domenica 23 gennaio 2011

Forme sinuose del raccontare


Francesco de Marco, Il ciclista.


"Senza fine", la fiaba popolare inglese appena postata, suggerisce interessanti riflessioni sulla natura della narrazione. Fatta o udita da altri ha un suo significato e una sua incantata bellezza a prescindere dai contenuti e dalla complessità della trama. Una storia semplice, minima perfino, raccontata con il ritmo e il tono giusto, può risultare affascinante e talmente efficace da diventare ipnotica. Ne erano del tutto consapevoli i druidi che sapevano fare dei loro racconti, intonati sulle dolci vibrazioni degli strumenti a corda, un'arma molto temuta. Perfino, addormentavano i nemici.
Il piacere di una narrazione che sa farsi così magicamente persuasiva è legato essenzialmente al potere della "iterazione", alla regolarità ritmica della ripetizione. "Senza fine" ne è un chiaro esempio e a me ricorda un po' una canzone popolare, che mi cantava mia madre, "La pecora è nel bosco", altra variante di "Alla fiera dell'est" resa celebre da Angelo Branduardi.
"Senza fine", storia infinitamente aperta perché infinitamente iterabile, lascia intuire la forma essenziale della narrazione: un procedere fluido, potenzialmente perenne, composto però da una serie innumerevoli di cerchi (come nodi o giravolte di una danza!) in cui il filo del logos-discorso si avvolge, per quell'istinto primordiale che spinge ogni essere a desiderare la pura riproduzione dell'esistente. Ma è proprio godendo il piacere di questo avvolgimento che l'essere ( e quindi anche il logos che dell'essere è l'espressione forse più compiuta) si prepara alla distensione orizzontale (alla linea) dell'andare-oltre, ritardandola finché è necessario. La tensione narrativa consiste infatti nel rimandare lo scioglimento del cerchio-nodo, possibile mediante un'immersione nella corrente discorsiva. Il cerchio della ripetizione è il filo attorto della danza labirintica, preso dal ritmo primordiale di ciò che brama puramente se stesso e se stesso perciò eterna (come suggerisce il ritmo tribale ossessivo degli strumenti a percussione?). Ma questo abbandono al più primitivo e istintivo dei piaceri (la ripetizione, che tanto spazio ha nella musica rock), attraverso una sorta di regressione uterina (pensiamo alle filastrocche e alle ninna-nanne), è indispensabile perché si assorba l'energia sufficiente a generare lo slancio che fa uscire dal cerchio e immette nel nuovo (la progressione orizzontale, la linea, che spezza il cerchio e procede per punti irripetibili secondo la successione cronologica). Questo duplice movimento contiene in sé i principi essenziali dell'esperienza estetica, radicata nel corpo, il quale di sua natura aspira al moto come al riposo. In armonia con le tensioni e i cicli della vita biologica, la ripetizione (pensiamo ai ritornelli delle canzoni, alle formule prefissate o agli epiteti contenuti nelle canzoni epiche) e la distensione della fabula comportano, in pari misura, dinamismo ed inerzia.
L'importanza che nell'esperienza estetica riveste il ritmo è stata analizzata a fondo da Susanne K. Langer in Sentimento e forma. Essenziali sono i capitoli dedicati alla danza e potremmo dire che per la Langer la danza, con i suoi passi ritmati e la sua naturale adesione alla liquida architettura della musica, è presente in ogni momento della nostra vita estetica, in-formandola segretamente.
Immagino che nell'arte non occidentale, come nella musica africana od indiana, questo interno movimento, fatto di fluida e ritmica alternanza tra ripetizione circolare e distensione sinuosa, risulti più evidente. Ma non saprei dire come e in che senso. Lo sento ad orecchio semplicemente, e immagino che anche la narrazione proceda nella letteratura orale o scritta in modo meno concettualmente strutturato di quanto accada da noi. Ricordo a questo proposito un romanzo africano, letto alcuni anni fa: La via della fame di Ben Okri. Mi aveva colpito proprio per il ritmo narrativo, che mi rimandava a scansioni, intervalli, battute, del tutto nuove e originali, proprie di un altro modo di costruire il racconto. Che non sembrava infatti procedere da una "costruzione" ma correva via, da sé, alternando lunghe fughe, soffiate dall'intensità lirica della voce narrante, a rallentamenti e pause. Penso che nei prossimi decenni letterature mondiali diverse da quella occidentale ci sapranno dare contribuiti preziosi, e forse porteranno po' di sangue alla nostra, così sterilmente appiattita in una ripetizione (imitativa del genere o del modello santificato dall'establishment editoriale) che nulla ha di enigmatico e vitale.


