mercoledì 28 dicembre 2011

Esilio di voce di Francesco Marotta



Non sarò io a commentare l'ultima opera di Francesco Marotta ( “Esilio di voce”, ed. Smasher, 2011) Altri l'hanno già fatto, anche splendidamente.
Io desidero solo sostare sui versi come un uccellino su un ramo. Voglio mostrarveli e basta. Indicarvi la spaccatura attraverso cui il poeta fa scivolare il suo miracolo, rompendo anche per pochi istanti la freddezza del mondo che l'ha devastato.
Lo spirito del poeta erra sull'abissalità di un dove opaco (il gorgo immobile di una spaventosa rivelazione), portandosi dietro le radici materne che lo avvolgono di fili sottili e lo trattengono sulla soglia di un tacere vibrante di senso. E' un re tragico dalla vista profonda e le pupille cucite forse per troppo disgusto. E proprio il suo errare -un andare dappertutto, un po' zoppicante, da "re dell'azzurro" - ce lo rende simile e fratello. Sempre vicino.
Il pesante cammello della disillusione passa attraverso la cruna dell'ago e l'esilio trova il suo dire - “da una crepa del vivere / apre le porte alla lingua”.
Noi ascoltiamo.

La raccolta si compone di tre parti: Imago, Speculum, Vulnus.
Ecco i bellissimi versi posti ad incipit di ciascuna.

IMAGO
si inciampa in un grido
che si dissangua in luce
ogni volta che guardiamo le stelle
nessuna soglia ci separa dall’assenza
nessuna parola così profonda
da poterla tacere

SPECULUM

sarà parola solo l’incompiuto legame
che irrompe dalla cruna delle labbra
e allarma gli specchi del risveglio
indossa l’arte di contarsi ferita
e di affidarsi al flusso interminato
che spazza il sangue in refoli di nebbia
parvenze animate a farsi voce

VULNUS

ci vuole la luce violenta di un rogo
per accostare l’abisso di volti che migrano
immaginare una sosta tra fioriture di imbarchi
liberare le tue labbra dal gelo
madre che parli l’infanzia dei giorni

Esilio di voce
scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite
ci accomuna la conta differita dei morti
la mano adusa a separare codici e correnti
dal gorgo dove si adunano le ore
indicibile chiusa
di apocrifi in sembianti di volti
di giorni in forme declinanti
di parole

quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio
guarisci il dubbio trafitto
dall’ansia di essere riparo malattia
a cadenze autunnali guarda gli sterpi
che ti battono un’altra luce
sui fianchi e nell’ombra che sale
gioca il sogno di un confine
sospeso la tua pelle si stacca aggiunge
ore ai tuoi segni al graffio che resta
dove togli parole
ai tuoi occhi
assenza che sia illuminata erosione
un luogo che i sensi coincide
a un poi di riflessi se colma l’immagine
di grandine di minerali celesti e trascina
a ogni singola mano sangue di fuga
all’occhio l’identico accordo l’energia
perversa di un dono l’attrito
di maschera e volto
impaziente del balzo
è un abbaglio la morte la polvere
sbrina il suo vento sull’acqua un abisso
d’aria e correnti
che l’arte della pietra modella
per l’oblio materno dell’alba

sabato 24 dicembre 2011

Natale



Un’omelia di Natale che l'arcivescovo Oscar Arnulfo Romero pronunciò nella cattedrale di San Salvador il 25 dicembre 1977, tre anni prima di essere ferocemente ucciso a causa della sua opposizione alla dittatura salvadoregna e del suo impegno sociale in difesa dei poveri.
Un solo colpo lo uccise recidendogli la vena giugulare mentre, celebrando messa, alzava l'ostia della comunione.
Penso che credenti o non credenti (che senso hanno queste definizioni poi...), le parole di Romero ci vengono incontro
.

"... come sono belli i piedi di colui che va annunciando la pace sulle montagne, che va annunciando la libertà dei popoli oppressi. È Cristo quel misterioso messaggero. Questo è il canto di Natale, il messaggero che viene con piedi d'uomo per posarsi sulla terra e insegnarci a camminare, con le piccole mani di un bambino che saranno le mani di un Maestro Divino che un giorno saranno inchiodate alla croce. Il messaggero che viene col cuore dell'uomo che ha imparato ad amare, nell'amore verginale di Maria, le esperienze umane della casa della terra; e che ha imparato dal suo padre secondo la legge, san Giuseppe, l'onestà nel lavoro. Un uomo che ha imparato tra gli uomini ed è vissuto tra gli uomini. Che ha voluto farsi in tutto simile agli uomini, tranne che nel peccato, come dice chiaramente la Bibbia. Tutto il resto che noi sentiamo Cristo l'ha sentito: fatica, tristezza, sconforto, solitudine, gioia, speranza, amicizia. Dio in Cristo ha sentito tutto ciò che sente il cuore dell'uomo. Per questo Cristo è la rivelazione dell'uomo a se stesso.
VORREI AGGIUNGERE che queste cose così belle non le apprenderemmo adesso, a venti secoli di distanza da Cristo, se non esistesse un'istituzione fondata da Cristo stesso chiamata Chiesa. La Chiesa è la manifestazione di Cristo, come Cristo è la manifestazione di Dio. La Chiesa manifesta Cristo agli uomini di tutti i popoli. Grazie alla Chiesa, l'impronta di Dio in Cristo sarà presentata agli uomini di tutti i tempi, affinché essi scoprano e vivano la loro vera grandezza, la loro vera vo¬cazione. Se non fosse per la Chiesa, questo lampo della gloria di Dio nella notte di Betlemme sarebbe morto quella notte. Nella migliore delle ipotesi, in quegli anni, si sarebbe raccontato il fatto come qualcosa di già avvenuto. Ma il bello è che questa liturgia di Natale del 1977 sta rendendo presente la nascita di Cristo a Betlemme, come se avvenisse ora. Oggi non è solo Betlemme, è San Salvador, è tutti i villaggi che sono sintonizzati alla radio, è tutte le comunità, tutti i caseggiati dove si sta ascoltando questo messaggio della Chiesa.
Ho il grande onore, oggi, di essere la voce della Chiesa, di annunciare la nascita di Cristo agli uomini del 1977 e di dire loro che sopra tutte le gioie - o meglio, dando ragione a tutte le gioie del Natale -, c'è una cosa che molti non comprendono: l'allegria per il fatto che anche chi non è credente celebra il Na¬tale. Anche i nemici dellaChiesa, quelli che quest'anno hanno calunniato e diffamato la Chiesa, si stanno avvalendo della Chiesa per questa gioia del Natale. Ecco perché ho detto, nei miei auguri di Natale, che nel mio cuore di pastore non c'è alcun risentimento nemmeno per le offese personali. Nessuno può togliermi la gioia di dire ai miei stessi nemici: Buon Natale! Questo messaggio non è mio, ma appartiene alla Chiesa, che da Cristo sta portando felicità e gioia, anche senza che questa venga compresa.
La Chiesa, prolungamento dell'Incarnazione di Cristo, ha una parte umana e una parte divina. Come il bambino Gesù ha membra umane prese dal grembo di una donna, ma ha un elemento divino che non proviene dalla Vergine Maria, ma dal Padre eterno, che ha mandato il suo Verbo, la sua parola, affinché si incarnasse in queste espressioni umane che la Madonna ha dato a Gesù bambino. E così abbiamo che la Chiesa, essendo come Cristo da un lato umana (la parte che le diamo noi uomini) e dall'altro divina (la parte che viene da Dio) deve essere la meravigliosa combinazione dell'imperfetto e del divino. Come Cristo, che come uomo si stanca, soffre, ha debolezze umane, ma che come Dio non si stanca, è infinito, perfetto, anche la Chiesa, in quanto umana non ha ragione di vergognarsi delle mancanze umane.
SIAMO TANTO UMANI come voi, nemici della Chiesa, e capaci di odiare tanto. La Chiesa è umana e può anche cadere nel peccato del disamore. Nella sua parte umana la Chiesa sente quello che sente ogni uomo, sente il disprezzo, sente il desiderio, sente la tentazione. Ma in quanto divina la Chiesa è impeccabile. Il bambino Gesù, in quanto Dio, può affrontare tutti gli uomini e dire:«Chi di voi mi può rimproverare un solo peccato?». Anche la Chiesa, come incarnazione del divino, può dire a tutti gli uomini: «Potete rinfacciarmi molti difetti e peccati degli uomini, ma sfido chiunque a rinfacciarmi un solo peccato come istituzione divina». Che un giorno abbia insegnato la menzogna, l'odio, la violenza, mai; perché l'amore di Dio che lei incarna è impeccabile, è divino, è incarnazione di Cristo.
Perciò la Chiesa, fratelli, continuerà a proclamare la sua parola di manifestazione di Cristo nella storia (...). La Chiesa non deve essere temuta, è il messaggio di Cristo che è venuto nella notte di Betlemme.
Ma una cosa, fratelli: questa Chiesa, come Cristo, si sviluppa anche in una notte di tenebre. Così dice la lettura del Vangelo di Giovanni: «È venuto a questo mondo e questo mondo non lo riconobbe». Le tenebre non sono riuscite a comprenderlo. Che tristezza pensare che questa luce, che questa vita di Dio, che l'amore infinito che il Padre ha in Cristo e che la Chiesa continua a offrire agli uomini, gli uomini non lo vogliano capire. Non è che Dio abbia reso alcuni capaci e altri incapaci di capire il messaggio di Cristo. Il segreto sta nella libertà di ciascuno. Il segreto è riposto nella buona volontà con cui alcuni accolgono e ricevono, come Maria e i pastori, il Gesù che nasce a Betlemme, mentre altri come Erode, come l'orgoglio di Gerusalemme, non si sono resi conto di quanto stesse passando vicino a loro la fonte della vita eterna.
QUANDO I MAGI vennero da Oriente e chiesero al re di Gerusalemme dove doveva nascere il re, i suoi saggi non glielo hanno saputo dire, ma una stella li ha saputi guidare dove i pastori e gli umili incontravano colui che cercavano anche i saggi e i ricchi, quando si facevano umili e semplici come i Magi venuti da Oriente ad offrire oro, incenso e mirra. Vicino alla culla del bambino Gesù c'è posto anche per le ricchezze, ma quando sono depositate dalle mani umili dei pastori e dei Magi.
Cari amici, abbiamo riflettuto chiedendo alla Vergine Maria di farci comprendere il mistero del suo bambino e lei ci ha sintetizzato attraverso la mia umile parola che suo figlio non è altra cosa e niente di meno che la manifestazione dell'uomo agli uomini stessi: la sua dignità, la sua grandezza divina, che portano in sé come immagini di Dio. Sappiate essere degni di tale marchio che ogni uomo ha in sé. Questo bambino tra le mie braccia, ci dice Maria, è la bella immagine della Chiesa che durerà per sempre portando la vita di Dio in mezzo alle carenze umane, inclusa la povertà della culla di Betlemme. Beati quelli che non si scandalizzano - ha detto Gesù Cristo - ma che sanno cogliere la bellezza della luce sopra tutte le bellezze della terra. Così sia."
(Traduzione a cura di A. Armato)

