domenica 17 ottobre 2010

"Il libro degli haiku bianchi" di Nadia Agustoni

da qui

Parole scritte con il tocco lieve di una piuma, oppure con la punta di un diamante:  gli haiku. Perché la bellezza accarezza e ferisce.
Gli haiku di Nadia Agustoni (Il libro degli haiku bianchi, ed. Gazebo Verde, 2007) sono bianchi. Ricami d'acqua tenuti sospesi da uno sguardo ansioso di vita vera, strappata al  labirinto in cui si ha solo l'illusione del divenire. Sottratta a uno spazio morto senza trasformazione.

diciotto
Ciò che ci tormenta!
Ciò che non è
ci illude.

Vita vera. Via dall'opacità della parola che copre il silenzio e non lo cova come dovrebbe. Via dalla parola che non sa farsi rivelazione, epifania  dell'essere. Via dal dire mortifero che ci dissangua.

diciassette
Com'è atroce non rivelarsi!
Copio il rumore
parlando.

Vita vera. Riconsegnata all'animale della favola tanto più saggio di noi. Perfezione senza superbia. Splendore inconsapevole. Canto d'allodola.

trentatrè
L'uccelletto sa
che la legge del volo
è l'equilibrio

Vita vera. Fatta di gesti lenti, francescani. Uno spogliarsi che libera il boccio.

Venti
Sono vicina a credere
al fiore che si apre,
non a grammatiche

E tuttavia la poesia non è delle creature semplici, senza mythos e senza logos. Ma del "coso con due gambe" dei versi di Gozzano. Alla donna e all'uomo la gloria e il peccato di affacciarsi sul "dopo". Rilkianamente potremmo dire ("e dove noi vediam futuro lui -l'animale- vede invece il tutto/ e in quel tutto se stesso e salvo sempre",  R.M Rilke, Elegie duinesi, trad. di E. e I. De Portu, Einaudi)

Venticinque
Ma ogni radice
non sa che la terra...
il significato è dopo

Gli haiku bianchi di Nadia Agustoni dicono che verità e bellezza non seguono strade separate. Anzi, per uno sguardo che osa l'innocenza, coincidono.
Questo è un libro che è un dono. Leggetelo e, vi prego, donatelo.

giovedì 14 ottobre 2010

La gatta Dharma

 Mi hanno inviato questi versi di un noto poeta giapponese. Sono freschissimi, eccoli qua...



ばか猫や縛れながら恋を鳴く
( nete okite episemate-akubi shite neko no koi)

si sveglia
e sbadiglia, il gatto;
poi, l’amore


Kobayashi Issa (1763-1828)

lunedì 11 ottobre 2010

Fiabe dell'anima. La fata tradita.

