venerdì 26 novembre 2010

Gli stupri collettivi del 1944 e il silenzio della memoria


Il 25 novembre è un giorno che il 17 dicembre del 1999 l'Onu ha voluto dedicare alla lotta contro la violenza sulle donne.
In questa particolare occasione io voglio perciò ricordare una vicenda storica particolarmente drammatica, che ha per protagoniste non solo ma soprattutto le donne. Una vicenda ormai lontana nel tempo, pressoché ignorata dai manuali di storia e sottovalutata dalla storiografia, per quanto copiosa, del secondo conflitto mondiale. Una vicenda che non ha mai riempito le pagine dei giornali, non ha mai scosso le coscienze. Mi sto riferendo alle "marocchinate", gli stupri collettivi a cui negli anni 43-44 furono sottoposti soprattutto donne, ma anche uomini (e perfino bambini) in alcune zone dell'Italia centro meridionale, durante l'avanzata dell'esercito coloniale francese maghrebino. Violenze che lasciarono dietro di sé una scia di dolore, solitudine, angoscia, che nessuno cercò di alleviare e curare. Al contrario: da smaltire in silenzio, in un contesto fatto di vergogna, umiliazione e condanna. Per tenere l'onta della violenza subita nascosta, anche a quei mariti che tornando a casa dalla guerra volevano riprendere la vita di prima.
Nel 1943 l'esercito alleato sbarcato in Sicilia, avendo subito perdite che potevano comprometterne l'avanzata, chiese aiuto alle forze francesi che inviarono il Corpo di Spedizione Francese, al comando del generale Alphonse Juin: 130 mila uomini, tra cui 12 mila soldati marocchini e algerini (i goumiers). Per entusiasmarli al compimento dell'impresa sembra che il generale Juin inviasse ai suoi goumiers questo proclama (della cui autenticità però, che scaricherebbe la responsabilità dei fatti quasi interamente sulle sue spalle alcunii storici dubitano): "«Soldati!...Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c'è un vino tra i migliori del mondo, c'è dell'oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all'ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per 50 ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete» ( vedi "Il Corpo di spedizione francese in Italia 1943-1944", di Fabrizio Carloni, ed. Mursia).
Ai goumiers venne affidata la conquista della dorsale dei monti Aurunci. I villaggi che essi incontrarono precipitarono nell'incubo: umilazioni e violenze inenarrabili: "circa 2.000 donne oltraggiate," denuncia una relazione degli anni '50 (sottostimando il numero delle vittime, molte delle quali per una sorta di pudore preferirono non denunciare) "affette da sifilide, il 90 per cento da blenorragia; molti i figli nati dalle unioni forzose - Il 40% degli uomini contagiati dalle mogli. L'81% dei fabbricati distrutto, sottratto il 90 per cento del bestiame, gioielli, abiti e denaro» .
Il Vaticano dovette chiedere agli alleati di far entrare a Roma solo forze cristiane, sperando di evitare così le violenze peggori e ritenendo forse che in quei comportamenti vi fosse una componente "culturale" tipica dello spirito guerriero maghrebino, ancora legato a un'idea tribale di guerra: razzia, bottino, stupro, strumenti per fiaccare il nemico "corrompendone" il sangue. Un'idea che male si accordava con quella dell'esercito alleato come di una forza liberatrice.
Questi stupri di massa, preceduti da comportamenti primitivi già sul percorso Licata-Gela, esplosero nella provincia di Frosinone, colpendo particolarmente il paesino di Esperia, e continuarono in alcune zone del Lazio e della Toscana. Laddove non vi erano sufficienti donne, i goumiers si sfogarono sui bambini e perfino sui vecchi. Un sacerdote (Don Alberto Terilli: lo nomino perché è un eroe. Chissà se gli hanno intitolato una scuola, una piazza...) cercò di difendere tre donne: le sevizie a cui fu sottoposto per vendetta nel corso di un' intera notte lo uccisero. Molti uomini, accorsi a proteggere le loro donne, vennero impalati. Le madri che cercano di difendere le figlie furono uccise a fucilate e magari violentate: Elisabetta Rossi, Margherita Molinari ... ricordiamole! Ma i nomi sono tanti, la Liberazione in posti comeEsperia è stata la liberazione degli istinti, l'orgiastica esaltazione del diritto dei vincitori. Ci pensino bene quelli che sottovalutano il contributo della resistenza partigiana attribuendo al solo esercito il merito della caduta del fascismo. L'esercito alleato è stato anche questo: le marocchinate.
Negli atti parlamentari relativi alla seduta del 7 aprile 1952, scrissero che "questo è uno dei casi più dolorosi della guerra; uno di quei casi che è meglio dimenticare". Infatti è stato dimenticato, perché non se n'è parlato per molti anni. Moravia vi ha fatto esplicito riferimento nel romanzo La ciociara, che ha poi ispirato un celebre film, ma neanche questo ha saputo tradursi in consapevolezza storica. Io credo invece che sarebbe compito di chi scrive la storia anche risarcire chi la storia l'ha dovuta subire.Chi ne è stato risucchiato e maciullato. Si tratta in fondo di un risarcimento "manzoniano": lo stesso cioè che ha ispirato allo scrittore milanese la "Storia della colonna infame".
Purtroppo non potremo far pagare ai responsabili di questo massacro il peso delle colpe commesse: né allo stramaledetto generale francese Juin (ma è certo che anche personaggi ben più influenti, come lo stesso De Gaulle, fossero al corrente delle violenze dei maghrebini, tanto da provvedere ad inviare alcune decine di prostitute africane, che però non giunsero in tempo per calmare i loro bollenti spiriti). Anzi, la Francia mantiene ancora secretate tutte le informazioni relative alla vicenda. Noi possiamo solo ricordare le donne (tante morirono in seguito alle violenze e alle infezioni contratte, tante ebbero la vita rovinata), gli uomini, i bambini...tutti innocenti davanti ai carnefici di turno armati dall'indifferenza del potere. Li ricordiamo tutti perché non accada mai più.
Una domanda: perché se ne continua a parlare così poco? La rielaborazione del trauma da parte delle popolazioni colpite (non da parte degli individui che dal dolore non si libereranno mai più) avrà certo richiesto molto tempo e questo, accanto al moralismo reticente e un po' sessuofobico imperante negli anni cinquanta e sessanta, può bastare a spiegare l'iniziale silenzio sui fatti (una vera e propria rimozione collettiva). Ma adesso?

