lusso)- riempirono le piazze delle grandi città. Erano un concentrato di furia. Dell’acqua non si può fare a meno. L’acqua è un bene di tutti, gridavano. C’erano perfino delle suore che alzavano enormi striscioni con scritto: “L’acqua è di Dio”.
“Sem da fa?” chiese il Ministro tutto tremante. Perché anche lui, come l’eterno personaggio manzoniano, “non era nato con un cuore da leone”.
“Per ‘sti carrusi ci vuole ‘nna risposta da ommini” rispose quello alla Difesa.
Fu allora che si fecero avanti i Generali, aspettavano da una vita e furono scontri duri. Bastoni, fionde, barricate da un lato. Lacrimogeni, bombe a mano, cannonate dall’altro. Accaddero cose mirabili: soldati che sparavano addosso al fratello, all’amico, alla mamma. Nonne che incendiavano le auto e sfasciavano le vetrine dei grandi magazzini rubando intere casse d’acqua.
L’esercito ebbe la meglio, lasciò sulla strada migliaia di morti, presto smaltiti dentro le bocche di enormi inceneritori. Un odore dolciastro stazionò per giorni nell’aria, peggio di una maledizione. Come se non bastasse, di lì a poco l’acqua rincarò di nuovo. Protestare non si osava più, semplicemente non ci si lavava. Tornarono i parassiti e la gente apprese a tollerarli, combattendo il fastidio come poteva. Si rividero sui balconi, nei cortili, davanti alla soglia di casa, le cosiddette spidocchiatrici.
Piano piano, con il passare del tempo, sulla terra si fece un gran silenzio. Uomini, piante, animali soffrivano muti, la vita era molto più triste che in passato. Solo i ricchi erano contenti. Adesso sì che potevano riempire fino all’orlo le loro piscine.

Del resto la diseguaglianza è legge di natura. Anche fra gli animali infatti c’erano i privilegiati: quelli che potevano sguazzare quanto gli pareva. Gli uccelli ad esempio.
Andavano e venivano come se nulla fosse. Con quel tanto di impertinenza che fa incazzare gli individui oppressi. Superavano le enormi mura che circondavano le dighe e si tuffavano nei loro bacini celesti uscendone freschi, vittoriosi e solari. Pescavano dai fiumi arborelline argentee, scivolavano come velieri sugli specchi delle paludi e facevano tutto quello che avevano fatto dal principio della loro leggera esistenza, nei secoli dei secoli. Percorrevano il cielo tracciando i soliti segni a zig zag, sbandando e riunendo geometrici stormi rumorosi e felici.
"Vanno e vengono un po’ troppo intensamente" notò uno.
Ma cosa stai a guardare, sono uccelli, gli risposero. Se devi stare con il naso all’insù ci sono altri problemi da risolvere. La colonizzazione di Marte, ad esempio. La grande avventura spaziale, altro che uccelli.
Andavano e venivano e intanto il cielo si coprì di nubi. Spesse, scure, legnose d’aspetto. Avevano forme astruse e minacciose, mai viste, e scoppiettavano di lampi.
Cominciò a piovere: gocce grosse, non spesse.
Si videro allora misere tribù – la rimanenza di antiche popolazioni che la globalizzazione aveva schiacciato ai margini del bel vivere- uscire dalle loro catapecchie, raccogliere i quattro stracci che ancora possedevano e dirigersi verso la montagna. Sparute colonne di gente affamata e assuefatta alla sete, coperta di croste e pidocchi, marciavano verso le cime. E al fianco migliaia di animali, randagi pulciosi per lo più. Curioso, commentò qualche giornale. Meno male che si tolgono dalle palle fu la risposta più benevola.
Poi accade. Quello che nessuno avrebbe voluto. Straziante. Inspiegabile. I bambini.