Una bella fiaba balcanica racconta la malinconica storia d'amore fra un giovane principe e una piccola fata incontrata di notte dentro una radura di tigli che profumano dolci sotto la luna. A palazzo c'è stata una festa in onore del principe che compie vent'anni. Il re suo padre ha invitato le dame più interessanti che esibiscono la loro grazia in mille modi per ricevere l'attenzione del principe. La fatina invece lo ha aspettato nel bosco, dove lui si reca al termine dei festeggiamenti, annoiato e inquieto. Vuole porgergli i suoi auguri lontano da palazzo, dove, dice, non è degna di entrare a causa della minuscola statura. Il principe resta invece catturato dalla sua speciale bellezza, preferendola di gran lunga a quella delle altolocate dame di corte che ha appena conosciuto. E anche la fata prova dell'attrazione per lui, perché, prima di lasciarlo, gli lascia il suo guantino: un guanto che il principe non potrà mai indossare tanto è piccolo, ma che ha un grande significato.
L'indomani il principe torna a cercare la fatina che gli ha toccato il cuore, la incontra e parla con lei di cose che gli sembrano meravigliose e così i giorni successivi. Si accorge intanto che la sua piccola amica ha una strana caratteristica: giorno dopo giorno, accanto a lui che si sta innamorando di lei, aumenta di statura fino quasi a raggiungerlo. Una sera il principe prende coraggio e le chiede di essere sua sposa. La fatina accetta chiedendo in cambio un amore lungo e fedele, nient'altro. "Se ti innamorerai di un'altra donna" dice molto seriamente "non mi vedrai più". Al principe sembra perfino troppo facile acconsentire a una richiesta che collima perfettamente con le sue aspettative. Perciò promette e la conduce a palazzo dove con il suo fine splendore entusiasma tutti. I giorni, i mesi, gli anni si susseguono uno dopo l'altro e sembrano felici, finché...
Finché giunge il momento in cui il vecchio re muore e il principe si trova ad ereditarne il trono. Prima di assumere i pieni poteri organizza ovviamente la cerimonia funebre per salutare il caro padre. E lì, fra i molti notabili che partecipano al corteo funebre, nota una bella donna dai capelli rosso fiamma che lo guarda sorridente e per tutta la durata della cerimonia non gli stacca gli occhi di dosso. Il nuovo re, camminando alla testa del corteo, non cessa a sua volta di ammirarla e intanto si scorda della sposa che le cammina al fianco. Non si accorge nemmeno che si va facendo via via più piccola, inciampando nell'abito via via troppo grande. Non la saluta neppure quando, giunta all'altezza del bosco, sparisce fra i tigli. Il re si è abbandonato totalmente alla nuova inebriante esperienza d'amore. Dimenticata la piccola fata presto sposa la donna dai capelli di fiamma e si dedica ai compiti del regno. Ma un'amara sorpresa lo attende. La nuova moglie rivela un carattere ambizioso e prepotente. La vita mondana, il successo, la ricchezza sono le cose che l'hanno attirata a corte, non certo l'amore per il re. Il quale adesso ha modo di pentirsi di averla sposata, tanto che le intima di lasciare la corte e di andarsene. Adesso sì che ripensa alla piccola fata e torna nel bosco a cercarla. E' potente, ricco e il suo nome riempie di fama il mondo, ma la sua anima è infelice e affamata. Cerca fra le vecchie cose del passato il guantino della fata. Lo trova e torna a stringerlo sul cuore, consumandolo di lacrime e di baci. Ogni giorno si reca nel bosco a supplicare perché la prima moglie ritorni. Invano. Così trascorre tutto il tempo che gli resta da vivere, fino alla vecchiaia che rende bianchi e curvi, giorno dopo giorno. La piccola fata però non torna più.

