domenica 3 ottobre 2010

Perdonare. Lo spirito contro la carne.

Perdonare: “atto di donazione per eccellenza”. Qualcosa di talmente libero che non si può esigere e neppure chiedere come un diritto. Nobilita chi lo fa e rende migliore chi invece ne beneficia.
Sembra tutto chiaro e facile, luminoso. Ma l’uomo è complicato. Tante sono le nature che lo abitano: sensitiva, animale, razionale, spirituale. Il perdono si muove nelle ultime due sfere. E’ atto di estroversione, che segue a un percorso interiore volto al mutamento e al “salto” esistenziale che solo l’uomo (sembra) può fare. Il perdono è davvero la “buona novella”, la libertà e l’autentica rivoluzione. La luce. Ma gli uomini, si sa, non sempre amano la luce. Qualcosa in loro preferisce invece intrattenersi nelle zone ombrose e umide dell'essere. Dove appunto si ”trattiene”. Dove si “ricorda”, nel senso di trattenere nel cuore. E fra i ricordi ci sono quelli belli e commoventi, che suscitano echi di rimpianto, e altri invece dolorosi, spinosi, trafiggenti. Soprattutto ci sono le ferite che altri ci hanno inflitto. Ma anche le ferite che abbiamo inflitto, e spesso (strano vero!) tutte queste ferite si collegano e formano un’unica grande ferita. Perdonare gli altri e perdonare noi stessi è lo stesso movimento: s-cordare, di-menticare: strappare fuori dal cuore e gettare nell’oblio, privarsi della mente dove è dolorosa per non provare più ri-sentimenti, ri-morso. E il prefisso di queste parole “ri” (dal latino “re”, con valore di ripetizione) basti a farci capire quanto ci sia di puramente conservativo e di meccanicamente ripetitivo in queste condizioni dello spirito.
Per quale ragione perdonare (e perdonarsi) è così difficile se ri-cordare è così penoso? Non sarebbe facile e bello spogliarsi di tutto quel passato che in fondo non esiste più e gettarlo fuori da sé, lontano, lasciandolo morire alla luce del sole come uno di quegli spiriti immondi che possono sopravvivere soltanto nel buio?
Perché tornare ad arrovelarsi sui torti patiti, su quelli commessi, perché quell’oscuro e morboso piacere di farsi del male e macerarsi nel vittimismo e nella colpa? Andare a toccare le vecchie ferite e scoprire con un senso di macabra rassicurazione che sono ancora lì, pronte a riaprirsi e a trascinarci nel passato?
Forse perché il cambiamento a cui aspiravamo perdonando non è avvenuto. Forse non abbiamo davvero perdonato o forse l’altro, cui andava il nostro perdono, non ha accettato il dono, lo ha respinto indietro al mittente. Perché gli uomini a volte, come abbiamo rammentato, preferiscono le tenebre alla luce, per continuare a nascondersi, a mentire e a mentirsi, per fingere di essere ciò che non sono.
A volte la ferita ricevuta nel passato è troppo grande. Solo un miracolo potrebbe chiuderla. E il miracolo è un atto di eccellenza ancora superiore. Lo spirito è debole e la carne resiste, ogni tanto si fa sentire. Preme sull’anima, ci costringe a fissare lo sguardo sul ricordo umiliato dalla di-menticanza (un “ri” contro un “di”: due movimenti opposti: l’uno conservativo e castigante, l’altro distruttivo e liberante) e come Medusa ci paralizza con la memoria, annullando l’effetto benefico del cambiamento innescato dal perdono. Nonostante l’atto di eccellenza che ha nobilitato e come liberato la nostra anima, resta la ferita: la spina nel fianco di cui forse non ci si potrà mai del tutto liberare. Noi siamo fissi sulla memoria. O almeno una parte di noi: quella più tenebrosa e torva, legata al sangue e alla carne. E’ quella della “nera dea che guarda i cattivi”. Dove i cattivi sono i fantasmi delle offese ricevute o date nel passato. Le umiliazioni, le crudeltà che senza perdono hanno bisogno della vendetta. Infatti l’uomo antico pre-cristiano esigeva la vendetta. Rimedio indispensabile per curare un’anima offesa con il risarcimento. Ma la vendetta non faceva che perpetrare l’offesa e spesso un solo torto costituiva il primo anello di una catena sconfinata di delitti. Oggi ci troviamo a vivere in un mondo in cui vendicare o vendicarsi è giudicato dalla società illecito o almeno squallido. Il perdono però non ha riconoscimenti. Nessuno chiede perdono per il male fatto e perdonare diventa difficile. Viene in mente quell’episodio dei Promessi Sposi in cui un giovane fra Cristoforo chiede perdono ai parenti dell’uomo che in un impulso di rabbia e per vendicare l’amico ha ucciso. E’ così pentito e addolorato che gli offesi, quasi immedesimandosi nel suo dolore, perdonano, rimunciando ai propositi di vendetta. Ed è bellissimo. Una meravigliosa festa del perdono che ha i fasti di una grande cerimonia. Perché perdonare completamente in sordina, con il perdonato che magari fa addirittura l’offeso (cosa che in questo mondo confuso può anche accadere), è molto molto difficile. Non che ci vogliano cerimonie ma almeno riconoscimenti. Anche solo un grazie, ho capito, senza tante solennità.
"Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno" è esemplare e resta per sempre nella storia. Perdonare pensando alla miseria degli altri. Come se la legge dello spirito possa ammettere ignoranza. E l'ignoranza perdonata salva. E' qui che il perdono sconfina nella santità un po' folle. Smisurata. Oppure nell'assurdo. Dipende dai punti di vista.