lunedì 19 dicembre 2011

Ma i cani non sono angeli


Fiocco rosa in casa mia. Domenica 4 dicembre è arrivata Rosita, una cagnolina di circa tre anni affamata di tutto, particolarmente di coccole. Salvata in extremis, almeno così mi hanno raccontato, da due guardie forestali nella campagna di Isernia: qualcuno l'aveva seppellita viva!
Mi sono documentata sul tema. Ho scoperto che a cani, gatti e perfino maiali capita di finire seppelliti vivi molto più spesso di quanto si potrebbe pensare. Soffocare gli animali nella terra in certe regioni, soprattutto in Campania, è diventato un gioco capace di appassionare adulti, ragazzi e bambini. Anche imprigionare un animale di piccoli dimensioni in un buco dell'asfalto e aspettare che ci passi un' auto sopra è un gioco.
Mi stupisce che Rosita non abbia sviluppato per gli esseri umani un odio tale da tentare di sradicarne la razza a colpi di morsi. Evidentemente lei non è razzista, ha imparato a distinguere individuo e individuo. Sono pur sempre uomini quelli che l'hanno salvata e poi accudita, curata, ospitata.
Io guardo i suoi occhi nocciola, la sento tremare di emozione e gratitudine quando torno a casa. Fuori da ogni retorica mi accorgo che quella in cui vive è l'altra dimensione in cui non c'è menzogna, ipocrisia, opportunismo. Dico fuori di retorica perché so benissimo che la sua sfera è un po' più in basso della nostra: nessuna idealizzazione disneyana della natura animale.
La dimensione in cui vive Rosita è quella dell'istinto. La sua sincerità nasce dell'incapacità di calcolare entrate e uscite, di meditare piani e raggiri nascondendo le emozioni.
La libertà spirituale, premessa di ogni virtù, che può rendere le creature "deiformi" (per usare un'espressione bonaventuriana) sta molto più in alto, dove (forse) stanno gli angeli. Ma i cani non sono angeli. I cani sono meno degli uomini.
Eppure, quanto vorrei avere per amici tanti cani come Rosita in questi giorni. Perché da un po' di tempo le persone sembrano ritagliate con la carta vetrata. Non trovo dolcezza in loro. La crisi economica, in cui i nostri politici hanno così mal guidato, ha ucciso la loro già fragile umanità. Domina la paura. I ricchi pensano solo a godersi i loro privilegi, terrorizzati dall'idea di perderli. I poveri ovviamente si rodono, ed è naturale. Lo spettacolo dell'ingiustizia rende peggiori se lo spirito non elabora la rabbia in un progetto di equità sociale e giustizia politica per tutti.
In televisione vedo solo potenti che deridono e umiliano il popolo che soffre (la esponente di destra per cui lo stop ai vitalizi è "istigazione al suicidio" fa impressione), e nuovi poveri che rivendicano senza speranza, con la voglia di maledire.

Ho capito. Rosita, ancorché maltrattata, può restare naturalmente buona, affettuosa, ritrovando perfino fiducia nell'essere umano se quest'ultimo le fa dimenticare il male ricevuto. Ma l'uomo, se lo spirito non lo soccorre, non ha la stessa capacità di restare naturalmente buono. Perché non è un essere compleamente naturale. Non può esserlo. Non riesce a scordare le offese, che restano aperte e sanguinanti come vecchie ferite. Non è mai completamente dentro la realtà. La sua testa è piena di ideali e sogni e rimpianti con cui la realtà si misura e davanti ai quali è sempre deludente. A meno che... a meno che non decida di andare all'origine della delusione e del dolore. Cogliendovi la possibilità di un rinnovamento radicale.
Cambiare il sistema, oggi, sarebbe la cosa migliore, anche se comporterebbe tante rinunce. Costruire un sistema non più dominato dalla legge del profitto e ritrovare il vero scopo della politica, che è l'arte di fare il bene comune. E il bene comune non è il conto in banca. Non sono gli yacht. Non sono i viaggi a Cuba o in Australia. Chi vuole tutti questi privilegi paghi quanto gli spetta. Gli altri abbiano un lavoro, un posto gradevole in cui vivere, luoghi d'incontro e di condivisione. Scambi in cui né l'uomo né la comunicazione sono merce. E poi solidarietà, ascolto, comprensione. Senza invidia sociale per i ricchi. Gente che ha bisogno di tanto (tutto!) per avere ciò che si potrebbe (in un mondo più giusto) avere con poco.

sabato 3 dicembre 2011

Il simbolismo del sangue nella fiaba


Alcune settimane fa sono stata invitata a Collecchio, in provincia di Parma, nell'ambito della bella iniziativa Consonanza di voci, per una riflessione attorno all'immagine del sangue nella fiaba e nel mio romanzo Sangue del suo sangue.
Riassumo qui il mio intervento.

I
Il sangue ha ispirato miti e leggende della nostra tradizione più antica insieme all'acqua, al fuoco e a tutti quegli elementi che s'impongono alla nostra coscienza con una forza particolare.
L'immagine del sangue compare abbastanza di frequente nella fiaba, generalmente all'interno di un percorso iniziatico di cui scandisce il momento iniziale.
Un percorso inziatico è per esempio l' esistenza, quando la si consideri gradualmente orientata alla manifestazione (epifania) delle energie creative del singolo: alla liberazione dell'oro, cioè, che si cela nella pietra grezza. Un percorso costellato di prove.

Del significato iniziatico del sangue costituisce un valido esempio l'incipit della fiaba di Biancaneve. La madre positiva che dà alla luce Biancaneve è una madre evidentemente iniziatica: dota infatti la figlia di tutti gli elementi dell'iniziazione: i colori bianco, rosso, nero. Spicca per intensità il rosso del sangue (le tre gocce di sangue): il più dinamico. Prima di alludere alla morte simbolica di Biancaneve, allude in fondo al sacrificio di questa madre iniziatica, che perde la vita per mettere al mondo la predestinata: colei che sconfiggerà il male (La cattiva regina, una regalità negativa che "mortifica" il regno). La madre positiva è evidentemente una madre che "accetta di morire": accetta cioè il cambiamento e il rinnovamento che stanno alla base della vita.
Ovviamente ogni lettura delle immagini simboliche, come ad esempio dei colori, assume significati diversi a seconda della contestualizzazione, che è poi una necessaria conseguenza della natura plurivalente, aperta, aurorale, del simbolo. Ciò che può rendere pericoloso il simbolo, proprio per la sua plurivocità, è la mancanza di consapevolezza. Un esempio: l'accostamento di bianco, rosso, nero c'è anche nella bandiera nazista. Il nazismo infatti ha al suo interno una vocazione sacrificale enorme, ma non ne è consapevole. La eclissa dietro la maschera apparentemente luminosa e inossidabile del superuomo: la rigida caricatura della regalità. Tutti sappiamo cosa ha potuto significare. Questo per dire che la fiaba, interpretata, amata, capita, è uno strumento meraviglioso per acquisire conoscenza, consapevolezza, saggezza, mettendoci al riparo dalle tante pericolose derive del mito. Questo è particolarmente vero per il sangue che è un simbolo potentissimo: parente stretto della vita, dell'amore, del sesso, della violenza e della morte.

II

La fiaba della Bella addormentata presenta un simbolismo del sangue iniziatico particolarmente interessante. Il sangue è presente nell'immagine della puntura del fuso. Ricordiamo brevemente il contenuto: Rosaspina viene annuncita alla madre da una rana, saltata fuori dall'acqua del bagno. Alla festa di battesimo il padre dimentica di invitare la Tredicesima fata, che compare infuriata e maledice la bambina: il giorno del suo quindicesimo compleanno si pungerà con un fuso e morirà. La fata Dodicesima, che ancora non aveva espresso il suo regalo per la bambina, addolcisce la maledizioe: non morirà, ma dormirà cent'anni.
Prima di parlare della immagine della puntura, che è potentissima, vorrei soffermarmi sulla figura dei genitori di Rosaspina, perché credo che puntura da un lato e costellazione familiare dall'altra siano legate.
L'insensibilità e l'immaturità della coppia di genitori rende in qualche modo necessaria un'iniziazione perentoria e violenta.
I genitori di Rosaspina sembrano infatti piuttosto disorientati rispetto al proprio ruolo. Ad esempio:
- hanno bisogno di farsi annunciare da un animale freddo come la rana la nascita della figlia: manca un coinvolgimento affettivo profondo, come dev'esserci nel momento del concepimento.
- il padre trascura di invitare la Tredicesima, una fata troppo importante. Il 13 è il simbolo del cambiamento in tutte le culture. Rimanda a una misura del tempo lunare, femminile, molto più antico di quello solare. Tredici sono ad esempio i mesi dell'alfabeto arboreo celtico. Il 13 viene dopo una totalità compiuta (12 tribù d'Isralele, 12 segni zodiacali...): è il nuovo che introduce il mutamento. Non si può dimenticare una fata così. Il re si giustifica dicendo di avere solo 12 piatti d'oro: ma poteva procurarsene un altro, la scusa non tiene. Questo re non vuole il cambiamento, non è strategico, conserva e basta. E' tutto per il 12, un numero che nella nostra civiltà è strettamente connesso al sole ed alle divinità solari (12 i segni zodiacali che l'eroe sole deve percorrere). Ma un 12 che escluda il 13 è come una dimora magnifica in cui non si cambia mai l'aria.
- l'unica iniziativa del re è quella di ordinare la distruzione di ogni fuso e di bandirne l'uso nel regno. E' una forma di rimozione che non insegna alla piccina a combattere contro il male.
- il giorno in cui Rosaspina compie 15 anni, il fatidico giorno, quello in cui la ragazza avrebbe avuto tanto bisogno di protezione, i genitori non ci sono. Hanno lasciato la reggia, sono andati a spasso come due adolescenti.

Con dei genitori così si capisce che Rosaspina abbia bisogno di un elemento iniziatico forte per crescere. Una puntura ad esempio, provocata dall'esterno, come le prove iniziatiche maschili: i tatuaggi, le punture di insetti, le ferite simboliche...
La sua confusione si vede dal fatto che il giorno del suo quindicesimo compleanno lei si aggira annoiata per la reggia, girovagando qua e là. Uno stato di confusione in cui la ragazza sembra non sapere che fare della sua vita da principessa, finché trova la torre, con la scaletta a chiocciola (immagine di raccoglimento) che porta in alto. La percorre, entra nella stanzetta in cui una vecchietta lavora con il fuso, oggetto che Rosaspina non conosce. Incuriosita chiede alla vecchietta di poterlo provare, si punge, cade addormentata e con lei tutto il regno precipita nel sonno.
Pungersi con il fuso rimanda al tatuaggio, allo scrivere con il sangue (tutto il contrario dell'inutile ed effimero scrivere sull'acqua). Un segno che non può essere cancellato, simbolo di una incisività che la principessa non conosce. I suoi genitori non hanno preso seriamente nulla finora: neanche la loro bambina.
E'evidente che questa puntura provocata ha a che fare con il tempo (espresso simbolicamente dal filo): coincide con l'età in cui il menarca fa la sua comparsa, mettendo la parola fine all'infanzia e decretando il passaggio alla vita adulta. Un momento difficile, a cui Rosaspina non è stata preparata. Immergersi nel sonno (sperimentare un abbandono che nell'infanzia le è stato negato e di cui aveva diritto perché era quello dell'abbraccio amoroso) è forse la risposta simbolica a chi non ha ancora sviluppato le risorse per elaborare il cambiamento, che pure ha desiderato (altrimenti non avrebbe percorso la scaletta, salita faticosa e immagine di un andare finalizzato verso l'alto).

III
Anche il sangue mestruale, come la puntura del fuso, una volta che è comparso, scrive nella vita di una donna che il tempo dell'infanzia volge al termine. E' un momento spesso doloroso, anche perché nella società del benessere l'infanzia può essere davvero un momento meraviglioso. Il candore e l'immaginazione dei bambini li tiene al riparo da tante brutture, se i genitori sono all'altezza del compito. A rendere più difficile questo passaggio , che pure va accettato, sono immagini distorte dellla comparsa del mestruo, scambiato per una perdita di innocenza, una caduta nella materia, una contaminazione. Il periodo del mestruo è nella mente di molti quello in cui la donna è "impura".
Il mestruo è poi sì ovviamente legato a tutti i processi della vita riproduttiva adulta, e quindi della sessualità, perciò si contamina con tutti i tabù, le paure ancestrali, che alla sessualità si connettono. Benché a volte il vero significato ancestrale di certe usanze e certe proibizioni ci sfugga, a causa di interpretazioni successive variamente stratificate.

