lunedì 11 ottobre 2010

Fiabe dell'anima. La fata tradita.

Una bella fiaba balcanica racconta la malinconica storia d'amore fra un giovane principe e una piccola fata incontrata di notte dentro una radura di tigli che profumano dolci sotto la luna. A palazzo c'è stata una festa in onore del principe che compie vent'anni. Il re suo padre ha invitato le dame più interessanti che esibiscono la loro grazia in mille modi per ricevere l'attenzione del principe. La fatina invece lo ha aspettato nel bosco, dove lui si reca al termine dei festeggiamenti, annoiato e inquieto. Vuole porgergli i suoi auguri lontano da palazzo, dove, dice, non è degna di entrare a causa della minuscola statura. Il principe resta invece catturato dalla sua speciale bellezza, preferendola di gran lunga a quella delle altolocate dame di corte che ha appena conosciuto. E anche la fata prova dell'attrazione per lui, perché, prima di lasciarlo, gli lascia il suo guantino: un guanto che il principe non potrà mai indossare tanto è piccolo, ma che ha un grande significato.
L'indomani il principe torna a cercare la fatina che gli ha toccato il cuore, la incontra e parla con lei di cose che gli sembrano meravigliose e così i giorni successivi. Si accorge intanto che la sua piccola amica ha una strana caratteristica: giorno dopo giorno, accanto a lui che si sta innamorando di lei, aumenta di statura fino quasi a raggiungerlo. Una sera il principe prende coraggio e le chiede di essere sua sposa. La fatina accetta chiedendo in cambio un amore lungo e fedele, nient'altro. "Se ti innamorerai di un'altra donna" dice molto seriamente "non mi vedrai più". Al principe sembra perfino troppo facile acconsentire a una richiesta che collima perfettamente con le sue aspettative. Perciò promette e la conduce a palazzo dove con il suo fine splendore entusiasma tutti. I giorni, i mesi, gli anni si susseguono uno dopo l'altro e sembrano felici, finché...
Finché giunge il momento in cui il vecchio re muore e il principe si trova ad ereditarne il trono. Prima di assumere i pieni poteri organizza ovviamente la cerimonia funebre per salutare il caro padre. E lì, fra i molti notabili che partecipano al corteo funebre, nota una bella donna dai capelli rosso fiamma che lo guarda sorridente e per tutta la durata della cerimonia non gli stacca gli occhi di dosso. Il nuovo re, camminando alla testa del corteo, non cessa a sua volta di ammirarla e intanto si scorda della sposa che le cammina al fianco. Non si accorge nemmeno che si va facendo via via più piccola, inciampando nell'abito via via troppo grande. Non la saluta neppure quando, giunta all'altezza del bosco, sparisce fra i tigli. Il re si è abbandonato totalmente alla nuova inebriante esperienza d'amore. Dimenticata la piccola fata presto sposa la donna dai capelli di fiamma e si dedica ai compiti del regno. Ma un'amara sorpresa lo attende. La nuova moglie rivela un carattere ambizioso e prepotente. La vita mondana, il successo, la ricchezza sono le cose che l'hanno attirata a corte, non certo l'amore per il re. Il quale adesso ha modo di pentirsi di averla sposata, tanto che le intima di lasciare la corte e di andarsene. Adesso sì che ripensa alla piccola fata e torna nel bosco a cercarla. E' potente, ricco e il suo nome riempie di fama il mondo, ma la sua anima è infelice e affamata. Cerca fra le vecchie cose del passato il guantino della fata. Lo trova e torna a stringerlo sul cuore, consumandolo di lacrime e di baci. Ogni giorno si reca nel bosco a supplicare perché la prima moglie ritorni. Invano. Così trascorre tutto il tempo che gli resta da vivere, fino alla vecchiaia che rende bianchi e curvi, giorno dopo giorno. La piccola fata però non torna più.