17 commenti:

  1. In ogni senso il perdono non ha una valenza solo altruista. Il perdono è un atto interiore profondissimo; preso dentro di se' è una medicina potente, definitiva e donato all'altro diventa in qual modo trasmissione, diventa Via. Con il perdono non sei solo oltre l'accaduto (il passato), ritorni al Momento Presente (e questo è uno stato di grazia).
    Takuan il monaco istruiva il giovane irascibile Myamoto Musashi (il famoso samurai del 1500), nell'impresa chiede aiuto ad un famoso forgiatore e lucidatore di spade. Musashi richiede al lucidatore la sua abilità per meglio preparare la propria spada a fronte dei numerosi duelli. Il lucidatore, in accordo con Takuan, rifiuta e Musashi, colpito nell'orgoglio, se la lega al dito.
    Ma anni dopo Musashi torna a far visita al lucidatore e gli dice: "... grazie di aver lucidato la mia anima".

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  2. Quel perdono che può acquietare la tua anima, darle tregua, rimarginarne anche le più crudeli ferite,consentire di riconquistare un equilibrio di serenità è possibile soltanto quando l' offesa o la sofferenza subìte non abbiano travalicato i limiti di ciò che sentiamo universalmente come "umano".
    Oltre, è necessaria la Fede, senza la quale non è possibile esercitarlo.
    Il bisogno di Giustizia è in noi radicato, come primario e generale patrimonio culturale (e forse non soltanto)della specie.
    Non possiamo prescinderne, se non ricorrendo ad un' Idea di trascendenza, che, oggettivamente, non appartiene a tutti. Il credente confiderà in quella divina e delegherà a Dio la superiore vendetta e l' onere del castigo. Questo gli recherà sollievo, ma non cancellerà le colpe.
    Non è invece altrettanto possibile per l' ateo, cui l' idea che i responsabili di crimini verso l' umanità possano beneficiare del perdono sociale, lede profondamente il suo stesso viscerale sentimento della Giustizia, che deve essere esercitato qui, sulla Terra, tra i suoi simili, nel consorzio umano. E non per odio, ma per amore degli uccisi.

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  3. Il problema Sirio è che non è facile stabilire chi ha fede e chi non ce l'ha. Ciò che viene consapevolmente professato spesso è sradicato da ciò che è vero in profondità. Spesso gli uomini apparentemente di fede hanno mirato alla vendetta e altri apparentemente atei hanno saputo perdonare.

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  4. E' verissimo, Anonimo, ma quella che sollevi non è questione che possa riguardare altri se non i singoli possessori della loro propria coscienza.
    La mia considerazione presuppone l' esistenza di un essere umano capace di onestà morale nel suo stesso ed imperscrutabile intimo.

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  5. Tu vuoi dire che la giustizia terrena esige il risarcimento? Il perdonato deve comunque espiare e solo attraverso l'espiazione può ottenere il perdono? E' quello che pensa J. Hillman ad esempio, come risulta dal saggio Il tradimento.

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  6. Voglio dire che chi non può credere in Dio, deve poter credere nella Giustizia umana e nelle Leggi e che il perdono può essere ottenuto soltanto quando colui che ha scelto di infrangerle sia messo nelle condizioni (dopo la necessaria punizione)di essere reintegrato nella collettività. La punizione del delitto è indispensabile all' anima umana. Chi lo compie si pone al di fuori degli obblighi "sacri" che devono mantenere coesi gli esseri umani, attraverso il loro unanime riconoscimento.
    D' altro canto, se ci pensi, Niamh, neppure chi perdona in nome di Dio e della compassione intende azzerare davvero la colpa - perché, soprattutto quando il delitto è nefando ed orribile, esso oltraggia il nostro stesso senso di umanità (l' "orco" di questi giorni..., gli "orchi" nazisti, quelli dei genocidi, i carnefici dei bambini...)- : preferisce rimetterne il giudizio in mani superiori ed onniscienti. Io credo nel principio della responsabilità personale, sempre.