Il mestruo è evidentemente legato al tempo: mestruo viene da mese, che a sua volta viene da men, parola indoeuropea per dire "luna".
Il tempo del mestruo è perciò un tempo "naturale". Se la donna avverte che quanto è naturale in lei viene interpetato come una sorta di debolezza o addirittura come una macchia (la conseguenza di una colpa) ed è oggetto di disprezzo, la sua reazione potrebbe facilmente essere di:
- rimozione e rifiuto di ciò che in lei è natura - mestruazione, sviluppo del corpo, desiderio ecc...
- oppure di assolutizzazione della natura, in opposizione alla cultura, vista come repressione organizzata (e maschile). La rivolta della fata tredicesima, disconosciuta nel suo essere irridicibile al 12 (tutto conformemente ispirato al principio maschile solare, fatto di luce, ordine, stabilità), è di questo genere. Le armi utilizzate sono infatti quelle della magia e della maledizione, armi stregonesche tipiche di un mondo pre-civile.
La fata dodicesima è la sola in grado di offire un'alternativa all'opposizione sole-luna, 12-13, maschile-femminile: accetta l'elemento dinamico introdotto dalla tredicesima (la puntura) ma lo priva del suo elemento tragicamente sacrificale e lo elabora positivamene trasformandolo in storia, tempo.

IV
Nel mio romanzo Sangue del suo Sangue il sangue è simbolo di in legame molto forte, di tipo telepatico, tra due gemelline. Una viene rapita e tenuta prigioniera da un uomo squilibrato (Il Corvo), ma il legame telepatico che mantiene con l'altra permette ad una donna dotata di facoltà sensitive di seguire le sue tracce.
Il sangue è presente anche come sangue mestruale. La sua prima comparsa, inaspettata nella bambina rapita che ha solo nove anni, fa precipitare gli eventi. Il Corvo, malato di un idealismo esasperato che lo ha spinto a rapire la bambina per convertirla ai suoi folli principi e farne un giorno la sua sposa, reagisce violentemente davanti alla vista del sangue. La bambina ha reagito inconsciamente con il corpo ai deliri sessuofobici dell'uomo e ha fatto esattamente la cosa che la rende inadeguata al compito folle assegnatole dal suo rapitore, decretandone la fine. Ciò fa temere per la sua vita però: il Corvo potrebbe ora "cancellarla" come un esperimento mal riuscito. Ucciderla.
Nel mio romanzo io ho cercato di denunciare i pericoli che oggi vengono dal gelido idealismo e dal perfezionismo veicolato dai mass media, i quali ci chiedono di essere belle e giovani sempre, sacrificando anche la nostra corporeità, negandone le linee di sviluppo e congelandola contro il tempo.
Il sangue mestruale ad esempio è sfruttato in nome del business (assorbenti, dedoranti intimi, farmaci antidolorifici), ma il linguaggio della pubblicità e della propaganda è insidiosamente sprezzante nei confronti del mestruo ( di cui vengono ad esempio continuamente evocati con orrore i cattivi odori), che a tutti i costi va "negato": quei giorni, che potrebbero essere di relativo riposo rispetto ai ritmi stressanti della quotidianeità e avere un loro significato positivo, alternativo rispetto all'odioso stile di vita imperante, fatto di prestazioni, competitività... devono per forza essere come tutti gli altri: da qui l'invito a usare (ed abusare) farmaci antidolorifici , assorbenti interni, che non sono sempre indicati ecc...

Il sangue mestruale parente del tempo, dello sviluppo, dell'invecchiamento e della morte oggi fa forse più paura di prima. E viene rifiutato in primo luogo dagli adulti che non possono invecchiare e i cui figli, perciò, non possono crescere. Quanto sia difficile accettare la perdita del'infanzia in alcuni soggetti lo racconta la tragica storia personale di una utilizzata da Oliviero Toscani nel suo discusso manifesto di denuncia contro il silenzio della moda a proposito dell' anoressia.
La modella, scheletrica e allo stremo delle forze, mostra i tratti del viso che in passato ha modificato chirurgicamente per imitare quelli della sua bambola preferita: naso sporporzionatamente piccolo, efelidi tatuate.

V
Concludendo, le fiabe ci dicono che donne e uomini devono crescere, realizzarsi nella stagione leonina della manifestazione, e infine decadere e invecchiare. Se Biancaneve non accetterà il cammino diventerà la strega.
Un'immagine potente valga ad esprimere il complesso simbolismo: la mela di Biancaneve. Metà bianca (bianca e fredda come la neve?) e metà rossa (rosso-sangue). La strega che ha assunto le sembianze di una povera vecchietta la offre a Biancaneve e per indurla ad assaggiarla, la assaggia a sua volta. Peccato che ne assaggi la parte bianca, quella non iniziatica. Alla ragazza porge invece quella rossa, del sacrificio, della "contaminazione" con la morte. E' un'immagine di intimità forte; tutt'e due mangiano la stessa mela, la differenza tra loro sta nell'accettazione o nel rifiuto del destino iniziatico (che prevede la morte del vecchio per consentire la rinascita).
In sostanza, ciò ci suggerisce che Biancaneve e la matrigna siano molto vicine, anzi, parenti. La matrigna è una Biancaneve che non ha accettato di crescere, di maturare, invecchiare e morire. Così come Capitan Uncino è un Peter Pan mai cresciuto. La parola per indicare la personalità di chi non accetta la ferita inziatica e si rifiuta di aderire al tempo e farsi storia è "narcisismo". La fiaba ci mette in guardia tanto quanto il mito da questo male, che decreta il fallimento esistenziale non solo dell'individuo ma anche del mondo che lo circonda (che dei singoli narcisismi si contamina e muore), e muore di raggelamento.
L'adulto narcisista sviluppa nei confronti dei giovani l'invidia. L'invidia viene da un non volere vedere, perché lo spettacolo della bellezza e della vitalità altrui è troppo doloroso se si è stati incacapi di tenerezza.
Le difficoltà generazionali, è facile intuire, potrebbero degenerare nel nostro mondo in cui vige il divieto di invecchiare. Nelle società tradizionali l'adulto e il vecchio erano oggetto di stima, rispetto, imitazione, perché l'esperienza era la base di ogni (lento) progresso. Nel nostro mondo non è più così. Gli adulti fingono di essere ancora giovanissimi, i vecchi nascondono la loro età, i giovani non trovano sufficiente spazio per potersi muovere e scalpitano.
(Leggere a questo proposito il libro Questo non è un paese per vecchie, di Loredana Lipperini. Un libro che denuncia il clima di disprezzo che circonda gli anziani, e soprattutto le anziane. Ma anche Passaggi di vita di Alba Marcoli).

domenica 27 novembre 2011

La violenza sulle donne comincia nella mente


Gli ultimi dati in tema di violenza sulla donna dicono ancora una volta che la maggior parte dei reati resta impunita. Le stesse vittime preferiscono non denunciare. Un antico pudore suscita intorno all'abuso una sorta di nebbia in cui si smarriscono gli esatti contorni del delitto e del colpevole. Tutti i meccanismi della rimozione scattano per difendere forse un'immagine di intangibilità e di interezza, che, se pure non corrisponde a realtà, s'impone come un obbligo a donne educate a incarnare un'immagine di "salute" e di integrità rassicurante. Rimuovere la violenza è il tentativo di cancellare l'oltraggio subito attraverso l'oblio. Una forma pericolosa di "alienazione" con cui si disconosce valore alla propria esperienza e al corpo, anzi alla persona stessa che l'ha subita
In certi contesti tacere sulla violenza sembra inevitabile. Penso alle donne immigrate che hanno una scarsa conoscenza del paese che le ospita, e, per ragioni che ora non staremo a spiegare, anche una scarsa fiducia nelle istituzioni. Per assurdo, esse sono molto più esposte qui, in Italia, ai soprusi domestici che non nel loro paese dove generalmente possono contare sulla solidarietà dei familiari.
Se la consapevolezza dei propri diritti è più alta che in passato, la solitudine della donna è forse più profonda. La dissoluzione dei legami naturali , il declino della famiglia allargata, l'individualismo come stile di vita, rendono più difficile difendersi da violenze che toccano nell'intimità, fossero anche non fisiche. Denunciarle significa infatti mettersi a nudo e rivelare intimità che generalmente si dividono solo con persone molto prossime: parenti, amici sinceri (e sappiamo che di questi tempi ce ne sono pochi).
La solidarietà femminile esiste, e le varie associazioni sorte per combattere la violenza sulle donne ne sono una dimostrazione. Ma, come tutte le associazioni, svolgono bene determinate funzioni, non altre. Fatta la denuncia infatti, la donna resta sola. Per assicurarle un'assistenza prolungata ci vorrebbero più investimenti, più soldi, e non ce ne sono. Ma è proprio di quella solitudine che la donna ha paura. La solitudine la espone non solo alle rappresaglie del violento ma anche alle critiche e alla grossolana superficialità degli altri maschi. Maschi educati a pensare alle donne come (per usare una formula abusata ma chiara) a "oggetti del desiderio" e fonte di eccitazione. La diffusione della pornografia (anche televisiva, ce n'è tanta!) banalizza la violenza, rendendola quasi accettabile. Molti maschi vi si sono esercitati così a lungo con l'immaginazione, da sentirsi virtualmente se non simili almeno solidali con il violento. De Sade viene spesso utilizzato per contenere la debosciatezza di Narciso. Per esorcizzare l'impotenza che finisce per minacciare tutti i viziosi.
Se vogliamo combattere radicalmente la violenza sulle donne dobbiamo cominciare dalla mente. Ricostruire quell'immaginario che sta alla base dei comportamenti umani, controllare le pressioni che lo plasmano dall'esterno. E' nell'immaginario che si prepara il violento del futuro.
Leggere in proposito l'intervista al sessuologo Vincenzo Puppo sulla Stampa del 25.11.11.

venerdì 25 novembre 2011

Claudio Toscani recensisce Persuasori di morte


(da La Cronaca di Cremona, Venerdì 7 ottobre 2011)

Noir col gusto per la scrittura
Intreccio tipico del genere, ma tutt'altro che ovvio nel romanzo di Roberta Borsani
L'esondazione narrativa di "gialli" costringe a una qualche difensiva vigilanza. Un libro in provenienza dalla rodata collana di "NerOleandri" che nelle edizioni della milanese O.G.E. è diretta da Marco Beck, già responsabile dei "Classici" Mondadori, ha in partenza i suoi buoni motivi per essere letto e consigliato.
Prima di tutto perché è scritto in ottimo italiano (non sembra vero di doversene accorgere, ma l'autrice è docente di Lettere oltre che esperta di psicologia, mitologia e immaginario creativo); secondariamente perché conserva un originale impianto e una trama soprendentemente strutturata su diversi piani come non accade che raramente al "noir" nostrano e non, alla narrativa poliziesca, insomma, alla "detective story".
Un commissario piemontese di mezza età, il cinquantenne Realis, gran lettore di classici e appassionato coltivatore di rose, indaga sulla morte di una ragazza, uccisa con un colpo di pistola, tale Fiammetta Uslenghi, ex commessa part-time, ritrovata in uno stagno.
Una apertura che solo per un attimo sembra di stampo tradizionale, perché dietro a questo delitto si cela un' atroce messa-in-scena sospesa tra satanità e metafisica.
Fiammetta non è che la prima di una decina di vittime che costellano il romanzo di Roberta Borsani, capace di creare una suspence di assoluta novità, tra imprevedibili svolte di trama e sovrastante scansione drammaturgica. Sì, perché il racconto finisce su due piani: quello relativo all'indagine, non propriamente facile né chiara, ma in ogni caso secondo i codici del genere, e quello delle abissali dimensioni di un "Grande Gioco" pilotato da un misterioso Principe che con i suoi accoliti (un Filosofo, un' Artista, uno Speziale, un Abate, una Generalessa e un Dottore), ordisce efferati intrighi tendenti a incriminare degli innocenti e a spingerli sino all'autoannientamento.
"Il Grande Gioco era costruito come una partita di caccia: scegli un uomo di cui hai studiato bene abitudini, passioni, debolezze, fino a individuare il suo cosiddetto tallone di Achille. Lo fai assistere al crollo del pilastro su cui si regge l'intero edificio della sua esistenza e poi lo stai a guardare. Lo scopo è vedere se e quanto resiste al richiamo del suicidio, divertendosi intanto ad anticipare con l'immaginazione le sue reazioni e scommettendoci sopra".
Nelle tenebre di questi infernali meandri che del divertimento di alcuni perversi attori del libro fanno la sua travolgente peculiarità narrativa, è il povero don Gabrio, un giovane prete che, accusato di una supposta relazione con la ragazza uccisa, viene arrestato in seguito a una serie di testimonianze e coincidenze ordite dalla occhiuta congiura dei "persuasori di morte". A cominciare da monsignor Serpini, uno del "clan", che potendo visitare in carcere il disgraziato sacerdote, lo avvolge in una ragnatela di dubbi pragamtici e religiosi a un passo dal fargli perdere la ragione.
Sulla sua reazione, sulla sua capacità di resistenza alle pressioni del prelato, che trasmettono la corale immoralità del "gruppo", si snoda un racconto di tesa dialettica esistenziale e spirituale, di vita e di fede, tanto più orrorosa quanto più intenzionalmente condotta in qualità di partita assassina sul destino del malcapitato, indecente metafora di un'onnipotenza del Male sul Bene che, nelle pagine del libro, riserva dialettici affondi tra lo psicologico e il trascendentale.
Al commissario Realis, che via via si imapdronisce della realtà delle cose, la terra sembra franare sotto i piedi. Il caso è troppo grande per lui? Fuori misura per un funzionario di polizia confinato in una cittadina di provincia fino ad ieri sonnacchiosa e tranquilla?
" Si sentì d'improvviso molto piccolo, come si era sentito in certi notti d'estate davanti allo spettacolo del cielo stellato. Piccolo rispetto all'immensità del Creato, piccolo rispetto al Male, quello vero, che si scrive con la maiuscola. Un male così non l'aveva mai incontrato".