Questa fiaba dal finale triste ( o semi-triste, come vedremo) si può leggere in molti modi. Anche in quelli cosmo-astrologici: la piccola fata, che cresce cala svanisce, rammenta fin troppo da vicino la luna con tutti i suoi cicli. E la donna di sfolgorante bellezza, connessa a tutti i fasti del potere, è facile metafora della luce solare. Dietro a questo eclissarsi della fatina-luna potrebbe celarsi la fine di quelle società di cacciatori che avevano al loro centro i culti lunari, soppiantati non senza dolore e senza strascichi da quelli solari.
Ma la fiaba può essere letta anche in altri modi. Il principe, che vaga nel bosco disgustato dagli artificiali splendori del palazzo (con le sue feste e le sue dame efficacemente "presentabili"), ci appare fin dall'inizio come un giovane annoiato e viziato ma interiormente nobile. Consapevole che la vera bellezza ha un piede nell'invisibile. L'incontro con la fatina lo strappa alla sua insensibilità e lo rende consapevole della poesia dei sentimenti. E' un incontro "fatale" e infatti avviene in una radura illuminata dalla luna: un luogo intimo, palpitante di vita misteriosa. Un tempio. Anzi, la zona più sacra del tempio: quella del tabernacolo, il Mihrab, il Sancta sanctorum
La fatina non è solo l'essere medianico che eleva l'animo all'amore, in una dimensione di autenticità raccolta. E' anche un'immagine bellissima dell'anima del principe. Negletta e trascurata per troppo tempo dal principe (che i genitori educano pensando solo al suo futuro di re), non ha consapevolezza di sé e non ha fiducia nelle sue capacità. La fiducia le viene dalle attenzioni del principe che trovando inadeguate alle sue aspirazioni profonde le magnificenze della vita di corte, si è finalmente inoltrato nel bosco-tempio dove ha potuto incontrarla. Per questo accanto a lui l'anima-fata cresce e prende coscienza dei suoi desideri. Al punto che davanti alla proposta di matrimonio del principe, osa formulare una chiara richiesta. Benché questa stessa richiesta, formulata con tanta circospetta determinazione, faccia pensare che la fatina dubiti almeno in parte delle promesse d'amore che le sono state rivolte. Forse ha avuto delle esperienze negative in passato, o forse ha visto qualcosa di oscuro nel cuore del principe? Questo bisogno di conferma si riscontra non di rado nelle persone tradite, le quali temendo di subire la stessa ferita cercano di farsi scudo esigendo ogni sorta di giuramenti, che hanno una funzione quasi apotropaica e somigliano più a scongiuri. L'obiettivo cui mirano infatti è quello di tener sotto controllo l'ombra maligna del traditore di cui l'altro è inevitabilmente portatore. Fatica inutile perché non sarà certo un giuramento, per giunta coatto, a trattenerla. Come non saprà cancellare la paura e il sospetto da parte di chi teme di soffrire. Nella fatina si avverte fin da subito la paura dell'abbandono, una paura che vuole assoluta rassicurazione. (E quanto si deve sentire abbandonato, e piccolo, l'uomo delle società liberali che in assicurazioni contro ogni tipo di imprevisto spende un capitale!)
La fatina del resto non ha affatto torto. Quando il principe si trova ad essere un uomo adulto, pronto ad assumere i compiti del regno, ecco che il suo cuore comincia (o torna?) a indurirsi. Fino a sentire che per un re ci vuole una donna che splenda ( gli uomini ricchi e potenti hanno sempre mogli belle e vistose, no?), non una fatina pallida e un po' selvatica. Ora a lui serve una donna che sappia ricevere, trattare con gente di riguardo e capace di reggere i compiti dell'estroversione e della realizzazione di sé nel mondo. Ecco la donna dai capelli di fiamma: giusta per le cerimonie e lo sfarzo delle esibizioni pubbliche. Ma neanche lei regge a lungo perché non è facile trovare un donna simile che non sia anche opportunista e calcolatrice. Le sue ambizioni sono fuori misura e chiedono inoltre una soddisfazione sostanzialmente personale che entra in concorrenza con l'egocentrismo del re. Il re la ripudia e torna a ricordare con nostalgia la piccola fata-anima. Recupera il guanto.
La fatina, morta al mondo a causa dell'infedeltà del principe, non risponde però alle sue chiamate. E' tornata a regnare nel bosco fra creature piccole come lei, cioè vicine alla terra (umili). Esporsi a un nuovo tradimento significa rischiare la polverizzazione totale del suo essere e questo non sarebbe giusto. Sottrarsi al mondo diventa a questo punto una questione di sopravvivenza. Non solo della sua sopravvivenza. Lei è l'anima del re. Se morisse, lui non avrebbe più speranza né vita. Diventerebbe una macchina senza sentimento.