Ben Okri, La via della fame, Bompiani, 1992
Susanne K. Langer, Sentimento e forma, Feltrinelli

domenica 16 gennaio 2011

Il diritto di essere poveri


Torna lo spettro della povertà, ma i poveri non possono tornare. Forse perché, propriamente parlando, non è la povertà quella che torna ma la sua sorellastra, la miseria: un incubo di giorni che sembravano superati per sempre.
La povertà è la condizione di chi magari ha poco ma di quel poco si accontenta. Per questo può essere lieta e conservare quella sua particolare bellezza che ad alcuni piace e la rende, pensa un po', "amabile". Ma accontentarsi di poco non significa mancare del necessario. L'asceta e il mistico possono vivere in letizia senza avere il necessario, l'uomo comune ha invece bisogno di risorse che gli assicurino un'esistenza dignitosa e libera dall'angoscia del futuro. Un'esistenza dove si può invecchiare, cadere ammalati, perfino qualche volta sbagliare, senza rimanere per questo annientati. La bellezza della povertà è quella raccolta e modesta di un orto, in cui non fioriscono piante rare, esotiche, e i profumi sono quelli rustici degli ortaggi e delle piante selvatiche. Non che i ricchi giardini non debbano esistere: ciascuno abbia secondo il suo gusto, le sue aspirazioni e capacità (che non possono essere infinite però, anche la giornata del più geniale manager o dell' imprenditore è fatta di 24 ore!) purché tutti abbiano un orto. Purché le orchidee non tolgano ai semplici la consolazione della cicoria e del vilucchio.
Oggi è proprio la condizione che abbiamo identificato con la povertà (l'accontentarsi di poco) a risultare fuori moda e fuori tempo, per il motivo semplice che il "poco" non esiste più. E questa è forse la principale nota caratteristica della "carestia" che sta colpendo l'Occidente, la parte del mondo che fino a qualche anno fa definivamo ricco e sviluppato. E in effetti lo è ancora: manifestazioni indecorose di opulenza si accompagnano ai segnali inquietanti dell'incertezza e della crisi.
I potenti (le Multinazionali, le Banche e i loro "servitori") che hanno guidato il processo della globalizzazione ci hanno privato della possibilità di vivere da poveri. E questo significa per noi, con buona pace del liberalismo e del liberismo sposati da Destra e Sinistra, aver perduto la nostra libertà, molto più di quanto avrebbe potuto succederci sotto una dittatura. Siamo totalmente schiavi del sistema: dipendiamo dal mercato, dal rifornimento di materie prime e da ogni tipo di servizio. C'è stato un tempo in cui ci venivano forniti a prezzi ragionevoli, poi, dopo l'assuefazione un po' tossica e la conseguente dipendenza, la musica è cambiata e vivere ci è diventato "economicamente insostenibile".
Ci hanno spogliato delle capacità e delle conoscenze che ci consentivano di mantenere una autonomia economica familiare, per quanto minima. Nessuno sa più tessere, farsi un vestito, aggiustare un tubo rotto, riparare una bicicletta, attaccare un bottone, allevare una gallina senza ricorrere al veterinario. Siamo italiani e sappiamo ancora cucinare, operazione che in altri paesi si è ridotta alla brutalità di un precotto infilato nel forno microonde. Le nostre terre sono state abbandonate alle ortiche, e ogni proprietario si è ridotto in cuor suo a sperare di poterle vendere approfittando di un piano regolatore favorevole. Non sappiamo piantare e coltivare alberi da frutto, riconoscere tra le piante selvatiche quelle commestibili, imbiancare una cucina, accudire un malato, non sappiamo fare più niente di niente. Intanto il costo dei servizi e delle materie prime lievita e noi non siamo più nelle condizioni di poterne fare a meno: mezzi di trasporto, riscaldamento, metano, petrolio, acqua, assistenza sanitaria dissanguano le nostre finanze. Ci hanno detto che lavorare fuori casa, per uomini e donne, è meglio e ora le nostre madri trascorrono una vecchiaia tristissima in qualche casa di riposo. Ci arrabattiamo anche per loro perché anche la retta dell'ospizio lievita. Come lievita il costo dell'idraulico e del falegname, perché tutti hanno bisogno di guadagnare e il giusto prezzo viene fissato sempre troppo in alto rispetto alle nostre possibilità.
La vita è stressante, il lavoro manca, i salari non crescono ma i prezzi sì, non c'è più niente a buon mercato e non c'è modo di aggirare o di saltare il mercato. E se restringiamo i consumi per un senso di economia domestica (quello che ci è rimasto dopo la drammatica perdita delle competenze che non siano quelle richieste dalla professione) è l'economia generale a risentirne. Se risparmiamo l'economia va peggio, la disoccupazione aumenta e via. I supermercati non hanno più gli scaffali di un tempo, debordanti di merci come mammelle gonfie di latte. Il sorriso benevolo dello Stato sociale è stato sostituito dal ghigno smorto di Marchionne. La Grande Madre della socialdemocrazia - l'assalto ai centri commerciali, l'assistenzialismo, il trapassare ebbro di piacere in piacere, la celebrazione del gusto - è finita. E questo forse non sarebbe male, ma per un senso quasi dantesco d'infernale trapasso è finita anche ogni provvida e misurata distribuzione dei beni, lo stato sociale, la misericordia. Ci attende la lotta per la sopravvivenza: Europa e Cina, nord e sud, impiegati e operai, ricchi e indigenti...e che altro? Stanno aumentandoi i suicidi motivati da problemi finanziari, e non solo tra i poveri ma anche tra gli imprenditori che vedono la piccola ditta mangiata da una concorrenza sleale, dai debiti. Vivere non è più sostenibile, questa è l'epoca della non sostenibilità.
La bella Pomona dal ventre ricomo di frutti e le guance rosse di piacere è morta. Un Saturno incattivito dagli anni di solitudine a cui l'ha condannato la nostra trascorsa indifferenza si frega le mani ossute. Ce la vuole far pagare.