domenica 30 ottobre 2011

Contro la distruzione del senso comune



Secolo della rete. Comunicazione planetaria. Una ragnatela dai fili invisibili ci stringe tra le sue maglie. Il linguaggio è ovunque. In ogni istante, in ogni luogo, in ogni punto del nostro essere siamo emittente, significato, significante, canale, destinatario, e non possiamo tirarci indietro. Eppure dialogare, capire e capirsi, non è mai stato così difficile.
Prima ragione, basta fare un giro tra social forum e blog: per troppi parlare significa parlare di se stessi. Quasi che nell'intrico della rete, ciascuno cerchi la sua salvezza facendo come l'uomo del Paleolitico minacciato dalla giungla: costruendosi una capanna, dove si possa ancora riconoscere e dire "io". Il timore di essere annientato dalla tempesta di messaggi di cui siamo investiti (e dove smettiamo di essere persone riducendoci a semplici occasioni di un logos ipertrofico più simile a una macchina infernale che a una comunità dialogante) fa gridare più forte, ancora più forte: io ci sono, esisto (anzi, resisto)! Non serve. A salvarci dalla nientificazione sarà chi ha saputo sottrarre alla rete qualcosa di prezioso: il cuore, dove il silenzio di una notte spalanca spazi siderali, troppo freddi, troppo profondi,troppo rischiosi (personalmente rischiosi) in cui la rete preferisce non entrare.
Secondo, dove regna la rete sembra che ogni problema sia innanzitutto un problema di nomenclatura. Troppe parole messe in quarantena su cui non si può più far conto. Esempio: "naturale", "normale", "sano": scompaiono le categorie a cui tradizionalmente afferivano. Quando psichiatri come Laing con l'Io diviso cercarono negli anni '70 di metterci in guardia dai pericoli di un concetto di normalità intollerante e autoritario (incapace di comprendere il diverso da sé: l'anormale, il patologico), il disegno era lodevole. Chiedeva la chiusura del manicomi, sostituiti nelle intenzioni da comunità terapeutiche. Il risultato lo conosciamo: poche comunità, i malati scaricati sulle spalle delle famiglie. Nel mondo delle teorie però, certe idee germinavano alla grande. Cos'è normale, cosa è sano e cosa naturale? Malattia e salute, normalità ed eccezione, natura e convenzione o artifizio...non ci si limitava ad avvicinare i confini che correvano tra un elemento e l'altro di queste coppie di concetti.I confini dovevano essere cancellati. E cancellandoli non restava che spazio. In quello spazio senza segni, come una tabula rasa, le generazioni di intellettuali degli ultimi trent'anni si sono affannate e ancora si affannano per imporre ciò che per ciascuno di loro era ed è sola legittima mappa semantica. Da lì non ci si muove. Prima di partire, per costruire un mondo migliore di questo, bisogna mettersi d'accordo. Cosa intendi tu per norma, natura, norma, valore...se non si trova un significato comune, non si va da nessuna parte. Ed è così infatti, non si sta andando da nessuna parte.
Terzo, i problemi di punteggiatura e di sintassi. Questo è il regno della semiotica. I rapporti umani ricondotti a un sistema di segni, il che si potrebbe anche accettare. Ma in questo sistema la persona è ricondotta sic et simpliciter al punto in cui si incrociano i segni, segno essa stessa, diversa dagli altri nella misura in cui diverso è il luogo del suo posizionarsi. La persona come l'onda senza consistenza e senza forma, oppure lo scoglio, la cieca resistenza, di questo tempestoso mare nostrum, che è il linguaggio.

Alla base di queste immagine dell'uomo e del suo mondo, c'è la sfiducia nei confronti del senso comune. Ridotto in effetti, dopo cinquant'anni di televisione e trenta di berlusconismo (perché il berlusconismo si è fatto strada ben prima del '94, con le TV private), alla scimmiottatura di ciò che è stato in passato. Ridicolizzato dagli ambienti radical chic di una sinistra che è lontanissima dai ceti popolari (rinnovando la sfiducia che il bolscevismo nutrì nei confronti del populismo), come si fa a fidarsi? Eppure è il senso comune il solo fondamento su cui si può edificare una civiltà.
Scriveva William Butlers Yeats nel 1904, "Se vogliamo creare una grande comunità - e quale altro gioco vale un simile fatica?- dobbiamo ricreare le antiche basi della vita (...) come devono sempre esistere quando le menti raffinate, Ned il mendicante e Sean il matto, pensano alla stessa cosa, anche se magari non hanno la stessa opinione in merito".
Come Yeats noi potremmo facilmente identificare il momento del divorzio definitivo tra weltanschauung elitarie delle minoranze intellettuali e visione del mondo popolare nel XVIII secolo. Strano vero? Proprio quella cultura illuministica a cui generalmente si attribuisce il merito di aver introdotto ai grandi diritti e al liberalismo, è nata volgendo le spalle al senso comune, affermando al contempo il carattere tutto elitario di quel pensiero politico che vuole il popolo (umilmente imbevuto di senso comune) sovrano. Ci viene il sospetto che il popolo venga dichiarato sovrano nella misura in cui si dispone dei mezzi per poterlo controllare, povera bestia. Ma, ripetiamo sulle orme di Yeats, senza basi comuni non si va in nessuna direzione. La sinistra questo lo dovrà capire.

mercoledì 12 ottobre 2011

Contro l'accidia


“Più che l’urlo dei violenti, io temo il silenzio degli indifferenti", parole pronunciate da un uomo che proprio a causa del suo impegno civile appassionato, com'è noto, fu ucciso. Certo l'aveva messo in conto, Martin Luther King, e non si era tirato indietro. Ma non è il suo l'atteggiamento più comune, piuttosto quello contrario, portatore di una visione del mondo per cui la ragione sta sempre nel mezzo e, come dice don Abbondio, "a un galantuomo, il quale badi a sé, e stia nei suoi panni, non accadon mai brutti incontri". Già, l'atteggiameno piùcomune, davanti all'ingiustizia, alla sopraffazione, e alla sofferenza altrui, è l'indifferenza.
Eppure tutti dicono di odiare l'indifferenza, e probabilmente non mentono. Chi può amarla? E' fredda come una biscia, e davanti al suo sguardo il mondo è una valle senza colore. Neanche gli indifferenti amano l'indifferenza, insomma, eppure restano tali. Senza passioni, senza entusiasmi, con sogni deboli e smorti ridotti ad "aspettative". Gli indifferenti non amano neppure se stessi, eppure di indifferenza rivestono la loro anima come di un impermeabile strato di grasso di foca. Comfortably numb, "piacevolmente insensibile" è forse la dolcezza che cercano: la dolcezza dello sprofondare.
Sprofondare però è già qualcosa. Un movimento interiore che attesta l'esistenza di un' anima comunque attiva, benchè in segreto, come segreto è il pullulare della vita nelle acque di palude. Crepe depressive nella nostra esistenza, chi non le conosce? La depressione, quando non è di quelle gravi, patologiche (le cui cause, spesso oscure, solo un bravo specialista della mente può indagare), quando ci accompagna nella vita quotidiana come una mesta sorella, nasce dalla mancata elaborazione di una perdita. La fine di un amore o di una lunga fase della propria esistenza, la rinuncia a un sogno per tanto tempo vagheggiato, un lutto. La depressione è viva perché nella sua sostanza è dolore: un dolore che si cerca di negare prendendo le distanze dall'angoscia che esso porta con sé, sospendendo il proprio sentire: deprimendosi. Una condizione degna di attenzione, purché non degeneri in autocompiacimento, non diventi un modus vivendi, quello di chi si piange addosso non trovando altro soggetto interessante che se stesso. Per trasformare la depressione in abito è necessario volerlo, e se la depressione è degna di compassione e di amorevole cura, il permanere voluto e cosciente è sospetto e va considerato il frutto di una scelta, anche se non sembra. I medievali in tal caso parlavano di accidia, un brutto vizio a cui ci si abbandona colpevolemente. Eppure di accidia la letteratura tutta vive, si nutre, da molti secoli. Petrarca? Per sua stessa ammissione, un accidioso. L'accidia, vissuta come noia, è il male del XVIII secolo, tormenta a tratti Leopardi (anima però abbastanza appassionata da combatterla molto nobilmente), si abbatte a tradimento sui romantici, ossessiona Baudelaire, non sfonda la porta di Pascoli, il quale non oppone alcuna resistenza all'angoscia, anzi le si offre come un buon conduttore, accettando le spaventose oscillazioni dell'orrore. Entra a pieno titolo nel romanzo e nel teatro del XX secolo.
Dell'accidia (e della depressione sottilmente autodistruttiva) è un archetipo perfetto Eveline, la protagonista del celebre racconto di Joyce. Una vita dura la sua, funestata dalla precoce morte della madre, a contatto con l'insensibilità brutale del padre e lo squallore di un misero quartiere. Finalmente la sorprende l'amore e la ventata di giovinezza di un uomo bello e giovane venuto da lontano, pronto a a portarla via, oltre l'oceano. Eveline però non ce la fa. Il vizio dell'accidia, che porta a guardare le cose a distanza, come estranee, l'ha ormai toccata troppo in profondità. Eveline appartiene soltanto al suo mondo fatto di ricordi, nostalgie, compromessi, il "tenero e rischioso volto dell'amore" non è più cosa per lei, giunta a un passo dal grigiore di quell'indifferenza che fra non molto quasi certamente la muterà in una donna odiosa. Noi la lasciamo nello stretto passaggio che conduce alla nave, mentre l'abitudine e la meschinità di sempre la paralizzano e la risucchiano indietro. Il racconto si chiude lì, ma possiamo immaginare quale potrebbe essere stata la sua vita futura. Niente rischi, niente passioni, niente più sogni. Solo rimpianti invidiosi dell'altrui felicità.
L'indifferenza dovrebbe essere l' ultimo approdo di un'anima ferita, addolorata, delusa, divenuta accidiosa e poi incattivita. Eppure io vedo intorno a me tanti giovani già malati di indifferenza. Insensibili eppure troppo giovani per aver già attraversato tutte le fasi che portano all'indifferenza.
Mi viene il sospetto che gli strumenti tecnologici che oggi rendono virtualmente possibile vivere tante esperienze, anche in un lasso di un tempo brevissimo, provocando delusione, angoscia,e risposta depressiva precoci, possano ingenerare anche nella persona giovanissima quell'indurimento di cuore che spetterebbe alla vecchiaia dell'accidioso, ultimo coronamento di un percorso di stizzosi rifiuti, chiusure, egoismi.
L'educazione di bambini e ragazzi, in famiglia, a scuola, nei centri sportivi, negli oratori e in tutti i luoghi di formazione, dovrebbe tener conto dell'importanza che l'entusiasmo, la passione, hanno nella vita di un uomo, curandone la forma, lo sviluppo e la manifestazione. Io credo che bisognerebbe avere un occhio particolare per la tenerezza. Un sentimento divenuto stracco, se non obsoleto, e spesso ignorato dalla letteratura, dal cinema, dalla poesia, ma anche dalla religione. Eppure proprio di tenerezza si nutre la fratellanza umana, la compassione, perfino la meraviglia e molto del nostro senso della bellezza. Andiamo a riscoprirlo. Torniamo a parlarne. In poesia, nel cinema, nel linguaggio della psicologia e dell'arte.