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  7. Forse non c'è solo questa differenza tra chi ha fede in Dio e la visone laica-civile della responsabilità, dei delitti, delle pene e della conseguente espiazione. Nel modo di vedere orientale (karmico) sei punito non PER le tue azioni, ma bensì DALLE tue azioni. Il peso di quel che fai, semplicemente ti ritorna.
    ... ma credo che Niamh volesse parlare più di chi perdona piuttosto che del perdonato o meno. Ciao

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  9. Davanti alle leggi che regolano la vita civile il colpevole deve espiare secondo quanto stabilito. Ma l'espiazione deve configurarsi comunque in senso iniziatico, portare a un cambiamento profondo. Altrimenti l'esistenza punita è fregata, persa, sprecata. E io penso che nessuna esistenza meriti questo.
    Credo anch'io, Aiace, che sia poi la colpa stessa a punire il colpevole. Ma il perdono che posto ha nella visione karmica?

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  10. ... intendi chiedere se il perdono ha un effetto nel karma del perdonato? Ciao

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  11. Mi chiedo se il perdono non possa liberare dai pesi del karma. Ma forse questa domanda non ha senso e io ho una idea un po' meccanica e fatalista del karma. Ci sto pensando.
    Il pensiero occidentale ha spesso esaltato l'istante, che rompe ogni continuità, e con l'istante la libertà. Per intenderci, il buon ladrone di Giovanni: un istante di compassione riscatta una intera vita da delinquente e apre al Paradiso. Dal punto di vista del Karma ciò sarebbe possibile? Immagino che in questa domanda ci sia qualcosa di talmente ingenuo ( e forse di scemo) che ti farà ridere, ma io sono piuttosto ignorante in materia.
    ciao

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  12. ... oh, questo in qualche modo mi rassicura; vuol dire che siamo almeno in due!

    Sul peso del karma e le sue leggi meglio di qualunque cosa potrebbe istruirti la vita di MIlarepa. Ne aveva combinate di assai brutte in gioventù (pur avendone, secondo arida logica, una certa ragione). Arrivò a pentirsene anche velocemente, ma il pentimento, di per se', non è piena comprensione, non è espiazione e non è abbandono dell'ego. Marpa, accettandolo come allievo con statuto separato dagli altri, isolato dagli altri, lo sottopose ad un severissimo insegnamento e per sei anni lo costrinse a faticosissime prove. Perché? E' quel che in sanscrito viene definito come Karma-Yoga, ossia la disciplina di cui Milarepa (e magari non altri) necessitava. E' lavoro, duro lavoro. Ad altri, con simile passato ma uguale intenzione di redenzione, forse sarebbe toccata altra strada, Bhakti Yoga, sviluppo della Devozione e dell'Amore? Non so. Lui, che tanto velocemente aveva arrecato lutto e dolore, ora aveva una prospettiva di riparazione incerta, anni, anni.
    Milarepa con grande abnegazione fece quel che gli venne richiesto da Marpa e facendo imparò ad aspettare, fino a quando si dimenticò anche che stava aspettando e cosa stava aspettando. Senza guadagno, nessuna ricompensa. Solo allora, nell'eterno tempo presente, non più passato non più karma. L'illuminazione insomma. Predicò fino all'età di 84 anni.
    Ma qui parliamo di personalità eccezionali (santi?) e la strada non è uguale per tutti; nella maggior parte dei casi vi sarà una progressione ed il tuo karma ti riproporrà proprio laddove avevi interrotto.
    Non posso aver certezze sul buon ladrone. Giovanni, Dismas (aldilà della confusione che un po' mi generano le diverse versioni di Luca e di Nicodemo, l'assenza nel Vangelo di Matteo), se la qualità della sua compassione è quella del lampo che tutto trascende non posso che pensare, per la mia sensibilità, che le storie siano simili.
    Nel buddismo mahayana è la vetta più elevata la compassione "... faccio voto di salvare ogni essere senziente.."
    Un altro aspetto del rapporto karma-perdono è proprio quel che riguarda le conseguenze dell'atto, vero, non formale, non sociale, non circostanziale, che l'ingiuriato compie ed offre perdonando chi l'ha offeso. E' già detto cosa comporti a chi perdona, ma al perdonato? Cosa succede, come influisce, influisce? Io noto nella visione orientale una certa qual ritrosia a parlarne. Data l'enfasi che si pone sul valore della Via nelle discipline orientali, è probabile che si tema un attaccamento ad una visione dualistica, compensatoria e deviante. Ma non posso fare a meno di notare che ogni Maestro, Lama, Yogi d'oriente sostanzialmente si prende carico del karma degli allievi. Ovvero se lo prende su di se'. E in questo noto una forte similitudine con il "...prego per te" del cristiano. Da qui mi ridomando come influisce il perdono sul perdonato?

    Ciao. Spero di aver detto al meglio le mie banalità da balordo sincretista.

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  14. Aiace, mi hai scritto delle cose molto importanti e belle, che fanno anche capire quanto sia profonda la tua ricerca. Sulla tua domanda voglio riflettere. Per adesso penso solo che sia molto più facile perdonare che lasciarsi perdonare.
    Ciao
    roberta

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  15. ... è vero. Victor Hugo ha descritto mirabilmente quello stato d'animo dilaniato quando Jean Valjean è accolto con amore dal vescovo di Digne.

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  16. Jean Valjean...! avevo pensato anch'io a lui e a quelle pagine straordinarie dei Miserabili.

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