Questa fiaba dal finale triste ( o semi-triste, come vedremo) si può leggere in molti modi. Anche in quelli cosmo-astrologici: la piccola fata, che cresce cala svanisce, rammenta fin troppo da vicino la luna con tutti i suoi cicli. E la donna di sfolgorante bellezza, connessa a tutti i fasti del potere, è facile metafora della luce solare. Dietro a questo eclissarsi della fatina-luna potrebbe celarsi la fine di quelle società di cacciatori che avevano al loro centro i culti lunari, soppiantati non senza dolore e senza strascichi da quelli solari.
Ma la fiaba può essere letta anche in altri modi. Il principe, che vaga nel bosco disgustato dagli artificiali splendori del palazzo (con le sue feste e le sue dame efficacemente "presentabili"), ci appare fin dall'inizio come un giovane annoiato e viziato ma interiormente nobile. Consapevole che la vera bellezza ha un piede nell'invisibile. L'incontro con la fatina lo strappa alla sua insensibilità e lo rende consapevole della poesia dei sentimenti. E' un incontro "fatale" e infatti avviene in una radura illuminata dalla luna: un luogo intimo, palpitante di vita misteriosa. Un tempio. Anzi, la zona più sacra del tempio: quella del tabernacolo, il Mihrab, il Sancta sanctorum
La fatina non è solo l'essere medianico che eleva l'animo all'amore, in una dimensione di autenticità raccolta. E' anche un'immagine bellissima dell'anima del principe. Negletta e trascurata per troppo tempo dal principe (che i genitori educano pensando solo al suo futuro di re), non ha consapevolezza di sé e non ha fiducia nelle sue capacità. La fiducia le viene dalle attenzioni del principe che trovando inadeguate alle sue aspirazioni profonde le magnificenze della vita di corte, si è finalmente inoltrato nel bosco-tempio dove ha potuto incontrarla. Per questo accanto a lui l'anima-fata cresce e prende coscienza dei suoi desideri. Al punto che davanti alla proposta di matrimonio del principe, osa formulare una chiara richiesta. Benché questa stessa richiesta, formulata con tanta circospetta determinazione, faccia pensare che la fatina dubiti almeno in parte delle promesse d'amore che le sono state rivolte. Forse ha avuto delle esperienze negative in passato, o forse ha visto qualcosa di oscuro nel cuore del principe? Questo bisogno di conferma si riscontra non di rado nelle persone tradite, le quali temendo di subire la stessa ferita cercano di farsi scudo esigendo ogni sorta di giuramenti, che hanno una funzione quasi apotropaica e somigliano più a scongiuri. L'obiettivo cui mirano infatti è quello di tener sotto controllo l'ombra maligna del traditore di cui l'altro è inevitabilmente portatore. Fatica inutile perché non sarà certo un giuramento, per giunta coatto, a trattenerla. Come non saprà cancellare la paura e il sospetto da parte di chi teme di soffrire. Nella fatina si avverte fin da subito la paura dell'abbandono, una paura che vuole assoluta rassicurazione. (E quanto si deve sentire abbandonato, e piccolo, l'uomo delle società liberali che in assicurazioni contro ogni tipo di imprevisto spende un capitale!)
La fatina del resto non ha affatto torto. Quando il principe si trova ad essere un uomo adulto, pronto ad assumere i compiti del regno, ecco che il suo cuore comincia (o torna?) a indurirsi. Fino a sentire che per un re ci vuole una donna che splenda ( gli uomini ricchi e potenti hanno sempre mogli belle e vistose, no?), non una fatina pallida e un po' selvatica. Ora a lui serve una donna che sappia ricevere, trattare con gente di riguardo e capace di reggere i compiti dell'estroversione e della realizzazione di sé nel mondo. Ecco la donna dai capelli di fiamma: giusta per le cerimonie e lo sfarzo delle esibizioni pubbliche. Ma neanche lei regge a lungo perché non è facile trovare un donna simile che non sia anche opportunista e calcolatrice. Le sue ambizioni sono fuori misura e chiedono inoltre una soddisfazione sostanzialmente personale che entra in concorrenza con l'egocentrismo del re. Il re la ripudia e torna a ricordare con nostalgia la piccola fata-anima. Recupera il guanto.