domenica 2 ottobre 2011

Un dolore profondo


Non è facile parlare di certe cose senza rischiare di apparire sentimentali o perfino patetici. Perché si tratta di cose profondamente toccanti, capaci di giungere da sole fino alla radice dei nostri cuori, dove la progressiva atrofia emotiva che ci sta colpendo tutti ( basti come esempio il fatto accaduto di recente nell'elegante bar di Torino dove avventori e clienti hanno continuano a trafficare con te' e pasticcini mentre una donna suicida giaceva morta nella toilette) ancora non è giunta.
Per parlare di queste cose io chiedo aiuto al bel libro di Alba Marcoli, Passaggi di vita. Lo sto leggendo con un trasporto emotivo e un'intensità che sorprendono me per prima. Il libro ha un carattere divulgativo ed è così volutamente privo di intenzionalità seduttiva nell'approccio e nello stile, che il lettore si lascia al principio trasportare dal ritmo sommesso delle pagine, senza sospetto, senza difese. E invece pagina dopo pagina sente crescere il flusso di un sentimento potente eppure dolce, un flusso doloroso eppure terapeutico ("consolante") che trasporta verso l'alto e conduce lontano.
I momenti penosi e struggenti della vita, i traumi di cui le esistenze sono costellate, il pensiero che con il passare degli anni diventa sottilmente dominante - la morte, e con la morte la perdita, il distacco, lo strazio degli ineludibili mai più - sono lì davanti a noi, invano abbiamo cercato di sfuggirli, rimuovere non significa mai risolvere. Il dolore profondo che ogni esperienza porta con sé va guardato in faccia presto o tardi. Facciamolo ora perché la vita abbia quella sua dolceamara pienezza che la sottragga al non senso. Ma facciamolo con dolcezza. Con la saggezza antica della femme sage. Facciamolo con le storie che ci possono accompagnare ovunque, come l'acqua di un ruscello. Ci possono accompagnare anche all'inferno se necessario, ma senza farci perdere la speranza di risalire verso l'alto, senza mai lasciarci all'inferno.

Di questo libro voglio postare questa pagina bellissima. Uno dei dolori più grandi e inaspettati, più difficili da domare è la scoperta che il proprio bambino (quello per cui abbiamo sognato e sognato: la grazia fatta destino...) è un bambino "diverso". Diverso dagli altri bambini, diverso dai nostri sogni. Diverso ovunque e per sempre.


Diventare genitori di un bambino con handicap
(Da: Passaggi di vita, di Alba Marcoli, Mondadori 2003)

Non c'è pietà seduta sulle nuvole
che veda nel profondo del mio dolore?
WILLIAM SHAKESPEARE, Romeo e Giulietta

Uno dei traumi più gravi in assoluto, neanche lontanamente paragonabile alle normali crisi del vivere, che un genitore possa subire è, nella mia esperienza, quello di avete un bambino con un handicap. Lo scoprire un fatto del genere è sempre traumatico perché l'handicap, diversamente dalle normali malattie, è un qualcosa che generalmente perdura nel tempo, anche se per fortuna non nello stesso modo, e che implica necessariamente dei cambiamenti e degli adattamenti in tutto il nucleo familiare, genitori, fratelli e sorelle, famiglia d'origine. L'handicap di un bambino cambia completamente la vita non solo dei suoi genitori, ma di un intero nucleo familiare allargato, modificando pensieri, priorità, modo di vedere le cose, organizzazioni domestiche, gestione del tempo e così via.
L'avere un figlio con un handicap è, perciò, nella mia esperienza di lavoro, una delle ferite più profonde e dolorose che un genitore possa ricevere nella propria identità. Una ferita che spesso non si rimarginerà mai completamente e lascerà delle profonde cicatrici incise nella carne. Perché l'handicap di un bambino mette in crisi il concetto stesso di trasmissione della vita.
Che cosa è successo? Come è possibile che il mio bambino debba essere diverso dagli altri? E perché proprio a lui e proprio a me? Che cosa ho fatto di male? Avrei potuto fare qualcosa per evitarlo? E se sì, che cosa? Possibile che non sia stato/stata neanche capace di fare un bambino sano? Vuol dire che anch'io valgo così poco che non so fare neanche quello che tutti fanno normalmente? E così via.
I pensieri si inseguono, si rincorrono, si accavallano, si tormentano nella mente dal primo momento. Anzi, agli inizi c'è spesso solo l'annientamento anche del pensiero, lo shock, l'incredulità che colpisce come una sferzata, togliendo il fiato e la capacità di pensare. Poi c'è in genere la negazione: no, no, non è possibile, non può essere vero, sicuramente c'è stato uno sbaglio, è solo un brutto sogno che finirà presto. Dopo tanto tempo arriva di solito una fase ancora diversa, la disperazione e il buio più totale e allora l'unico modo per contrastarla e per sopravvivere è quello di ribellarsi e di arrabbiarsi, di prendersela con chiunque, con la vita, con Dio, con i medici, le istituzioni ecc ... e questa rabbia si estende a tutto il nucleo familiare. «Se il mio fratellino è malato» diceva un bambino arrabbiatissimo di sette anni «non è colpa mia. E non è neanche colpa del mio papà o della mia mamma. Allora la colpa è di Dio!» e ingaggiava con lui le sue battaglie quotidiane destinate inevitabilmente a essere perse ogni volta.
Perché un bambino di sette anni che combatte con Dio e il destino non ha molte probabilità di uscirne vincitore. Ed ecco che dopo tanto tempo subentra un'altra fase ancora, la depressione e lo sconforto più totale e le vie d'uscita sembrano tutte chiuse e allora la rabbia si può ritorcere contro di sé e contro i propri cari. È in quella fase che lo stesso bambino qualche tempo più tardi fa un disegno che intitola Tomba familiare e ci sono tutti, proprio tutti, morti stesi per terra, lui, il fratellino, la mamma, il papà, persino il cagnolino di casa. Tutti ammazzati, con una pistola.
Nessuno può sopravvivere a un dolore simile. E, invece, per fortuna, a poco a poco, col tempo arriva in genere un'altra fase ancora ed è il dolore, la pena, la spina nel cuore che non passerà più, e poi col tempo, tanto, tanto tempo, la rassegnazione, la consapevolezza della realtà e dell'irreversibilità di questo evento e infine il riuscire finalmente a ritrovare delle energie liberate per dei nuovi progetti vitali. Perché la rassegnazione che aiuta non è all'handicap (quella, è umano, difficilmente ci potrà mai essere per qualcuno), ma alla sua realtà e presenza, al fatto che la cosa sia successa e che niente, proprio niente, la possa cancellare. Sarà infine questa presa di coscienza, la consapevolezza della realtà e irreversibilità di questa esperienza quella che poi, a poco a poco, potrà nel tempo liberare delle energie prima usate solo in questa lotta impari per metterle a disposizione dei nuovi piccoli progettti di vita, necessariamente ridimensionati rispetto al passato.
Sono tante le sensazioni, le emozioni, i sentimenti che l'handicap di un figlio fa giustamente provare. Fra i più frequenti mi sembra che ci siano:

L'isolamento, la diversità, il sentirsi messi fuori dal gruppo perché un bambino diverso pone problemi diversi.
La solitudine, perché si hanno meno possibilità di condivisione di esperienze con gli altri genitori.
Una mortificazione dell'autostima e dell'idea di sé, tanto più quando interviene qualche piccolo elemento di realtà, come lo scoprirsi portatore sano di patologie o anomalie genetiche ecc ...
Una forzatura delle proprie difese rispetto al cambiamento. L'handicap di un bambino pone continui problemi di adattamento alle tante variabili della situazione e quindi forza continuamente a adattarsi e a cambiare, con i suoi tempi e non con i nostri, che possono essere necessariamente più lunghi.
Il confronto con delle emozioni del tutto normali e naturali, ma difficili da tollerare dentro di sé, come sensi di colpa, rancore, risentimento, disperazione, sconforto e così via. È del tutto naturale provare invidia e anche rabbia per chi ha una situazione di vita normale che anche noi vorremmo, senza poterla avere, ma sentirsi un sentimento del genere dentro fa spesso paura e suscita disagio. Sono le emozioni difficili da tollerare, anche se sono del tutto sane e naturali e sono delle sacrosante reazioni di difesa. Quale genitore desidererebbe infatti un handicap per il proprio figlio?
La perdita della sicurezza data dalla prevedibilità delle situazioni normali. L'evoluzione di un handicap è difficilmente prevedibile con sicurezza, ci sono troppe variabili in gioco non facilmente prognosticabili.
L'impotenza davanti a tutto ciò che non è modificabile dal nostro intervento e che riguarda sia l'handicap del figlio che le sue relazioni con l'ambiente e gli altri.

Eppure, nonostante tutte queste difficoltà, quello che mi colpisce e mi ha sempre colpito nel lavorare con simili genitori sono la forza e il coraggio che riescono a trovare dentro di loro per affrontare delle situazioni così difficili nella quotidianità della vita.
Ci sono dei genitori che da questa esperienza hanno ricevuto una forza interiore che riesce ancora oggi a stupirmi dopo tanti anni: sono delle vere e proprie Madri e Padri Coraggio, che si occupano da soli, per la maggior parte del tempo, di bambini per i quali sarebbero necessarie le risorse di un'intera istituzione.