Anche i bambini facevano lo lo stesso, come gli zingari, i pellerossa, gli aborigeni. S’incolonnavano lungo le strade e camminavano in uno stato di trance verso le montagne. Guidati, dicevano, da una voce. Anzi, da una musica.
Partivano anche i più piccoli. Camminavano appena e scappavano di casa al seguito di altri, già grandi, che sembravano animati da uno spirito profetico. Se li prendevano e li portavano a casa con la forza, scappavano di nuovo. Ragazzi e ragazze di 13-14 anni facevano da padre e da madre ai più piccoli, come non avessero mai fatto altro. Una voce, dicevano. Ci chiama.
- Che voce, chi è stato?-
Non proprio una voce, spiegavano ancora i bambini senza mai smettere di camminare. Sembra più una musica.
-Quale musica?- E tutti a cercare il pifferaio magico.
Adesso sì che le cose si facevano difficili, anche per il ministro dell’Economia e quello alla Difesa e il Capo del Governo e i Generali e i Signoroni delle Magnifiche Sette. Perché sparare su quattro tribù di merda si può sempre fare. Anzi, è un piacere. Ma tra i bambini c’erano anche i loro figli, i figli dei loro amici, i nipoti. Quelli del Ministro dell’Economia, del Ministro alla Difesa, del Capo del Governo, dei Generali, dei Potenti e dei Ricchi.
Una notte cominciò a piovere forte. Pioveva pioveva senza interruzione e le rane gridavano invasate come fossero diventate loro le signore del mondo. Giorno e notte era tutto un gracidare mentre il pianeta se ne andava in pappa. I laghi e i fiumi straripavano e c’era tanta acqua ma tanta che non valeva più niente. Per bere o per lavarsi bastava scendere in strada. Aprire la bocca, spalmarsi di shampoo. Le Magnifiche Sette potevano anche chiudere i battenti.
I Potenti si rivolsero allora agli uomini di scienza, piangevano quasi. Ma gli scienziati rimasero muti. Fino a una settimana prima, i loro pensieri erani tutti rivolti a Marte, il pianeta rosso. Colonizzarlo, si può o non si può? Questa cosa (il Diluvio, perché cos’altro era?) non se l’aspettavano.

Infine qualcuno parlò. Non si trattava di un uomo di scienza e neanche di un uomo importante. Era anzi un pastore di renne siberiano dalla pelle di colore indecifrabile tanto era incrostata di sporcizia. Rugoso come una prugna secca, con due soli denti traballanti e un occhio dalla pupilla spenta che faceva pensare a un mucchietto di cenere, residuo di qualche falò acceso sotto le stelle in una notte di solstizio.
“Gli uccelli” disse, indicando il cielo con un gesto vago.
“GLI UCCELLI?” tuonarono insieme il Ministro dell’Economia e quello alla Difesa e il Capo del Governo e i Colonnelli e tutti i Potenti della Terra.. La loro domanda echeggiò stranamente sotto il velo di pioggia grigia, come il grido di un minatore perduto nel labirinto di una cava.
“Hanno danzato” rispose l’ometto, allargando un sorriso spoglio e timido. Gli altri non capivano ma avevano le labbra che tremavano. Perciò spiegò: “La danza della pioggia”.
Non capivano ancora.
“Hanno danzato per un mese intero, tutto un giro di luna. E’ stato facile per me riconoscere i loro passi, sono figlio di sciamani io. E vi posso assicurare: i loro passi erano quelli di mio padre e del padre di mio padre su su fino al padre di tutti gli sciamani. Il primo cercatore d’acqua. Lo sciamano delle piogge da cui nacquero le foreste e i fiumi e...”.
“Tagliategli la testa!” gridò un generale schiumante di rabbia. Gli altri annuirono. Perché, non l’avrebbero saputo spiegare.
Scintillò una sciabola, zac, e la testa dell’ometto rotolò sulla piazza, un po’meravigliata a dire il vero, ma non dispiaciuta. Era una testa saggia, sapeva che era giunta l’ora della Grande Catarsi. Il Diluvio. L’uomo aveva punto il mondo con la sua coda velenosa, invisibile, scorpionica Adesso il mondo doveva vomitare fuori le tossine, per questo pioveva e pioveva. Della morte non era più il caso di avere paura.

Dopo tre giorni si spalancarono le nubi e scaricarono miliardi di tonnellate d’acqua. I mari e i laghi riempirono la terra, i fiumi uscirono dal loro letto e si gettarono sulle valli come giganti bianchi impazziti. Soltanto chi si era rifugiato sui monti più alti scampò. I bambini, e qualche sparuta tribù che scomparve nelle pieghe delle vette con la magia di un sapere da custodire in silenzio.
Quando tornò il sole, i sopravvissuti uscirono a guardarlo. Le cime si riempirono di fiori e corse furtive di animale, risate, canzoni, grida. E poi canti di caccia, d’amore, di lotta. Di inizio.