La fatina, morta al mondo a causa dell'infedeltà del principe, non risponde però alle sue chiamate. E' tornata a regnare nel bosco fra creature piccole come lei, cioè vicine alla terra (umili). Esporsi a un nuovo tradimento significa rischiare la polverizzazione totale del suo essere e questo non sarebbe giusto. Sottrarsi al mondo diventa a questo punto una questione di sopravvivenza. Non solo della sua sopravvivenza. Lei è l'anima del re. Se morisse, lui non avrebbe più speranza né vita. Diventerebbe una macchina senza sentimento.
La fatina non ha mai smesso di amarlo ma sa di poterlo fare solo restando lontana, attraverso i suoi intermediari. Il guantino posato sul cuore permette al principe di tornare a sentire con e nella carne (Signore dammi un cuore di carne). E' un cuore destinato soprattutto a soffrire, perché chi tradisce espia. Ma è meglio un cuore lacerato di un cuore di pietra. Meglio patire di non sentire. Il guantino è il simbolo del perdono della fatina che di più non può fare. Al suo posto ha lasciato il guanto, un simbolo (una sorta di "oggetto transizionale" per dirla alla Winnicott) dell'anima. In effetti come pensare a un guanto senza pensare a una mano, a una carezza (nelle cerimonie d'investitura del cavaliere, l'investito offriva al signore il suo guanto, cioè la fedeltà e l'aiuto), alla tenerezza?
Il principe-re può anche rappresentare la personalità del narcisista. Attento ai suoi bisogni, vigile di fronte alle occasioni di realizzazione personale, poco propenso a comprendere la sofferenza altrui, opportunista. Lui non è migliore della donna dai capelli di fiamma, anzi per certi versi è anche peggiore. La sua richiesta di una moglie vanitosa e mondana al punto giusto, "su misura", è una richiesta di self-control borghese che non contesta la vacuità di uno stile di vita superficiale ed effimero ma chiede solo che resti socialmente accettabile. E come spesso accade al narcisista, solamente l'esperienza dell'abbandono, della delusione, del tradimento ( esperienza ora vissuta nel nuovo ruolo di vittima) può ridestare il re al senso della sua precaria umanità, strappandolo all'arroganza e al cinismo della vita di palazzo. Un cambiamento espresso anche dal suo portamento e dallo stato d'animo: all'inizio lo vediamo vagare nel bosco insonne e malinconico ma con l'atteggiamento regale di chi si sente padrone del mondo. Dopo l'esperienza dolorosa e frustrante della negazione (il negarsi della fatina) è curvo, sconsolato, sempre più distante dal mondo. Secondo questa interpretazione la fatina è come sono spesso le donne che l'uomo narcisista cerca come compagne. Donne perseguitate dalla disistima e dal timore di comparire in pubblico. Donne che nell'infanzia si sono spesso sentite ingombranti e di peso. Donne che reiterano l'esperienza del tradimento primario (quello della madre) sperando prima o poi di poterla risolvere e "sciogliere" definitivamente. Sperando nella catarsi finale. L'alternativa per loro è tra il vivere per sempre nell'ombra di un uomo, nascondendo la propria luce. Tra l'uscire allo scoperto, sotto i raggi del sole, rischiando di scottarsi. O, infine, lo scomparire letteralmente, nella follia, nella morte, oppure, se la sofferenza ha saputo farsi percorso iniziatico, nel tempio. Nella vita mistica, senza legami umilianti, dove brilla la vera luce. La piccola fata opta per questa ultima opportunità. Ma lei è già una creatura già mistica. Viene dal bosco di tigli odoroso. Una basilica a cielo aperto.
In verità questa fiaba dice che sole e luna, maschio e femmina, persona mondana e anima, possono raggiungere la perfezione solamente insieme, senza prescindere l'una dall'altra, e che il cammino è difficile, la meta spesso (o sempre?) oltre il confine, fuori dalla nostra vista. Il guanto è il segno di un legame che la donna-sole (abbaglio della coscienza che fa coincidere la bellezza con la seduzione, il benessere, il prestigio, e niente di più) non può spezzare perché è il segno di un toccare profondo, di un congiungersi celeste, maturato nel silenzio della notte al di là del tempo e delle leggi in vigore nel giorno.