domenica 9 gennaio 2011

Co 'e man monche, di Fabio Franzin


Abbiamo capito, la festa è finita. Quella del consumismo e quella dell'industrializzazione selvaggia, che uccide il paesaggio, travolge le usanze, i rapporti, gli amori per far posto alla fabbrica, solo alla fabbrica. E invece della fabbrica oggi non rimane quasi più niente, soprattutto al nord est, dove i capannoni industriali sono come le mandibole di enormi dinosauri affondate nella sabbia. E l'uomo, l'uomo della grande industria - homo faber, solo braccia, pura "forza lavoro" per dirla con Marx - ...come sta? "Co'e man monche", spiega Fabio Franzin nella sua ultima raccolta (Co' e man monche, ediz. Le Voci della Luna): "con le mani mozzate", e se esce presto la mattina, quando i bambini sono ancora avvolti nel sonno, non è per andare al lavoro ma per riguardare bene i posti dove ha lavorato, sofferto e a volte imprecato contro un sistema produttivo ingiusto ( e di quella protesta porta l'eco profondo un'altra grande opera di Franzin, Fabrica, che più d'un critico considera l'opera migliore di poesia pubblicata negli ultimi anni), che però possedeva un suo ordine. Un ordine in cui l'uomo aveva ancora le mani.
"Co'e man monche"...un'immagine potente! Chissà se Fabio ha pensato a quella fiaba dei fratelli Grimm, tanto inquietante da aver attratto l'attenzione della psicologia del profondo che ha cercato di interpretarla leggendone il simbolismo recondito: "La fanciulla senza mani". Alla fanciulla dei Grimm venivano troncate le mani su istigazione del diavolo, agli operai (non più operai ormai ma solo disoccupati) di Franzin...anche. Come si può definire infatti se non diabolico il potere che dapprima seduce, poi, gustato il proprio piacere, abbandona e fugge e non ha cura dei figli più o meno mostruosi generati nel frattempo?
Non parlerò della poesia di Fabio, che altri più bravi di me stanno già meravigliosamente commentando. Voglio però postare alcune pagine tratte dalle "Prose del tricoeór" poste in fondo alla raccolta. Io le ho trovate bellissime e toccanti, linguisticamente perfino geniali, .
Un tocco di magia viene dalle illustrazioni fotografiche della giovane e brava Anna Visini. Se non possedete il testo, vi cito l'immagine di una vecchia croce ricoperta da una polverosa ragnatela: parla da sola. Io voglio interpretarla nel modo più laico possibile e leggervi il segno della dolorosa ma piena umanità di ieri, a cui il presente sta togliendo tutto. Anche le mani. La dignità.