F. Carloni - Il corpo di spedizione francese in Italia, 1943-1944 - Milano, Mursia, 2006

Atti parlamentari - 37011 - Camera dei Deputati, "Seduta notturna di lunedì 7 aprile 1952"

martedì 9 novembre 2010

L'amore mannaro


Secondo l'OMS la prima causa di mortalità nella popolazione femminile tra i 25 e i 44 anni è la violenza. E' calcolato che ogni otto minuti, nel mondo, una donna viene uccisa. In Europa spetta all'Italia il triste primato del più alto numero di omicidi in famiglia. Un primato che sembra aver ispirato sceneggiatori e scrittori, i quali hanno attinto a piene mani alla cronaca nera mettendo insieme storie di facile impatto, buone per romanzi e serial televisivi di successo. Il vecchio oraziano carpe diem, insomma. Una trasmissione televisiva svolgeva su Rai 3 il tema declinandolo intorno ai casi di cronaca nera, quelli di donne uccise dall'uomo che amavano: si intitolava "Amore criminale". Un titolo riuscito (al di là della qualità del programma che non posso giudicare non avendolo seguito). Perché spesso il movente di maltrattamenti, soprusi, omicidi è l'amore, o qualcosa di vicino all'amore. E in particolare all'idea che l'amore ( quello erotico) sia tutta la vita. E il resto solo un corollario. Un'aiuola fiorita intorno alla Maison d'Amore, il potente Signore armato di arco e freccia.
L'idea non è affatto nuova. E' il prodotto dell'Amor cortese dei romanzi bretoni. Tristano e Isotta trasudano tragedia, sangue, morte. La idealizzazione della donna, signora e padrona del cuore del cavaliere, trasforma i seguaci d'amore in fedeli al servizio di una specie di Iside castellana. L'amore è una fede, con le sue cerimonie, il suo simbolismo, i suoi sacerdoti. La Chiesa non ha osteggiato a caso la diffusione dell'amore cortese, riconoscendo in esso il rischio di una regressione idolatrica. E Dante, preceduto in questo da Chretien de Troyes, non l'ha condannato invano.
Ma la sublimazione della donna non fa bene neanche a lei, anzi. Perché la costringe a rinunciare alla sua umanità: agli slanci, alla rabbia, alla lotta, imbalsamandola nella forma di una bambola di cera, bella e distante. Facendone un polo d'attrazione completamente identificato nell'archetipo del femminile, che, proprio in quanto archetipo, può esprimere al suo massimo grado il femminile ma non la donna. E con la donna perciò non va confuso.
In rapporto con la donna archetipale (femminilità nuda e cruda) l'uomo si configura necessariamente come il suo polo opposto, identificandosi tout court nell'archetipo del maschile, ben finalizzato, sempre in missione, proteso nella conquista attraverso cui portare a compimento la realizzazione di sé. La conquista di cosa? Ma di tutto quanto conduce al femminile, ovvio, provocando nel femminile l'eccitazione che a sua volta provoca l'orgogliosa esaltazione (-erezione) del maschile. E' una polarità che ha il suo senso e il suo equilibrio finché rimane confinata nel mondo disincarnato dei modelli archetipali. Applicata alla realtà dei rapporti umani è folle e distruttiva. Perché non tiene conto della complessità del mondo reale. E certo Dante l'aveva capito: dietro alla stilizzazione dell'amore tipica della cultura cortese e provenzale, c'è di fatto una stilizzazione dell'esistenza e un rifiuto del suo carattere personale come pure dell'incarmazone. E questo in nome di una riduzione del reale ai suoi principi primi, intellettuali ed astratti. Agli arché, scambiati per spirito.