venerdì 8 ottobre 2010

Fiabe della Luna

La Luna morta
Da Fiabe popolari inglesi. K. Briggs - Einaudi

Tanto tempo fa la zona del Car era piena di paludi, e attraversarla signifìcava morte, tranne che nelle notti di luna, perché danni e disgrazie e tormenti, spiriti malvagi e cose morte e orrori striscianti, nelle notti senza luna venivano tutti fuori.
Alla lunga la Luna venne a sapere cosa succedeva in quella terra di paludi appena lei girava la testa, e pensò di andar giú a dare un'occhiata di persona e a vedere se poteva essere d'aiuto. Cosí alla fine del mese si avvolse in un mantello nero, nascose i suoi capelli splendenti sotto un cappuccio nero, e discese nella terra delle paludi. Era tutto molto buio e umido, il fango faceva cic ciac, i ciuffi d'erba ondeggiavano e non c'era neanche un po' di luce tranne quella proveniente dai suoi piedini bianchi. Andò avanti, si addentrò fra le paludi ed ecco che le streghe cavalcavano attorno a lei sui loro grandi gatti, e i fuochi fatui danzavano con le lanterne appese alla schiena, e i morti sorsero dalle acque, e la fissavano con occhi feroci, e mani morte viscide le facevano dei cenni e cercavano di afferrarla. Ma la Luna andò avanti, camminando sui ciuffi d'erba, leggera come il vento d'estate, finché alla fine una pietra le si spostò sotto ai piedi, e lei si afferrò con entrambe le mani ad un ramo per non perdere l'equilibrio; ma appena lo toccò quello le si attorcigliò attorno ai polsi come un paio di manette e la immobilizzò. Si dibatté e lottò ma non riuscí a liberarsi. Poi, mentre stava lí tutta tremante udí un grido pietoso, e capí che un uomo si era perso nel buio, e ben presto lo vide, correva dietro ai fuochi fatui sollevando spruzzi di fango, gridando loro di aspettarlo, mentre le mani morte gli tiravano la giacca, e gli orrori striscianti gli si affollavano attorno, e lui si allontanava sempre piú dal sentiero.
La Luna era cosí preoccupata ed arrabbiata che lottò con tutte le sue forze, e anche se non riuscí a sciogliersi le mani, il cappuccio ricadde all'indietro, e dai suoi meravigliosi capelli dorati sgorgarono fiotti di luce, cosí l'uomo vide le buche limacciose che lo attorniavano e il sentiero sicuro in lontananza quasi come alla luce del giorno. Con un grido di gioia si slanciò barcollando verso la salvezza, via dalla palude mortale, mentre gli spiriti malvagi e le altre cose malefiche scappavano a nascondersi lontano dalla luce lunare. Ma la Luna lottò invano per liberarsi e alla fine cadde in avanti, sfinita dalla lotta, e il cappuccio le scivolò di nuovo sulla testa, ma lei non aveva piú la forza di buttarlo indietro. Allora tutti gli esseri maléfici tornarono strisciando, e risero al pensiero di avere finalmente in loro potere la Luna nemica. Per tutta la notte litigarono schiamazzando sul modo migliore di ucciderla, ma quando comparve quella prima luce grigiastra che preannuncia l'alba si spaventarono, e la spinsero giú giú sott'acqua. I morti la tennero ferma, mentre gli spiriti maligni andavano a prendere una grossa pietra da metterle sopra, e poi scelsero due fuochi fatui per farle la guardia a turno, e quando il giorno arrivò la Luna era sepolta sul fondo, e lí sarebbe rimasta finché qualcuno non l'avesse trovata, e chi mai sapeva dove andarla a cercare? Passarono i giorni, e la gente faceva profezie e scommesse su quando sarebbe apparsa la Luna nuova, che non arrivava mai.