da Co' e man monche, di Fabio Franzin, prefaz. di Manuel Cohen, ediz. Le Voci della Luna,2011

Numaro verde

Fonda, ‘a crisi, qua tel nord-est. Capanóni che se svòdha e machine svendùdhe a l’asta, altri che, ‘pena fati su, i sa sol da siénzhio: scatoeóni de cimento rebaltàdhi tii canpi, erbàzhe alte fin tii finestroni, fra dispèt e desgrazhia. Desperazhión no’a ’é pì ‘na paròea vècia ‘scoltàdha controvòjia daa dentiera de un nòno pèrs via tii só ricordi de guèra e presonìa, ‘a ‘é ‘na agonia che, dì par dì, lèva ‘l fià, ‘na caivèra fissa come zhénare. El pal dea cucàgna el se ‘à scavazhà, l’é cascà tee case e tee fabriche a spacàr cópi e viéri, a studhàr speranzhe. Tii ultimi dó mesi trédese paronzhini i se ‘à ciot ‘a vita da soi; l’é par questo che i ‘à vèrt un numero verde, co’ pissicòeoghi pronti a iutàr gli imprenditori in difficoltà a causa della crisi. E i fa ben, l’é da cristiani iutàr ‘e persone che sofre, che no’e ghe ‘a fa pì, che ‘e vede croeàr ‘a só creatura e ‘e se sinte sprofondàr te un burón de paura, i fa ben, davéro; però anca ‘stavolta nissùn se ‘à pensà de vèrder un numero verde anca pa’ tuti ‘i operai che ghe lavoréa drento a chee fabriche in crisi, aa crose che sbrèga i muri e ‘a ment, i numari rossi che passa da chea sfesa, de colpo, e se spande come bissi, come ruse a magnar tute ‘e fòjie dei sorìsi. No’ so se te ‘sti ultimi tenpi se èpie ciot ‘a vita pì operai o paronzhini, ma so che ‘l scuro l’é conpagno par tuti, e oniùn va a palpéta co’e man che l’à, ‘e sie piène de cài e de sgrafi o ‘bituàdhe a firmar ordini e assegni. So che co’ mòre ‘na fabrica, mòre un fià, tant el parón quant l’operaio, che ‘l pan l’è pì caro de ieri, e fae fadhìga a far spècio tee stée che slusa tii océti de mé fiòl; ma cussì, co’ste man che nissùn vòl pì, vae a palpéta anca mì, e se tel scuro sinte de ‘ver tocà un grop de corda, lo carézhe, come che fae co’l mé gat, e come che fae co’ lù, dopo ‘verlo ‘carezhà, vèrde ‘a porta, e vae fòra. .


Numero verde


Profonda, la crisi, qui nel nord-est. Capannoni che si svuotano e macchinari svenduti all’asta, altri che, appena innalzati, sanno solo di silenzio: scatoloni di cemento rovesciati sulla campagna, erbacce alte sino ai finestroni, fra dispetto e disgrazia. Disperazione non è più solo una parola vecchia ascoltata di malavoglia dalla dentiera di un nonno perso fra i suoi ricordi di guerra e prigionia, è un’agonia che, giorno dopo giorno, toglie il respiro, un nebbione fitto come cenere. Il palo della cuccagna si è spezzato, è piombato sulle case e sulle aziende a spaccare tetti, infrangere i vetri, spegnere speranze. Negli ultimi due mesi tredici imprenditori si sono suicidati; è per far fronte a tali tragedie che è stato istituito un numero verde, con psicologi pronti a sorreggere gli imprenditori in difficoltà a causa della crisi. Ed è un bel gesto, è cristiano aiutare le persone che soffrono, che non ce la fanno più, che vedono crollare la loro creatura e si sentono sprofondare in un abisso di paura, è un bel gesto, davvero; però anche in questo frangente nessuno ha pensato a istituire un numero verde anche per tutti quegli operai che hanno perso il loro lavoro, in quelle aziende avvolte dalla crisi, alla croce che squarcia le pareti e le menti, le cifre rosse che si infiltrano da quella feritoia, di soppiatto, e brulicano, come insetti, come bruchi a divorare tutte le foglie dei sorrisi. Non so se in questi ultimi tempi si siano suicidati più operai o imprenditori, ma so che il buio è fitto per tutti, e ognuno va a tentoni con le mani che ha, siano piene di calli e di graffi o abituate a firmare ordini o assegni. So che quando muore un’azienda, muore con essa tanto il titolare quanto l’operaio, che il pane è più caro di ieri, e faccio fatica a farmi specchio alle stelle che brillano negli occhietti di mio figlio; ma così, con queste mani che nessuno più vuole, vado a tentoni anch’io, e se nell’oscurità sento di sfiorare un nodo scorsoio, lo accarezzo, come faccio col mio gatto, e come faccio con esso, dopo la carezza, apro la porta, ed esco.