Ma se la donna è il solo fulcro e il solo scopo di quest'uomo così maschilizzato, perderla significa per l'uomo cadere nel baratro della disperazione. Restare senza centro e senza fondamento, un po' come il mistico che perde la fede. Una sorta di follia colpisce gli innamorati delle storie di amore cortese quando si trovano privati dell'oggetto del loro amore. Si pensi alla storia di Troilo e Criseide narrata da Chaucer. Troilo, che si è messo completamente al servizio di Criseide, onorandola come una dea, smarrisce letteralmente la ragione quando viene a sapere della relazione che la donna ha intreccciato con Diomede. Accecato dal dolore, cerca in battaglia di uccidere il rivale gettandosi da folle nella mischia e finendo invece ucciso da Achille.
L'origine della violenza che l'uomo ferito dall'abbandono scatena contro la donna,e non raramente contro se stesso (l'omicidio-suicido del marito che non riesce ad accettare la separazione), si annida già nella concezione di amore erotico che in Occidente si è affermata attraverso la letteratura buona e cattiva, le canzoni, il cinema. E' facile per una donna lasciarsi ingannare da chi, vestendo i panni del principe innamorato e carico di doni, nasconde (spesso senza saperlo) un cuore da lupo. Cortesia, rose, belle parole... perché resistere? Intanto il bel principe provvede a enfatizzare la magia della relazione che lo unisce alla sua dama, tanto che presto ogni altra relazione finisce per apparire scialba, inutile, prosaica. Le amicizie, i rapporti di lavoro, gli interessi che finora hanno riempito bene o male la vita della donna sbiadiscono fino a scomparire. Adesso ci sono solo lui e lei. Yin e yang. Non più due persone ma due "forze": la loro reciprocità è fatale. Scritta nel destino. E dopo l'entusiasmo, la passione, la poesia, fa capolino a poco a poco la tristezza, frutto dell'impoverimento esistenziale provocato dalla rinuncia. Dalla rinuncia alla carne, all'impegno a realizzare la propria personale irripetibile complessità. E anche alla "ciccia" delle passioni, degli interessi magari un po' puerili, degli hobbies. L'amore è criminale ancora prima di degenerare in tragedia, quando annulla la personalità di uno dei partners, o magari di entrambi, benché generalmente ce ne sia uno in grado di trarre dalla situazione più vantaggi. Il manipolatore, il più furbo o quello che è abituato per cultura a sfruttare le ambiguità di una situazione squilibrata. L'uomo perciò. E' lui quello che, generalmente parlando ( e con tutte le possibili eccezioni) ricava i maggiori vantaggi dalla solitudine e dalla stigmatizzazione della coppia. Lui infatti, in quanto polo maschile, tradizionlamente attivo, mantiene l'iniziativa e anche una certa intraprendenza. Per questo non è raro che il cavaliere abbia anche altre avventure di carattere erotico o viva imprese esaltanti, mentre la dama nel suo castello attende e "attira". E tuttavia la sua presenza è vissuta come salutare e necessaria all'uomo che non può in nessun modo accettare di perderla.
Oviamente questa analisi si applica laddove l'amore criminale non ha altre giustificazioni, come quelle di una cultura profondamente arretrata e maschilista, volutamente oppressiva e umiliante verso la donna. Ma dove l'aggressione maschile giunge per così dire inaspettata e l'amore, strappandosi di dosso le penne e le piume dell'angelo, si rivela "mannaro".