Testimonianze di mamme di bambini portatori di handicap


Dalla nascita del mio secondo bambino che ha avuto un grave problema di handicap la mia vita è completamente cambiata. Non avrei mai pensato che anch'io potessi cambiare in questo modo.
Innanzi tutto nel legarmi a lui: era come se facessi tutto automaticamente, ma non potessi correre il rischio di affezionarmici troppo perché non si sapeva se sarebbe vissuto oppure no e avevo il terrore che, se mi ci fossi affezionata troppo, non sarei riuscita a reggere alla sua eventuale morte. E così ho messo a tacere tutti i miei sentimenti e ho cominciato a fare, fare, fare, a portarlo da tutte le parti, dentro e fuori dagli ospedali: i migliori medici, le migliori cure e così via. Sempre col cuore congelato per non morire di dolore.
E poi, quando si è visto che riusciva a sopravvivere, le nuove battaglie perché riuscisse a camminare, a parlare, ad andare a scuola. E io che ero così cordiale e desiderosa di fare amicizia con le altre mamme, come mi era successo con la prima figlia, a poco a poco mi sono ritirata e isolata e sono rimasta completamente sola. Perché di che cosa puoi parlare con le altre mamme quando hai un bambino diverso dai loro? Dei compiti, quando tu sai che il tuo bambino non sa né leggere né scrivere? Oppure di tutte le altre attività che fanno gli altri bambini e che tuo figlio non farà mai?
Anche la tua idea di te cambia: tu non sei più una mamma con le sue difficoltà ma come tutte le altre, sei una mamma diversa perché hai un bambino diverso.
Ogni tanto penso che mi potrebbe capire solo chi ha un bambino come il mio e quindi vive lo stesso dramma. E allora fantastico di cercare delle mamme col mio stesso problema. Ma poi neanche questa idea mi piace, mi sembrerebbe di entrare in un ghetto per tutta la vita. E allora mi isolo e me ne sto per conto mio, ma sapesse come è duro!
Qualche volta mi sembra persino di non aver mai fatto l'esperienza, che pure ho fatto, di un bambino sano che cresce normalmente e impara normalmente come tutti gli altri bambini! Quante cose diamo per scontate quando le abbiamo senza neanche renderci conto d'averle!
Marcella

Sa che cosa mi dà un dolore quasi intollerabile? Il fatto che adesso mio figlio cresca e cominci ad avere i suoi interessi e le sue simpatie fuori casa. E infatti lui vorrebbe andare fuori e frequentare ragazzi e ragazze della sua età. E invece no. Lo può fare solo se qualcuno dei suoi compagni lo viene a prendere con la sua carrozzella, ma si capisce che dopo un po' si stancano e lo considerano un dovere faticoso e allora diradano le visite e le telefonate. E così tante volte lui resta a casa da solo e si vede che è molto triste. E io allora provo pena, tristezza, rabbia, risentimento contro chi è normale e più fortunato di lui e non si preoccupa degli altri e mi sembra un'ingiustizia terribile quello che ci è successo tanti anni fa nel suo parto!
Benedetta

Sa quale è stata la cosa che mi ha messo più in crisi? Che siccome il mio bambino non riusciva a parlare i terapisti mi dicevano che era colpa mia perché non lo stimolavo abbastanza, non gli faacevo fare abbastanza esercizi a casa. Ma io facevo la mamma, non la terapista del linguaggio! Non avevo studiato per insegnare ai bambini sordi! E oltre tutto, quando ci provavo lui si arrabbiava moltissimo con me e diventava insostenibile, mi faceva impazziire, cosicché non solo non riuscivo a fare la terapista, ma neanche la mamma e mi sentivo un fallimento su tutti i fronti!
Alla fine ho deciso che l'unica cosa che mi poteva aiutare era di attaccare io gli altri prima che loro attaccassero me e così mi sono messa una maschera da arrabbiata e non me la sono tirata più giù!
Silvana

Quando è nato il mio bambino, con un grave handicap visibile, nessuno aveva il coraggio di dirmelo. Sette ecografie avevo fatto e nessuno si era accorto di niente! Allora è stato il primario che è venuto a dirmelo. E' arrivato con tutto il codazzo di studenti intorno al mio letto e me l'ha detto. E io, in un attimo, ho avuto al precisa sensazione di quello che sarebbe stata la mia vita da quel giorno.
Rovinata. Per sempre. Io, mio marito, il mio bambino. E mi ha preso una disperazione tale che ho cominciato a urlare e a piangere come una matta. Allora il primario, tutto imbarazzato, si è rivolto agli studenti e ha detto: "Ah, ecco, prendete nota! C'è anche il problema di comunicare la notizia alle mamme!" e se n'è andato col suo seguito come era venuto.
Non ho mai odiato nessuno nella mia vita come ho odiato lui in quel momento. E l'altra persona che ho odiato a morte è stata una mamma che qualche giorno dopo, quando mi sono trascinata faticosamente davanti all'incubatrice per vedere mio figlio, ho sentito che diceva sottovoce ai parenti: "Guardate, è lei la mamma di quel bambino lì". Come se parlasse di un mostro. A quel punto non so che cosa è successo, è come se fossi impazzita dal dolore: ho fatto un balzo verso di lei e mi sono ritrovata che l'avevo presa per il collo. e la stringevo con furia incredibile. me l'hanno dovuta togliere dalle mani i presenti nel reparto perché io la stavo ammazzando.
Morena

domenica 18 settembre 2011

Madri snaturate


Nel 1995 il popolo americano restò sconvolto dal duplice omicidio di Susan Smith che uccise i suoi due bambini, 14 mesi e 3 anni, facendoli sprofondare con l'auto in cui li aveva legati, dentro le acque gelide di un lago. La donna raccontò inizialmente di aver subito il furto dell'auto con a bordo i due piccini, ma uno sceriffo denunciò le numerose incongruenze della sua ricostruzione. Ci fu un'inchiesta e infine la verità risultò chiara: i bambini erano stati eliminati dalla madre, giovane e graziosa, che dopo il fallimento del suo precedente matrimonio aveva stretto una relazione con un uomo ricco, il quale però non voleva sobbarcarsi il peso di figli non suoi. Di qui la decisone di "cancellarli".
Nel 2001 fu la volta di una donna della Chiesa fondamentalista: annegò i cinque figlioletti avuti dal marito nella vasca da bagno, ne distese i corpicini sul letto e poi chiamò la polizia. Aveva messo al mondo tanti bambini come la sua Chiesa le chiedeva pressantemente di fare. Qualcosa però non aveva funzionato "a dovere". Il meccanismo che regola il comportamento della buona "fattrice" si era inceppato.
Susan Smith, la donna fondamentalista, la mamma di Cogne e tante altre...giudicarle o condannarle non serve a capire perché cose di questo genere accadano. Donne che uccidono i propri bambini ci sono sempre state. Donne per le quali l'istinto naturale riproduttivo, quello della protezione della prole, sembrano non valere. Almeno per un giorno, un'ora, un minuto, un istante. Noi ci consoliamo pensando che si tratta di depravazioni, comportamenti "contro natura". Sarà, ma anche madre natura ogni tanto ci stupisce rivelando al suo interno tendenze nient'affatto naturali: devianze, mostruosità più al servizio della morte che della vita.
Nel mondo animale ci sono madri che abbandonano i propri piccoli, oppure li divorano, si rifiutano di allattare e di accudire senza giustificazione apparente. I cuccioli sono in salute, la mamma pure... noi diciamo che si tratta di madri "snaturate", eppure in quanto animali esse appartengono completamente al regno della natura: non hanno niente di "culturale" che possa farle deviare dalla legge che regola il divenire. Sono bestie, mosse dalla potenza arcana dell'istinto a riprodursi. Eppure "divorano" la loro stessa figliolanza.
Figuriamoci perciò quanto ancora più enigmatico e sottile possa essere il canovaccio "naturale" su cui si organizza e si struttura il tessuto dei comportamenti umani. L'uomo infatti è essenzialmente "cultura" e la cultura delle società cosiddette progredite porta molto lontano dalla natura. I bisogni anche più basilari hanno risposte sofisticate, mediate da complesse tecnologie. La sete non viene più placata dalla mano che porta alla bocca l'acqua della fonte. L'acqua viene da lontano, è trasportata in bottiglie costruite ancora più lontano su grossi camion che funzionano grazie al petrolio che viene da terre poste al di là del mare. Senza contare che noi abbiamo inventato diavolerie apparentemente più dissetanti e la sete spesso non è sete di acqua, ma di fanta,di coca... Per fare un altro esempio: i bisogni naturali di accudimento non vengono più soddisfatti dai familiari o gli amici più intimi, la risposta passa attraverso gerarchie burocratiche dove persone sconosciute decidono della vita di un individuo bisognoso e fragile...Cosa rimane dell'amore materno o figliale, fatto di intimità e tenerezza? Forse molto, forse niente. Una volta abbandonare i propri genitori alla cura di estranei veniva considerato un 'espressione di freddezza d'animo, socialmente riprovevole, innaturale. Oggi non più.
Fra i cosiddetti istinti naturali noi celebriamo quello di sopravvivenza e quello materno. Eppure c'è un numero non trascurabile di persone che si uccidono, e donne che non avvertono affatto il bisogno di diventare madri. Fra le madri non tutte amano l'allattamento, molto esaltato dalla letteratura, dall'arte, dai vademecum della mamma 10 e lode. Ma c'è chi allattando prova una sensazione di grande piacere e chi invece non può fare a meno di sentirsi "animalizzata". Meglio cercare una balia in questo caso, come si faceva una volta. Una bella forma di solidarietà femminile purtroppo passata in disuso. Meglio il latte artificiale che trasmettere al proprio bambino il disagio dell'umiliazione. Direte che è sbagliato, che allattare è bello, sano, "naturale"... Ma se non è naturale, se è doloroso, per la donna che allatta, e se la stessa natura ammette e perfino produce così tante eccezioni, perché noi umani (in tante cose distanti dalla natura) dobbiamo colpevolizzare i comportamenti apparentemente devianti, anche laddove potrebbero facilmente essere accettati e assorbiti senza troppi danni?

La natura è davvero potente e agisce dentro e sopra di noi. Ma forse lo fa con più fantasia di quanto generalmente si creda. Il richiamo della foresta, soprattutto quando si tratta non di lupi ma di esseri umani, esiste, ma non si può definire nei termini di un codice comportamentale fatto di regole univoche e rigide. E' un richiamo alla crescita ed alla realizzazione delle nostre risorse profonde, portandole dall'interno all'esterno, illuminandole con la consapevolezza, portandole a frutto. E' un richiamo all'espansione di un'esistenza che non può ridursi al soddisfacimento di bisogni e desideri strettamente individuali e brama l'ulteriorizzazione. Tuttavia le modalità di questa realizzazione possono variare di molto, le strade che si aprono sono diverse e diversamente percorribili.
Naturale non significa omologante: le differenze individuali, perfino un margine di disfunzionalità di comportamenti che talvolta possono sembrare meno trionfalmente orientati alla vita, un po' corrosi all'interno, vanno accettati. E proprio questa accettazione potrebbe evitarci le conseguenze più tragiche di ciò che rifiutiamo perché "contro natura". Se Susan Smith non avesse dovuto temere il giudizio pubblico per aver magari abbandonato i propri figli, preferendo loro un nuovo amore, magari si sarebbe limitata a rinunciare ad essi, senza ucciderli. Loro avrebbero conosciuto l'amore di mamma e papà (a proposito il loro dov'era?) in una famiglia adottiva. Se la madre assassina della Chiesa fondamentalista non avesse sentito l'obbligo di "figliare" come una mucca (e non perché avere cinque bambini non sia una bella avventura: lo è eccome, ma per chi vuole viverla), inseguendo un ideale che evidentemente non era il suo, una tragedia terribile non sarebbe accaduta.

E' evidente che generare dei figli, amarli, nutrirli in un rapporto di intimità e tenerezza è cosa buona, al servizio della vita e della felicità degli individui. E che sulla felicità degli individui poggia il benessere sociale. Ma siamo esseri limitati: l'imperfezione regna, e regna già nell'origine. Winnicott raccomandava ai genitori di accontentarsi di essere "passabili". Quando si cerca di essere perfetti si fanno infatti più danni, perché si diventa intolleranti con gli altri e con se stessi. Non si accettano debolezze, errori, deformità che invece appartengono alla vita. Il che non significa ignorare o fingere di non sapere cosa sia la perfezione, il punto esatto d'equilibrio, il modello.
Purtroppo vedo spesso le persone oscillare tra i due estremi: da un lato si contesta il modello, la norma, la regola, appellandosi all' apparente libertà del più estremo relativismo. Poi però si grida allo scandalo davanti alla mostruosità, al delitto, alla devianza. L'istinto materno viene contestato e negato, quasi fosse il retaggio di un'antica schiavitù. Ma si condanna senza misericordia la mamma del bambino sofferente, del malato mentale, che dopo anni d'inferno e di solitudine, esasperata, uccide il figlio. Lo stesso orrore viene riservato alla ragazza che abbandona il bambino appena partorito nel cassonetto. Sono atti spaventosi, sia chiaro, eppure non incomprensibili ( di certo non giustificabili ). Solo comprendendoli, e accettandoli come non del tutto estranei alla natura umana, si possono prevenire ed evitare.