Camioneto rosso

(L'autore avverte in una nota che la prosa "è scritta in una sorta di pastiche o patois linguistico fra l'italiano e un dialetto veneto sui generis", riprendendo consapevolmente l'idioma anche sgrammaticato ma vivo delle lettere spedite a casa dagli emigranti veneti dei primi decenni del'900 come pure dai soldati delle Grande Guerra)

Mentre che mi sono deciso di scrivere queste robe che mi rosega drento, à scuminziato a nevicare. Dal tavolino dela camareta, vardo voltra i vieri i fiochi balare tel zielo griso e tacarsi tei copi dele case. Scolto la mia femina e mio nevodeto Gionatan, dilà dala sala, zigare alegri par questa improvisa nevicata. Anchio me la godo, dal caldeto dela casa, questa mia prima neve da pensionato. Continuo, come un bocia davanti ale sue lezioni, a scrivere meza frase e quelaltra meza finirla dopo una nova ochiata a quei fiochi, come par sicurarmi che continui ancora così, fissi e beli. Mi perdo in tuto questo bianco che viene giù, e mi piase pensare che sono dentro a una favola, e che la neve che si muchia sule robe à davero il potere di netare il mondo da oni porcaria che cè. So che sono solo le fantasie strambe di un vechio sognatore e, un pocheto, mi vergogno. Mi sono deciso finamente di butare giù sula carta questi miei ricordi spinto dala idea, così compagna di quela che ò pensato di questa bela nevicata: che lassandoli cascare lizieri sopra i foli, parola dopo parola, mi iutino di ingiutire tuti i magoni che continua, come un gropo di spine, a tormentarmi anche desso che no dovaria più spunciare, e anca pa el consilio di un caro amico che mi à deto: no sta a tignirtele drento ste spine, Tolfo, butele fora, scrivele, che a me scrivere mi à iutato tanto. Ma lui è un poco poeta che va ale riunioni del circolo dei amissi dela Livenza, invece io no ò fato le scuole alte, e fino desso più che scrivere i còli di una bola di consegna, o un bilieto pai auguri ala mia femina o ala mia fiola Francesca no ò mai fato; però mi sono deciso di butare fora quele spine, ma è tanta fatica scrivere, ò capito, più ancora di sgobare, per chi no è bituato. Le parole fa uno di quei torcoli drento la testa prima di diventare inchiostro, e co diventano inchiostro voria subito scancelarle, che mi sembrano bruti scaraboci di un alfabeta. Ala mia femina li ò deto che andavo in camareta a fare i conti dele spese di questo mese che è romai finito, e scolto sempre co na rechia se si vicina e sono pronto a butare il quaderno drento il casseto, da tanto mi vergogno di queste mie parole poarete. Ma solo queste ò, altre le varà i altri, e lora scuminzio la mia storia che forse, come che spero, farà venire fora questo gemo di spine che si à ingropato drento il cuor. Ò cinquattaoto ani, e squasi trenta li ò spenduti longo le strade di meza Europa. Ne ò viste di robe, sapete, in tuti quei viagi: paesagi, gente, storie; e tante ne ò provate anche io, sula mia pele, tante ne ò pensate drento la mia testa, in mezo al caligo, soto la neve o il sole o il ghiacio a miliaia di chilometri da casa. Quela solitudine insembrata cola libertà che queli come noi sentono come un calcosa che ti chiama, una roba come l’amore quando ti brinca, pa intendersi, e che i altri invece no capisse e pensa come di vite vendute ala strada. Eco, quela libertà che era sempre in calibrio, che no aveva paroni parché paron era solo l’asfalto e basta, è quel magone che mi à ortigà così tanto in questi ultimi dodici ani di galera. Di galera, sì, no riesco propio a chiamarla co un altro nome, la fabrica. Mi sono aviato nel mondo del lavoro più di quaranta ani fa. Era altri tempi: il lavoro era davero una bela sodisfazione per l’uomo, era più tranquilo, si aveva più tempo anca pa ciorsi qualche pausa, pa qualche ridata quando ci si trovava nele tratorie, era, più di tuto, un poco di spazio anca pa le robe umane, mi sembra, pa parlare, nel lavoro, pa discutere, anche, farsi dei amissi. Salire sul camion era davero partire ala ventura, intanto che le ruote girava e mangiava i chilometri, anca se era di quei sacrifici a stare via tanti