domenica 7 novembre 2010

Un punto della tua luce


Ecco la mia breve silloge "Un punto della tua luce", segnalata al Premio Gozzano nella sezione silloge inedita. Ieri ho partecpato alla cerimonia di premiazione che si è tenuta alla Sala Benzi di Terzo, un gioellino di architettura medievale posto sopra una lieve collina, non lontano da Acqui Terme. Tanta poesia e sensibilità. Tanta raccolta bellezza.
L'Italia è anche questo.


un punto della tua luce mi ha sognata

I

quella è alba
per me


II

rimangono dentro gli osanna
memorie di quando
il troppo candore non feriva

fioriture dolci
placano i pori
amari della scorza


III

io
e queste bestiole che fiutano
siamo qui per vedere il tuo silenzio

il vento
ci butta in faccia il velo
della sposa rapita

(vede solo chi non vede niente,
è questo che vuoi dire?)


IV

fuochi bagnati dal verbo
scaldano le anime a venire

non bruciano
muovono essenze

V

dio apri
ho le nocche rotte dal picchiare

questa porta di legno immarcescente
è dura

fa male

la sua sostanza regna sulle soglie
dove dovresti essere tu

usurpa te
che lasci fare

VI

a volte sbaglio

tocco il fiore del male a mano aperta
e mi rimane sul palmo
una lanugine chiara
malvagia

tutto il fiato del mondo non basta
a staccarla


VII

è fisica della trasparenza

l’essere
che sgrava in controluce

vedi la rossa filigrana
come conduce all’altro
allo straniero mite

la giornata è di ghiaccio e chiara
le montagne spalancano il confine

tu soffi la lana dell’anima
verso ovili flautati
dove la carne è mandorla

(spezzata, si sguscia)


VIII

l’alta marea delle tue stelle

sfiora gli orli
dell’anima addormentata

prodigio del latte che tracima...

nel cielo ancora in boccio
scorre il divenire


IX

dovrò restituirmi a te (lo so)

e mi sarebbe piaciuto
esser ramo d’aprile


X

insisti nel tuo amore che ramifica
oltre i varchi
della trasmigrazione

la pietra va nel sogno
come nuvola belante
e le notti raggrumano
in neri scintillii
indivisibili


XI

è bosco il tuo risorgere:
odore d’ erbe profonde
porta alla luce il daino

stanno i morti in bilico sul filo
cinguettando


XII

incontriamoci qui
nel liquido segreto delle vie
sono o non sono
asole d’acqua dolce
quelle in cui ti sei legato a noi

per sempre?