Io perciò preferisco pensare che generalmente le donne desiderano diventare madri. Non tutte però. L'eccezione ce la insegna per prima la natura, dove, come abbiamo detto, quasi tutte (e non tutte) le femmine degli animali hanno cura della prole. L'istinto materno allora non esiste? No, semplicemente ammette delle eccezioni. L'eccezione non deve essere usata per negare la regola (cosa socialmente e culturalmente pericolosa perché produce confusione e disordine. Negare la regola inizialmente può sembrare "liberante" per l'eccezione ma alla lunga crea nella comunità, che vede minacciate le basi sociali dell'ordine sociale, delle reazioni pericolose di tipo "fobico"), ma non deve essere demonizzata. L'eccezione va riconosciuta e accettata.
E sempre a proposito di istinto materno, se non si può negare che in condizioni di serenità il rapporto tra madre e figlio è "naturalmente" un rapporto d'amore, sono tuttavia numerose le crepe che possono incrinarlo, facendo filtrare angosce, stanchezze, paure... emozioni e vissuti che la corrente della vita porta con sé. Non neghiamole queste crepe, accettiamole, e se si possono chiudere, bene. Altrimenti mettiamoci un cerotto. Quel cerotto è il segno della nostra condizione originale di povere creature.

lunedì 12 settembre 2011

Un peso sul petto, di Vittoria A.


La scorsa primavera è comparso in libreria il secondo romanzo di Vittoria A., un'amica scrittrice che ho molto cara. S' intitola Un peso sul petto, è ambientato a Edimburgo "città misteriosa e mutevole, romantica e spietata". Un duplice omicidio costringe l'ispettore Robertson, vicinissimo alla pensione, a confrontarsi con le mostruose inquietudini di una generazione malata. Paura, desiderio, invidia sociale, noia, vizio, convivono con slanci inaspettati di altruismo e pietà: la galleria dei personaggi è viva e varia, risvegliando nel lettore un'intensa partecipazione emotiva. Quando i delitti stanno per essere chiariti e l'indagine sembra giungere in porto, i resti di un cadavere affiorano dalle acque del Water of Leith e rimettono tutto in discussione...
Posto qui qualche pagina per farvi gustare l'ambientazione.


«Simpson! Chiama Bennett che andiamo a fare quattro chiacchiere con la donna delle pulizie della Smyth e della McAllister. Ho avuto l'indirizzo da uno dei mariti. Pare che la domestica lavorasse da entrambe da più di dieci anni.»

Era una delle rare giornate calde e soleggiate. Una di quelle che in Scozia si spera sempre che non finiscano mai, in cui la gente si dà malata in massa e passa tutto il giorno beatamente distesa in uno dei molti parchi, zoone verdi e giardini di Edimburgo. Il giorno dopo per la strada non si vedono che orecchie, spalle e fronti bordeaux. Difficile sostenere al lavoro che il giorno prima si era stati veramente malati. A meno che non si trattasse di una pandemia di scarlattina.

Roberston, Simpson e Bennett, immusoniti e silenziosi, si trovavano chiusi in auto a dover percorrere Princes Street a passo d'uomo, imbottigliati nel traffico estivo che preannunciava il caos del Fringe Festival, nell'ormai vicino mese d'agosto.
«Quanto andranno avanti i lavori per mettere giù le rotaie dei tram?»
«Prima dicevano che avrebbero finito per la fine dell'anno ... E adesso dichiarano con nonchalance di aver fiinito i soldi.»
«Quindi mi sa che ne avremo per un bel pezzo.» «Chi si è mangiato i fondi per i tram questa volta?» «1 soliti. È inutile fare differenze di categoria, tanto apppena possono fregano tutti quanti a piene mani. E noi qui a correre per quattro soldi che non bastano neppure ad arrivare a fine mese. Del resto dicono che la giustizia non è di questa terra.»
«E chi l'ha detto?»
«Un extraterrestre ... »

Il caldo era opprimente. Alla loro sinistra i giardini di Princes Street brulicavano di persone in calzoncini corti, sandali estivi e magliettine praticamente inesistenti. Molte ragazze indossavano il pezzo di sopra del costume da bagno, alcuni giovani giocavano a frisbee e a calcio, altri leggevano, dormivano o ascoltavano la musica mollemente sdraiati al sole.
Simpson contemplò con aria rapita la rocca che domina i giardini e tutta la città e su cui si erge il castello nellla sua rude potenza. Nonostante vivesse a Edimburgo ormai da oltre un anno, rimaneva continuamente stupito dalla sua mutevole bellezza. La città sapeva trasformarsi, questo era sempre stato il segreto e il mistero dell' antica Din Eidin, primitiva roccaforte del popoolo dei Votadini.

Da sempre, la sua natura cangiante e inafferrabile ispiirava storie di doppiezza, di personalità multiple, di lati oscuri nascosti sotto un'apparente calma e rispettabilità. Questa era Edimburgo per Simpson, un'enorme matriosca che racchiudeva in sé tante altre città appaarentemente ignare della rispettiva esistenza. Nelle giorrnate di sole Edimburgo appariva gioiosa, luminosa e innocua; sotto la neve era romantica ed eterna; sotto la piogggia appariva triste e melanconica; quando era immersa nella nebbia e nell'oscurità si rivelava cupa, terribile e sinistra, una dimora per gli spettri.

Proprio come i suoi abitanti, la città era capace di racchiudere in sé aspetti totalmente dissonanti in modo del tutto inconsapevole. Per un aberdonian, un cittadino di Aberdeen come lui, il fascino di Edimburgo continuaava a perpetrarsi avvolgendolo, confondendolo e cancellandogli la memoria. Era la magia di quella città secolare, costruita sugli strati sepolti delle epoche storiche passate, rimaste ancora intatte sotto le pietre e l'asfalto. Come una fenice che da sempre risorge dalle proprie ceneri, Edimburgo aveva la capacità di far sentire la gennte senza passato al suo cospetto, fra le sue mura antiche e silenti, sotto il suo cielo dai colori estremi, seppellenndo le macerie di massacri, peste, drammi, povertà sotto nuove strade, nuovi edifici, nuova inconsapevole riccchezza. Senza mai guardarsi indietro.

Laura Bennett fissò per un momento il collega Simpson con una punta di sdegno.
"Sicuramente si è autodisperso tra romanticherie di livello infimo sulla bellezza di questi giardini", pensava. "Se fosse una donna non li vedrebbe poi così legggiadri."

A Laura, la conca verde proprio sotto al castello, ricordava vicende ben più truculente. Fino al 1765 i giardini di Princes Street non esistevano perché al loro posto c'era il famigerato laghetto detto Nor'Loch. Inizialmente il lago, ovvero una distesa d'acqua stagnante e maleodorante, era servito a proteggere il castello dagli attacchi dei nemici provenienti dal Nord. Tuttavia, negli anni, era diventato una specie di fogna a cielo aperto in cui i cittadini gettavano i rifiuti, i macellai gli avanzi e gli organi degli animali macellati e in cui in molti scaricavano i vasi da notte. Inoltre, tra il 1590 e il 1700, il Nor'Loch aveva conosciuto anche gli splendori della funzione sociale, in quanto veniva utilizzato nei processi alle streghe. Le presunte colpevoli di stregoneria venivano gettate nel lago con le mani legate ai piedi: se annegavano erano innocenti, se invece galleggiavano la loro colpevolezza era conclamata e venivano successivamente condannate al rogo.

Vittoria A. Un peso sul petto, Eclissi Editrice

domenica 4 settembre 2011

Genitori immaturi, figli scritti sull'acqua...


Ophelia di J.E. Millais, 1852

Genitori insufficienti, anaffettivi, distanti e distratti, crescono figli insicuri, ansiosi, depressi, incapaci di riconoscere il proprio valore e di percorrere il cammino della propria vocazione iniziatica (quella che ogni esistenza degna di questi nome porta in sé). La fiaba della Bella Addormentata ce lo racconta con il suo linguaggio intessuto di simboli poetici variamente interpretabili, eppure pregnanti e incisivi.
La nascita di Rosaspina (perchè così si chiama alla nascita la futura Bella Addormentata) viene annuciata alla madre da una rana che salta fuori dall'acqua del bagno. Piuttosto insolito, e anche sospetto. Come se la regina madre avesse bisogno di un mediatore terra-acqua (gli anfibi sono creature della soglia) ad annunciarle una nascita che invece avrebbe dovuto lei stessa avvertire in grembo (terra-acqua appunto), dentro di sé.
Più tardi il Re, ci dice la fiaba, decide di festeggiare alla grande il lieto evento, ma solo dopo aver verificato l'aspetto piacevole (l'immagine sociale, quindi) della piccina: "La vide così bella che..." Sorge il dubbio che Rosaspina non avrebbe trovato accoglienza tra le braccia sospettose di suo padre se la sua immagine sociale fosse stato meno attraente. E anche adesso l'accoglienza non è di quelle rassicuranti e riposanti: resta sotto condizione.
Una madre fredda, anaffettiva e un padre schiavo delle convenzioni e dei suoi sogni di grandezza: questi sono i genitori "regali" della principessina. Ci si chiede: ma di quale regalità sono portatori simili sovrani? Non c'è generosità, coraggio, amore. Nulla di augusto o di buon augurio in una regalità che diffida e non dà benessere. Solo corona, scettro e trono.

La mamma cessa subito di essere una figura significativa, vi si accenna fugacemente associandola sempre al re (il re e la regina...), senza mai immaginarla coinvolta in un rapporto personale con la figlia.. Fa venire in mente le madri imitative di cui parla la Palazzolo Selvini quando traccia i possibili identikit delle madri di ragazze anoressiche, donne affettivamente depresse, senza trasporto, più simili a istitutrici che "fanno il loro dovere": danno la pappa, lavano, accompagnano a letto.
Il padre è più attivo, ma commette alcuni errori fatali che compromettono il destino della bambina e rivelano un orizzonte mentale angusto, perfino una forma inspiegabile di avarizia. Infatti, avendo soltanto dodici piatti d'oro in casa, e avendo intenzione di invitare le importanti fate del regno, ne invita giusto dodici , trascurando la numero tredici, proprio lei che è così facile all'ira, vendicativa e temuta. Avrebbe potuto comperare un piatto nuovo, e invece no...evidentemente la novità non è fatta per lui, gli richiederebbe energie, una spesa, una forma di oblatività che lui respinge. Questo re conserva ciò che è dato e basta.
Sarà la fata tredicesima a gettare sulla bambina il terribile prognostico: "A quindici anni si pungerà con il fuso e morirà". Fortuna che interverrà la dodicesima limitando il danno: "Si pungerà ma non morirà, solamente dormirà cent'anni ".
Il re ordina a questo punto che vengano bruciati tutti i fusi del regno , ma il giorno del quindicesimo compleanno i genitori della principessa non sono a palazzo. Sono "fuori" ( a fare compere? a presiedere qualche vuota celebrazione del potere?), sembra impossibile ma è così. Errore o dimenticanza? Comunque sia, è imperdonabile.
In questo giorno la ragazza vaga per il castello annoiata, ed è strano che una giovane di così elevata estrazione sociale non abbia neanche una torta con le candeline, un regalino, una festicciola. Quindici anni è l'età in cui in certi ambienti si entra a far parte del mondo dei grandi, e ci si fidanza con qualche giovane altolocato di belle speranze. Niente di tutto ciò per Rosaspina, che resta misconosciuta come persona e ignorata nella sua crescita. Senza prospettive, peggio di una sguattera lei che è figlia di re.
Vagando qua e là trova infine una scala che la porta su per la torre: in alto una vecchia fila usando un attrezzo dalla forma curiosa che Rosaspina non ha mai visto. Spinta dalla curiosità lo afferra e si punge. Come va a finire si sa: cent'anni di sonno per lei e tutto il regno: corte, sudditi, domestici, animali compresi. Intorno cresce una foresta di rovi impenetrabile e la fiaba rivela una struttura archetipica abbastanza simile a quella del mito del re pescatore ferito e della terra desolata. Qui è al femminile: il sonno è un'immagine del materno, forma dell'essere che Rosaspina ha bisogno di conoscere se vuole diventare una regina vera, che non si limita ad imitare il ruolo o la carica ma regna, portando amore, comprensione, giustizia, tolleranza. Virtù di uno spirito "flessibile" che non si irrigidisce nella seriale esecuzione dei compiti.
Il rovo si spalanca quando arriva il predestinato, colui che (a differenza del padre di Rosaspina) non si farà spaventare dalle parvenze sgradevoli (il rovo è brutto a vedersi e irto di spine), e amerà Rosaspina al di là della sua piacevolezza esteriore. Amerà una donna che reca sulla pelle i segni della puntura iniziatica. Non l'insulsa maschera dell'ingenuità e dell'innocenza, non un puerile fantasma di grazia. Ma una donna che sa cos'è il male perché l'ha conosciuto bene, l'ha assaggiato (come Biancaneve).