giorni dala familia, e dormire in cuceta. Io no lavrei mai molato il camion se un maledeto venere di undici ani fa no mi fose capitato quel bruto incidente sula disesa dei Apenini, anca se Bruna, la mia femina, i ultimi ani, continuava sempre a dirmi su robe e era stanca, “basta Tolfo, romai non ci manca niente, abiamo la nostra bela casa e Francesca che abiamo potuto farla un poco studiare e calcossa da parte, catati un lavoro qua vicino e godiamoci un pocheto la vita come tuti”. No lavrei mai molato il camion anca se era sempre più trafico pa le strade, e sempre più strenti i tempi da rispetare sule consegne e no era più tanto tenpo pa scherzare coi amissi nele tratorie. Ma quela disesa mi à fregato e è stato davero un miracolo se desso sono qui a contarla. Alora ò fato un voto ala Madona che no avaria mai più preso in mano un camion pa ringraziarla di avermi salvato la vita. Così sono entrato in fabrica, pa la prima volta, che avevo ormai quarantasete ani. E quel giorno mi è diventato più maledeto ancora di quelo sula disesa dei Apenini. Pena sono rivato drento la fabrica mi è sembrata più strenta dela mia gabina anca se è una fabrica granda co più di zento operai. La fabrica dove sono entrato fa le antine dele cusine. Subito mi ano messo in un tronchino a taliare tocheti; un lavoro legero, no diso di no, ma noioso, così noioso che i primi giorni mi sembrava di diventare mato; il tempo no passava mai e tuti era indafarati a fare il suo e nesuno fiatava e mi sembrava tuti rabiati e pieni di paura co passava i paroni. Il primo giorno era uno più giovane di me co un traversone bianco e i ochialeti a spiegarmi come dovevo taliare i tocheti; io mi sono subito presentato slongando la mano e dicendoli come che mi chiamavo, e lui non se lo aspetava o no era bituato che li slongassero la mano perché la sua era piena di carte e lora à vicinato verso di me il suo comio e mi à dato quelo da stringere, alora à molato le carte sora un muchio di tochi scarti e mi à deto di stare tento a come mi spiegava di metere le aste sora il piano del tronchino; mi à mostrato due tre colpi e poi mi à deto: “desso prova te”. Io ero stato tento, ma lo stesso, il primo toco è venuto sbaliato parché no l’avevo tignuto ben fracato contro il fermo dela misura Ma già il secondo toco è venuto fuori giusto e quelo mi à deto che fin quando no tornava lui a cambiare la misura che continuasi pure e è ndato via. Così tuto il giorno a taliare tocheti che la sera quando sono ndato casa no vedevo altro che tocheti e avevo nele rechie ncora il zum dela sega tonda quando riva giù. Ò capito subito che sarebe stato tanta fatica bituarmi a quel lavoro, ma era belo a mesodì e ala sera trovarmi a tola cola mia familia come la domenega e lora ò pensato, dai Tolfo, tien duro, ce nè tanti che lavora drento ale fabriche. Ma quelo era ncora niente. Passati un pochi di giorni quelo coi ochialeti mi à deto che desso dovevo rangiarmi da solo anche a pontare la misura da taliare e mi à deto anche che dovevo taliare un po più de pressa parché là drento ero pagato a ora e no a cotimo. Lui mi diceva queste cose a me e io mi sentivo sprofondare dala vergogna parché in tanti ani di lavoro nissuno mai aveva vuto niente da dire di come lavoravo; ero soto parone anche coi camion e lui mi à pregato cole mani parché restassi nela sua dita quando li ò deto del voto fato ala Madona, era sempre stato contento di me e sapeva che no perdeva tempo in ciacole. Lora ò sbassato la testa e ò provato a taliare più de pressa; ma è pericolo, a taliare più de pressa, co il nervoso che mi faceva quelo coi ochialeti che mi stava tacato dietro, e la sega è sempre lì, in aguato, che gira coi suoi denti di fero. Pa fortuna che dopo un poco quelo è andato più in fondo al capanone e ò potuto tirare un poco il fià. Ma il giorno dopo mi à tacato una di quele svergognate che mi brusa drento ncora desso. Quela volta è stata anca un poco colpa mia, ma no è colpa di uomo onesto che merita di essere tratato così, e tuti capita di sbaliare nel lavoro, solo i fanuloni no sbalia mai. Lui mi veva scrito la misura da taliare te un folieto. 