Una notte buia dopo l'altra, le malvagie creature della palude vennero a ululare e a strillare addirittura sulla porta delle case, cosí di sera nessuno poteva fare un passo fuori, e alla fine la gente passava la notte seduta accanto al fuoco, tremante e terrorizzata, temendo che a luci spente le creature si sarebbero spinte oltre la soglia.
Finalmente andarono dalla saggia che viveva nel vecchio mulino, e le chiesero cos'era successo alla loro Luna. Lei guardò nello specchio, e guardò nel pentolone della birra, e guardò nel libro, e vide solo buio, cosí disse ai paesani di mettere paglia e sale e un bottone sulla soglia, di notte, per essere al sicuro dagli orrori, e poi di tornare appena avessero avuto qualche novità da riferirle.
E potete star sicuri che ne parlarono, riuniti attorno al camino, ne parlarono in campagna e in città. E cosí un giorno capitò che mentre erano seduti su una panca all'osteria, un uomo che abitava all'altro capo della palude all'improvviso gridò: - Credo di sapere dov'è la Luna, solo che ero cosí stordito che non ci ho piú pensato -. E raccontò di come una notte si era perduto, e stava per morire nelle buche della palude, quando all'improvviso era comparsa una luce chiara e splendente che gli aveva mostrato la via di casa. E corsero tutti dalla saggia del mulino a raccontarle cosa aveva detto l'uomo. La saggia guardò nel libro, e nel pentolone, e alla fine intravide un barlume di luce e disse agli uomini cosa dovevano fare. Dovevano uscire tutti insieme nel buio con un sasso in bocca e un ramoscello di nocciolo in mano, e non dovevano dire una sola parola finché non fossero tornati a casa; e dovevano cercare per tutta la palude finché non avessero trovato una bara, una croce e una candela, e lí avrebbero trovato la Luna. Avevano una gran paura, ma la notte successiva uscirono e camminarono inoltrandosi sempre piú nel cuore della palude.
Non vedevano niente, sentivano sospiri e sussurri attorno a loro e mani viscide che li toccavano, ma andarono avanti, tremanti e spaventati, finché si fermarono all'improvviso, perché videro una lunga pietra mezza dentro e mezza fuori dall'acqua, e sembrava in tutto e per tutto una bara, e a una estremità aveva un grosso ramo nero da cui spuntavano due ramoscelli come una specie di macabra croce, su cui guizzava una fiammella. Allora si inginocchiarono e si fecero il segno della croce e dissero una preghiera dal principio alla fine per amore della croce, e dalla fine al principio per sconfiggere gli spiriti malvagi, ma la dissero solo col pensiero, perché sapevano di non dover parlare. Poi tutti insieme sollevarono la pietra. Per un attimo videro un viso strano e meraviglioso che li guardava, poi balzarono all'indietro storditi dalla luce e da un atroce lamento stridulo emesso dagli orrori che si rifugiavano nelle loro tane, e l'attimo dopo la Luna piena era nei cieli e splendeva luminosa su di loro, in modo che potessero trovare il sentiero quasi come alla luce del giorno.
E da allora la Luna è sempre stata particolarmente splendente sulla terra delle paludi, perché conosce bene le creature malvagie che si nascondono lí e non dimentica che gli uomini del Car vennero a cercarla quando era morta e sepolta.