La fatina non ha mai smesso di amarlo ma sa di poterlo fare solo restando lontana, attraverso i suoi intermediari. Il guantino posato sul cuore permette al principe di tornare a sentire con e nella carne (Signore dammi un cuore di carne). E' un cuore destinato soprattutto a soffrire, perché chi tradisce espia. Ma è meglio un cuore lacerato di un cuore di pietra. Meglio patire di non sentire. Il guantino è il simbolo del perdono della fatina che di più non può fare. Al suo posto ha lasciato il guanto, un simbolo (una sorta di "oggetto transizionale" per dirla alla Winnicott) dell'anima. In effetti come pensare a un guanto senza pensare a una mano, a una carezza (nelle cerimonie d'investitura del cavaliere, l'investito offriva al signore il suo guanto, cioè la fedeltà e l'aiuto), alla tenerezza?
Il principe-re può anche rappresentare la personalità del narcisista. Attento ai suoi bisogni, vigile di fronte alle occasioni di realizzazione personale, poco propenso a comprendere la sofferenza altrui, opportunista. Lui non è migliore della donna dai capelli di fiamma, anzi per certi versi è anche peggiore. La sua richiesta di una moglie vanitosa e mondana al punto giusto, "su misura", è una richiesta di self-control borghese che non contesta la vacuità di uno stile di vita superficiale ed effimero ma chiede solo che resti socialmente accettabile. E come spesso accade al narcisista, solamente l'esperienza dell'abbandono, della delusione, del tradimento ( esperienza ora vissuta nel nuovo ruolo di vittima) può ridestare il re al senso della sua precaria umanità, strappandolo all'arroganza e al cinismo della vita di palazzo. Un cambiamento espresso anche dal suo portamento e dallo stato d'animo: all'inizio lo vediamo vagare nel bosco insonne e malinconico ma con l'atteggiamento regale di chi si sente padrone del mondo. Dopo l'esperienza dolorosa e frustrante della negazione (il negarsi della fatina) è curvo, sconsolato, sempre più distante dal mondo. Secondo questa interpretazione la fatina è come sono spesso le donne che l'uomo narcisista cerca come compagne. Donne perseguitate dalla disistima e dal timore di comparire in pubblico. Donne che nell'infanzia si sono spesso sentite ingombranti e di peso. Donne che reiterano l'esperienza del tradimento primario (quello della madre) sperando prima o poi di poterla risolvere e "sciogliere" definitivamente. Sperando nella catarsi finale. L'alternativa per loro è tra il vivere per sempre nell'ombra di un uomo, nascondendo la propria luce. Tra l'uscire allo scoperto, sotto i raggi del sole, rischiando di scottarsi. O, infine, lo scomparire letteralmente, nella follia, nella morte, oppure, se la sofferenza ha saputo farsi percorso iniziatico, nel tempio. Nella vita mistica, senza legami umilianti, dove brilla la vera luce. La piccola fata opta per questa ultima opportunità. Ma lei è già una creatura già mistica. Viene dal bosco di tigli odoroso. Una basilica a cielo aperto.
In verità questa fiaba dice che sole e luna, maschio e femmina, persona mondana e anima, possono raggiungere la perfezione solamente insieme, senza prescindere l'una dall'altra, e che il cammino è difficile, la meta spesso (o sempre?) oltre il confine, fuori dalla nostra vista. Il guanto è il segno di un legame che la donna-sole (abbaglio della coscienza che fa coincidere la bellezza con la seduzione, il benessere, il prestigio, e niente di più) non può spezzare perché è il segno di un toccare profondo, di un congiungersi celeste, maturato nel silenzio della notte al di là del tempo e delle leggi in vigore nel giorno.

4 commenti:

  1. Mi complimento sempre per la bellezza dei tuoi scritti.
    In particolar modo per quella speciale dote (non è di tutti) di saper mescolare la semplicità degli esempi e l'elevatezza dei contenuti.

    Loredana Semantica

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  2. Loredana, grazie per l'attenzione che riservi ai miei post.
    un caro saluto
    roberta

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  3. Cara Roberta, i tuoi scritti ,sono bellissimi ,sono giorni che rileggo questo post e sento che è una storia che cura ,
    Un abbraccio
    Chiara

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  4. Chiara, grazie. Anch'io ho sentito il potere terapeutico di questa storia. Credo che la nostra anima, o se preferisci la nostra parte profonda, si senta capita e risarcita del dolore che ha subito per mano del nostro ego superbo e calcolatore o di altre persone.
    ti abbraccio
    roberta

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