Rosaspina ha faticato molto a intraprendere un cammino degno di questo nome, ad uscire ad esempio dal divertissement annoiato di chi girovaga senza meta. Ha dovuto ricorrere ad un simbolismo inziatico molto forte: la puntura velenosa del fuso malefico (ci sono tribù in cui l'iniziazione dell'adolescente passa proprio attraverso la puntura di un insetto velenoso, che dà febbre e deliri visionari in cui si rivela all'iniziato la sua missione futura), parente del tatuaggio e della scarnificazione. Il lungo sonno è in fondo un precipitare dell'io nell'indifferenziato della psiche, forse per attingere quella energia che genitori così deboli, indifferenti, sostanzialmente pusillanimi, non hanno potuto trasmettere alla figlia. Fortuna che la fata tredicesima l'ha maledetta! Fortuna che la dodicesima non ha potuto (o voluto?) annullare la maledizione, cogliendo in essa l'indicazione positiva a rompere con la tradizione di insensibilità, opportunismo, ipocrisia di una famiglia in cui si rivestono ruoli, si mima il modello senza aderirvi intimamente. In cui il procedimento da utilizzare davanti alle difficoltà è quello vile e brutale della rimozione: ne sono esempio i comportamenti adottati dal padre:
- non invitare la tredicesima, la fata guastafeste.
(Il numero tredici rappresenta simbolicamente la rottura, la novità, l'"andare oltre". Oltre il 12, che rappresenta invece la totalità più o meno soddisfatta: il 12 del re ad esempio è pomposo e compiaciuto : serve a organizzare un'elegante e "opportuna" tavolata, quella con le persone che contano,"affidabili". Il 12 rappresentato della fata dodicesima è invece quello positivo, fecondo, dell'integrità propria di una comunione di spiriti in cui il negativo non è negato ma "integrato" : come il 12 degli apostoli, delle tribù d'Isralele, il dodici cosmologico. Un dodici che non respinge il cambiamento, ma al contrario accettandolo al suo interno dà inizio al cammino della speranza e alla storia: la perennità tragica della morte -"...E morirà" - si riduce a cent'anni di sonno: il tempo...la storia);
- distruggere i fusi del regno (un banale meccanismo proiettivo, da cui nascono finti demoni e finte divinità idolatriche);
- sparire il giorno "fatidico", quello stabilito dal fato e produttore esso stesso di fato, cioè missione iniziatica. Che viltà!

La fiaba di Rosaspina insegna molto e più ai genitori che ai bambini. Se il genitore non ha intrapreso alcun cammino di crescita personale che lo metta in condizione di essere capace di accogliere, educare, correggere, perdonare, fregandosene coraggiosamente delle apparenze e delle convenzioni, i figli faranno più fatica di altri a crescere. "Si danneranno" per ottenere ciò a cui altri giungono con pochi patemi sostenuti dalla corrente amorosa -fatta di affetto, speranza, fiducia - che i genitori hanno diffuso nella loro esistenza fin dalla nascita. Cadranno facilmente preda di ideologie personali o di gruppo nichilistiche e autodistruttive. L'anoressia, la tossicodipendenza, la tendenza ad autoinfliggersi ferite, escoriazioni, e ad infierire sul proprio corpo con tatuaggi deturpanti. La puntura del fuso rimanda ad uno scrivere nella propria pelle il dolore di non essere stati amati, ma anche allo scrivere di chi si è sentito scritto sull'acqua. Si scrive sul proprio corpo per sentirsi scritto. Per essere finalmente scritto nella storia, fuori da quel limbo a cui i genitori immaturi e incapaci condannano i propri figli. E attenzione: non necessariamente il genitore immaturo è fisicamente lontano o carenziante. Al contrario. Come il re di questa storia che organizza feste in onore della sua piccola "così bella", il genitore incapace rimuove facilmente la sua reale freddezza dietro regali, coccole, gite e vacanze. Purché il figlio non rivendichi il diritto di essere amato, abbracciato da braccia adulte, capaci di accettare gli aspetti sgradevoli che il continuo rinnovamento della vita chiede. La fatica, il lavoro, la rinuncia, il deperimento delle forze...
Anche il genitore ficcanaso, di quelli che frugano nei cassetti e perfino nella pattumiera dei propri figli per controllare la posta, l'eventuale pacchetto di sigarette, la scatola di preservativi, è un genitore distante, incapace, insensibile. La sua intrusività non somiglia affatto all'amore.
Il genitore-poliziotto non tollera che il proprio figlio abbia una vita, gusti, attitudini diverse da quelle che lui ha stabilito già alla nascita. Sulla base di cosa? Convenzioni sociali, regole per il successo e la carriera (ingegnere, primario, calciatore e perfino monsignore o moglie di un uomo ricco). Il figlio si riduce a un'entità astratta partorito dalla mente di mamma e papà. Ciò che sogna, ama ,desidera, ai due non interessa: resterebbe perciò scritto sull'acqua e tale resterebbe se...se la tredicesima non si presentasse, non invitata ( e io non ho ancora capito se si presenta sempre, perché ci sono troppi giovani in giro con l'aria di amebe soddisfatte). Se la dodicesima non intervenisse ( e c'è da sperare che lo faccia: da sola la tredicesima è solo distruttiva) con la sua superiore saggezza a integrare tutti gli aspetti diversi, i complementari e anche gli opposti, dell'esistenza.

domenica 28 agosto 2011

C'era (quasi) una volta


C’era (quasi) una volta è il titolo di una raccolta di fiabe appena uscita per la casa editrice Senzapatria. Il volume, illustrato da Marco D'Aponte, nasce da un’idea dello scrittore Marino Magliani, a cui - dice lui stesso nell'introduzione - le fiabe sono mancate nell'infanzia. Una perdita, credo, felicemente incolmabile. Infatti, se si potesse colmare, che fine farebbero i sogni, la nostalgia, le illusioni da cui nascono le parole e le emozioni più belle?
Zena Roncada e Lucia Saetta hanno seguito amorevolmente il lavoro, che ha visto la luce qualche settimana fa.
Io ho avuto la gioia di dare un piccolo contributo.


I profitti derivanti dalla vendita saranno devoluti a NutriAid, Organizzazione umanitaria per la tutela dei diritti dell'infanzia, nata nel 1996.
NutriAid opera in Rwanda, Senegal, Madagascar e Repubblica Democratica del Congo dove combatte contro la malnutrizione infantile severa e cronica.


Dalla quarta di copertina:
“I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto”. Così il giovane Leopardi sintetizzava nelle pagine dello Zibaldone la sua nostalgia per l’infanzia, età aurea vivificata da un’immaginazione senza freni. Gli autori di questa raccolta di fiabe hanno voluto, almeno in questa occasione, tornare a guardare il mondo con gli occhi incantati del fanciullo che un tempo sono stati. Ne sono uscite storie fantastiche, ciascuna ispirata a un luogo speciale della nostra Italia bella e variopinta (montagne,spiagge,fontane,mari,città) e narrata secondo uno stile e un gusto personali. Questo per ricordare che il mondo è pieno di posti meravigliosi, dove vale la pena avventurarsi e perfino perdersi, se non fisicamente (questo, ahimè, spesso non è possibile), almeno nel modo magico di una narrazione. Ma attenzione: un racconto non è semplicemente un surrogato di vita – è vita al quadrato!

Indice del volume:
La Via dei falegnami, Flaviano Fillo, Ghetto di Roma
I pesci con le ali sono presi per matti, Paolo Casuscelli, Salina
Il nastro della truut, Lapin, Luserna (TN)
La fiaba delle sette montagne, Lucia Saetta, Bosco Chiesanuova (VR)
Giobatta e il drago, Chiara Daino, Genova
Il ciclope miope, Irene De Sanctis, Lazio
La bambina che aveva paura del buio, Zena Roncada, Sermide (MN)
Su caminu de paza, Bobboti, Sardegna
Giovanni, il mago Mortadella e il perfido Molocco, Luca Tassinari, Bologna
Il vicolo delle meraviglie, Enrico Macioci, L’Aquila
Il tesoro del re, Enrico De Grazia e Maria Francesca Rotondaro, Calabria
Capo Giuseppe, Barbara Tutino, Val d’Aosta
Tramontana, Nunzio Festa, Basilicata
Coriandolina va in pineta, Mauro Baldrati, Cervia (RA)
Nenè, Nerina Garofalo, Cosenza
Pancia e gli orchi, Andrea Becca, coste liguri
Bùmbulu mbùmbulu, Mario Bianco, Torino
Il viaggio, Bartolomeo Di Monaco, Lucca
La storia di Mattia il milanese, Wang il cinese e Uberto l’uccisore di draghi, Guido Tedoldi, Milano
Il pomeriggio che si ruppe la playstation, Marta Baiocchi, Roma
Il Custode, Francesco Sasso, Puglia
Il ponte del diavolo, Paolo Cacciolati, Dronero (CN)
Saverio e gli uomini del Vulcano, Pasquale Indulgenza, Napoli
Frate Ciliegio e l’acqua Pudia, Roberta Borsani, Fonte Pudia (UD)
Le avventure di un bambino che si credeva Re, Chiara Granocchia Lelieur, Umbria
Cuoricino, Stefania Nardini, Napoli

C'era (quasi) una volta, ed. Senzapatria, 2011

mercoledì 3 agosto 2011

Alessandro Girola recensisce Persuasori di morte


Dalla palude nella sonnolenta provincia piemontese riemerge il cadavere di una ragazza uccisa con un colpo d'arma da fuoco. Si tratta di Fiammetta Uslenghi, un'anima solitaria e con qualche problema depressivo, che viveva un ambiguo rapporto con un giovane e discusso prete “di strada”, Don Gabrio, e con la sorella di quest'ultimo, Miriam, donna dal passato tormentato.

Tutti gli indizi portano il commissario Realis, incaricato del caso, a sospettare proprio del prete. Solo che gli indizi sono fin troppi e troppo palesi. Realis, uomo non abituato a fermarsi alle apparenze, decide di allargare il campo delle indagini e scopre una realtà tanto assurda quanto inquietante.

Nella placida cittadina in cui vive e lavora esiste una sorta di “circolo esoterico”, in cui persone potenti e perverse organizzano dei complicati giochi il cui fine ultimo è quello di indurre il malcapitato al suicidio per disperazione. È così che emerge una realtà parallela, che getta nuova luce non solo sulla morte di Fiammetta Uslenghi, ma anche su alcuni fatti di cronaca del recente passato, che a questo punto vanno visti da ben altra prospettiva.


È il secondo libro di Roberta Borsani che mi capita di leggere. Posso confermare le buone impressioni e segnalare l'autrice come una delle poche voci femminili italiane – non voletemente, eh – in grado di entrare con entrambi i piedi nelle mie preferenze.
Persuasori di morte non è un romanzo perfetto, anzi, gli si possono imputare diversi difetti strutturali, come per esempio un finale un po' troppo breve, se rapportato con la costruzione dell'indagine affrontata nel resto del libro. Tuttavia è una storia che affascina, sia per quel che concerne la trama, che per come la Borsani l'affronta. Svincolandosi dai soliti, legnosi gialli che prevedono un commissario, un colpevole misterioso e un'elaborata indagine, l'autrice mette le carte in tavola piuttosto alla svelta, senza nemmeno nascondere troppo le identità mascherate dei membri della setta dei Persuasori di morte. Il resto viene giocato sui sentimenti umani e sul confronto psicologico tra un uomo giusto, Don Gabrio, messo alle strette per motivi più che futili, ossia come preda di un gioco perverso.

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