33,5 cm. era scrito, ma io ò leto male e ò pontato la misura a 35,5 cm., e dovevo taliare 1.750 tochi, così li ò fati tuti più longhi di due centimetri; e quando sono rivati ala scorniciatrice si sono acorti che era tropo longhi. È rivato come una belva e mi à zigato dietro che ero imbranà, che già ero lento come una lumaca, ma che bisogna essare anca dei impediti, mi à deto propio così, davanti a tuti che scoltava, pa no essare nianca boni de legere una misura scrita su un folieto e dopo mi à sburtato via dal tronchino e là pontata lui la misura giusta. Ò sentito una rabia orba drento; mio pupà mi veva sempre insegnato di vere rispeto dei più vechi e così io ò sempre fato, e desso mi tocava di essare svergognato co parole così cative davanti a tuti da quel bocia coi ochialeti che poteva essare squasi mio filio. Lora li ò deto che le ore che serviva a scurtare quei tochi no voleva che mi fose messe in busta, e che avaria pagato di tasca mia anca quei due centimetri di asta par tuti i tochi che vevo sbaliato, ma che se lui mi diceva n’altra volta quele parole li davo una passata da insegnarli leducazione e il rispeto; lora lui è diventato tuto rosso e è ndato via bestemando. No era venuto rosso dala vergogna però, lò capito da come mi vardava, ma era venuto rosso dala rabia, e no era più posibile ndare dacordo. Lora mi ano spostato di reparto e sono ndato in magazino a guidare il muleto. Mi à piaciuto che mi vessero messo sul muleto, anca parché dovevo caricare e scaricare i camion che vevo ncora drento al cuore, e nel magazino ò passato tuti i ultimi ani di fabrica fino al mese passà quando sono ndato in pensione. Col muleto ò imparato bastanza sguelto a cavarmela e sono sicuro che i paroni, almeno par quelo, no abia mai vuto niente da dire. Però, dopo un sei sete ani che ero in magazino è sucessa la roba che mi rosega drento ncora desso. In familia co me, lora, vevo ncora la mia pora mama, ma nei ultimi tempi tacava a perdersi via cola testa e diceva stramboti come che la casa nostra era di altri che ci avrebe mandati via prima o dopo, e che lei voleva tornare dove che era la sua vera casa e che là era na giungla e che lei veva paura che i cruchi vignesse ciorla a taliarli tuti i cavei. Lora la Bruna, mia femina, là portata a fare una visita in ospedale e i dotori ci à chiamato a dirci che la mama veva quela bruta malatia che ghe magna le rodele del zhervelo ai vechi. Ci à deto che era romai avanti e che no saria vissuta tanti ani, ma che saria stata tanto dificile da ndarli dietro par tuta la familia. Dopo poco à tacato a scapare dala casa pena trovava na porta verta, o se la Bruna si straviava dietro i suoi mistieri. La prima volta che è scapata ala Bruna li scopiava il cuore dala paura e dal pecà, no sapeva che santi chiamare e lora à chiamato la fabrica che mi lasiasse venire a casa. Veva chiamato anca i carabinieri e è stati lori a trovarla pa primi sentada sula riva de un fosso co le mani che faceva come pa cavarse via erba dala sua traversa e no parlava. Ma altre volte zigava come na mata e no mi conosseva e continuava a scapare pena che poteva e no era più vita pa nissuno. A casa era solo la Bruna, poareta, e co tuto quelo che cè da fare nela casa e intanto ndarci drio anca ala mama ridota così che si faceva anca le sue robe dosso qualche volta si dimenticava di stare tenta a lei e di serare su tute le porte. Così oni tanto doveva chiamare la fabrica che mi lasiassero tornare a casa pa ndare in cerca dela mama. Una sera il capo del magazino mi dice, Tolfo guarda che quando stachi devi ndare su in uficio che il diretore ti vuole parlare; il diretore la sera mi dice che era trope le ore che vevo perso nei ultimi mesi e che così no poteva continuare, che loro veva bisogno di un muletista che fusse presente sul lavoro e che vevano serato un ochio fino desso ma che desso basta. Io li ò deto che capivo e che mi dispiaceva tanto ma cosa potevo farci io, lassare che me mama si perdesse in giro pai campi e i paesi? Lora lui mi à deto na roba che li avaria cavato i ochi cole