domenica 3 ottobre 2010

Perdonare. Lo spirito contro la carne.

Perdonare: “atto di donazione per eccellenza”. Qualcosa di talmente libero che non si può esigere e neppure chiedere come un diritto. Nobilita chi lo fa e rende migliore chi invece ne beneficia.
Sembra tutto chiaro e facile, luminoso. Ma l’uomo è complicato. Tante sono le nature che lo abitano: sensitiva, animale, razionale, spirituale. Il perdono si muove nelle ultime due sfere. E’ atto di estroversione, che segue a un percorso interiore volto al mutamento e al “salto” esistenziale che solo l’uomo (sembra) può fare. Il perdono è davvero la “buona novella”, la libertà e l’autentica rivoluzione. La luce. Ma gli uomini, si sa, non sempre amano la luce. Qualcosa in loro preferisce invece intrattenersi nelle zone ombrose e umide dell'essere. Dove appunto si ”trattiene”. Dove si “ricorda”, nel senso di trattenere nel cuore. E fra i ricordi ci sono quelli belli e commoventi, che suscitano echi di rimpianto, e altri invece dolorosi, spinosi, trafiggenti. Soprattutto ci sono le ferite che altri ci hanno inflitto. Ma anche le ferite che abbiamo inflitto, e spesso (strano vero!) tutte queste ferite si collegano e formano un’unica grande ferita. Perdonare gli altri e perdonare noi stessi è lo stesso movimento: s-cordare, di-menticare: strappare fuori dal cuore e gettare nell’oblio, privarsi della mente dove è dolorosa per non provare più ri-sentimenti, ri-morso. E il prefisso di queste parole “ri” (dal latino “re”, con valore di ripetizione) basti a farci capire quanto ci sia di puramente conservativo e di meccanicamente ripetitivo in queste condizioni dello spirito.
Per quale ragione perdonare (e perdonarsi) è così difficile se ri-cordare è così penoso? Non sarebbe facile e bello spogliarsi di tutto quel passato che in fondo non esiste più e gettarlo fuori da sé, lontano, lasciandolo morire alla luce del sole come uno di quegli spiriti immondi che possono sopravvivere soltanto nel buio?
Perché tornare ad arrovelarsi sui torti patiti, su quelli commessi, perché quell’oscuro e morboso piacere di farsi del male e macerarsi nel vittimismo e nella colpa? Andare a toccare le vecchie ferite e scoprire con un senso di macabra rassicurazione che sono ancora lì, pronte a riaprirsi e a trascinarci nel passato?
Forse perché il cambiamento a cui aspiravamo perdonando non è avvenuto. Forse non abbiamo davvero perdonato o forse l’altro, cui andava il nostro perdono, non ha accettato il dono, lo ha respinto indietro al mittente. Perché gli uomini a volte, come abbiamo rammentato, preferiscono le tenebre alla luce, per continuare a nascondersi, a mentire e a mentirsi, per fingere di essere ciò che non sono.
A volte la ferita ricevuta nel passato è troppo grande. Solo un miracolo potrebbe chiuderla. E il miracolo è un atto di eccellenza ancora superiore. Lo spirito è debole e la carne resiste, ogni tanto si fa sentire. Preme sull’anima, ci costringe a fissare lo sguardo sul ricordo umiliato dalla di-menticanza (un “ri” contro un “di”: due movimenti opposti: l’uno conservativo e castigante, l’altro distruttivo e liberante) e come Medusa ci paralizza con la memoria, annullando l’effetto benefico del cambiamento innescato dal perdono. Nonostante l’atto di eccellenza che ha nobilitato e come liberato la nostra anima, resta la ferita: la spina nel fianco di cui forse non ci si potrà mai del tutto liberare. Noi siamo fissi sulla memoria. O almeno una parte di noi: quella più tenebrosa e torva, legata al sangue e alla carne. E’ quella della “nera dea che guarda i cattivi”. Dove i cattivi sono i fantasmi delle offese ricevute o date nel passato. Le umiliazioni, le crudeltà che senza perdono hanno bisogno della vendetta. Infatti l’uomo antico pre-cristiano esigeva la vendetta. Rimedio indispensabile per curare un’anima offesa con il risarcimento. Ma la vendetta non faceva che perpetrare l’offesa e spesso un solo torto costituiva il primo anello di una catena sconfinata di delitti. Oggi ci troviamo a vivere in un mondo in cui vendicare o vendicarsi è giudicato dalla società illecito o almeno squallido. Il perdono però non ha riconoscimenti. Nessuno chiede perdono per il male fatto e perdonare diventa difficile. Viene in mente quell’episodio dei Promessi Sposi in cui un giovane fra Cristoforo chiede perdono ai parenti dell’uomo che in un impulso di rabbia e per vendicare l’amico ha ucciso. E’ così pentito e addolorato che gli offesi, quasi immedesimandosi nel suo dolore, perdonano, rimunciando ai propositi di vendetta. Ed è bellissimo. Una meravigliosa festa del perdono che ha i fasti di una grande cerimonia. Perché perdonare completamente in sordina, con il perdonato che magari fa addirittura l’offeso (cosa che in questo mondo confuso può anche accadere), è molto molto difficile. Non che ci vogliano cerimonie ma almeno riconoscimenti. Anche solo un grazie, ho capito, senza tante solennità.
"Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno" è esemplare e resta per sempre nella storia. Perdonare pensando alla miseria degli altri. Come se la legge dello spirito possa ammettere ignoranza. E l'ignoranza perdonata salva. E' qui che il perdono sconfina nella santità un po' folle. Smisurata. Oppure nell'assurdo. Dipende dai punti di vista.