mie mani, mi à deto di incadenarla o di portarla in uno spizio. E io li ò deto che nianca i cani si incadena e che mia mama, fino che era viva la tenevo co me e però varia dito ala mia femina di stare più tenta. Ma dopo nianca un mese mi à propio tocato di portarla in quelo spizio mia mama parché era pegiorata e la Bruna era straca romai e rischiava di malarsi anca lei. E in quelo spizio mia mama à fato il diavolo ncora pa zinque mesi, che à dovuto propio ligarla qualche volta, e dopo à finito i suoi tormenti e è morta, poareta. Dala fabrica è vignuto al funerale dela mama solo Giani il camionista che li caricavo sempre il camion e basta; e i paroni no mi à mandato nianca un bilieto e co sono tornato a lavorare no mi à fato le condolianze, lori, e nissuno. Io no era bituato a queste robe e mi à fato tanta amareza, parché davanti al male e ala morte si dovaria essare tuti più boni. Così si à roto calcosa, drento, e no volevo più stare là, dove oniuno pensava solo pa se stesso e era tuti, paroni e operai, come se li vesse cavato via il cuore. Ma romai vevo cinquantatre ani e lora, controvolia, ò continuato a caricare e scaricare i camion come che no fose sucesso niente. Dopo, un sabo di note di quatro ani fa, mia filia à comprato il suo bambino Gionatan e io e la Bruna siamo diventati noni e è stata na gioia così granda che mi à solevato il cuore e mi à parato via tuto il dolore di quei ultimi ani che ò visto mia mama sofrire in quela maniera e dopo morire e lo schifo di quela fabrica che mi sembrava squasi na bestia che sbrana via le robe buone dala anima. Così è pasato i ultimi ani di lavoro che mi importava poco dela fabrica parché co vinivo casa io e la Bruna si parlava sempre di Gionatan, di come cresseva bene e che lultima volta che era stati là Francesca e mio genero li aveva fato un soriso a lei; a dirci queste bele cose, io e la Bruna, si dimenticava tuto il male che cè al mondo; però quele parole del diretore mi continuano a sisare nele rechie e no sono capace niancora di farle scapare fora. Ero squasi rivato romai ala pensione che mi à tocato vere nantro dolore. Francesca e suo marito no era più capaci di ndare dacordo e così lei è tornata casa co Gionatan che veva poco più tre ani. Ma è stato anche la fortuna di goderci tuto intiero quel picolo birbante che ci buta pararia la casa ma che ci dà anche tanta alegria, e che impinisse i ochi dela Bruna di stele, lei che ci va dietro tute le matine deso che nostra filia si à trovato da lavorare a partaim ala LIDL. Così è pasato anca lultimo mese e è rivato il giorno di ndare in pensione. E anca quel giorno ò vuto nantra umiliziazione. Ala sera, finito di lavorare, sono ndato su in uficio a salutare i paroni e a dirli che da luni no sarei più venuto ala fabrica. Ma i paroni era via tuti pa afari, mi à deto il ragioniere, e anca il diretore no cera, in fabrica. Mi à deto di quando sarebe stata pronta la mia liquidazione poi l’ano chiamato al telefono e io sono stato là un po davanti a lui che parlava drento il telefono e no mi guardava più. Così sono venuto via senza che nissuno mi abia salutato. Però quando sono usito fora dai ufici ò visto che le machine dei paroni e anca quela del diretore era tute parchegiate là davanti, e lora ò capito che il ragioniere mi veva contato una bala, o che era stati propio i paroni a dirli di contarmi quela bala parché no veva volia di salutarmi. Sono venuto casa co un magone di queli. Mi vergogno di dirlo, ma mi è cadute parfino giù le lacrime dai ochi. Eco, ò finito di contarle tute queste robe che mi rosega drento, e mi sembra che continui a brusare lo steso. Ma no importa. Sento il profumo dei pomi coti che à fato la Bruna e la sento lei corere dietro a Gionatan e dirli ocio che te ciapo e lui che ride come un mato. Queste è le robe che importa e che è vere. Desso sero su sto quaderno, co tuti i sgorbi che cè scrito, lo scondo soto le carte del casseto e cavo fora da l’armeron il camioneto rosso tuto incartà e co un bel fioco cileste che ò cioto stamatina al marcato e li facio una bela sorpresa al mio caro nevodeto.