domenica 16 gennaio 2011

Il diritto di essere poveri


Torna lo spettro della povertà, ma i poveri non possono tornare. Forse perché, propriamente parlando, non è la povertà quella che torna ma la sua sorellastra, la miseria: un incubo di giorni che sembravano superati per sempre.
La povertà è la condizione di chi magari ha poco ma di quel poco si accontenta. Per questo può essere lieta e conservare quella sua particolare bellezza che ad alcuni piace e la rende, pensa un po', "amabile". Ma accontentarsi di poco non significa mancare del necessario. L'asceta e il mistico possono vivere in letizia senza avere il necessario, l'uomo comune ha invece bisogno di risorse che gli assicurino un'esistenza dignitosa e libera dall'angoscia del futuro. Un'esistenza dove si può invecchiare, cadere ammalati, perfino qualche volta sbagliare, senza rimanere per questo annientati. La bellezza della povertà è quella raccolta e modesta di un orto, in cui non fioriscono piante rare, esotiche, e i profumi sono quelli rustici degli ortaggi e delle piante selvatiche. Non che i ricchi giardini non debbano esistere: ciascuno abbia secondo il suo gusto, le sue aspirazioni e capacità (che non possono essere infinite però, anche la giornata del più geniale manager o dell' imprenditore è fatta di 24 ore!) purché tutti abbiano un orto. Purché le orchidee non tolgano ai semplici la consolazione della cicoria e del vilucchio.
Oggi è proprio la condizione che abbiamo identificato con la povertà (l'accontentarsi di poco) a risultare fuori moda e fuori tempo, per il motivo semplice che il "poco" non esiste più. E questa è forse la principale nota caratteristica della "carestia" che sta colpendo l'Occidente, la parte del mondo che fino a qualche anno fa definivamo ricco e sviluppato. E in effetti lo è ancora: manifestazioni indecorose di opulenza si accompagnano ai segnali inquietanti dell'incertezza e della crisi.
I potenti (le Multinazionali, le Banche e i loro "servitori") che hanno guidato il processo della globalizzazione ci hanno privato della possibilità di vivere da poveri. E questo significa per noi, con buona pace del liberalismo e del liberismo sposati da Destra e Sinistra, aver perduto la nostra libertà, molto più di quanto avrebbe potuto succederci sotto una dittatura. Siamo totalmente schiavi del sistema: dipendiamo dal mercato, dal rifornimento di materie prime e da ogni tipo di servizio. C'è stato un tempo in cui ci venivano forniti a prezzi ragionevoli, poi, dopo l'assuefazione un po' tossica e la conseguente dipendenza, la musica è cambiata e vivere ci è diventato "economicamente insostenibile".
Ci hanno spogliato delle capacità e delle conoscenze che ci consentivano di mantenere una autonomia economica familiare, per quanto minima. Nessuno sa più tessere, farsi un vestito, aggiustare un tubo rotto, riparare una bicicletta, attaccare un bottone, allevare una gallina senza ricorrere al veterinario. Siamo italiani e sappiamo ancora cucinare, operazione che in altri paesi si è ridotta alla brutalità di un precotto infilato nel forno microonde. Le nostre terre sono state abbandonate alle ortiche, e ogni proprietario si è ridotto in cuor suo a sperare di poterle vendere approfittando di un piano regolatore favorevole. Non sappiamo piantare e coltivare alberi da frutto, riconoscere tra le piante selvatiche quelle commestibili, imbiancare una cucina, accudire un malato, non sappiamo fare più niente di niente. Intanto il costo dei servizi e delle materie prime lievita e noi non siamo più nelle condizioni di poterne fare a meno: mezzi di trasporto, riscaldamento, metano, petrolio, acqua, assistenza sanitaria dissanguano le nostre finanze. Ci hanno detto che lavorare fuori casa, per uomini e donne, è meglio e ora le nostre madri trascorrono una vecchiaia tristissima in qualche casa di riposo. Ci arrabattiamo anche per loro perché anche la retta dell'ospizio lievita. Come lievita il costo dell'idraulico e del falegname, perché tutti hanno bisogno di guadagnare e il giusto prezzo viene fissato sempre troppo in alto rispetto alle nostre possibilità.
La vita è stressante, il lavoro manca, i salari non crescono ma i prezzi sì, non c'è più niente a buon mercato e non c'è modo di aggirare o di saltare il mercato. E se restringiamo i consumi per un senso di economia domestica (quello che ci è rimasto dopo la drammatica perdita delle competenze che non siano quelle richieste dalla professione) è l'economia generale a risentirne. Se risparmiamo l'economia va peggio, la disoccupazione aumenta e via. I supermercati non hanno più gli scaffali di un tempo, debordanti di merci come mammelle gonfie di latte. Il sorriso benevolo dello Stato sociale è stato sostituito dal ghigno smorto di Marchionne. La Grande Madre della socialdemocrazia - l'assalto ai centri commerciali, l'assistenzialismo, il trapassare ebbro di piacere in piacere, la celebrazione del gusto - è finita. E questo forse non sarebbe male, ma per un senso quasi dantesco d'infernale trapasso è finita anche ogni provvida e misurata distribuzione dei beni, lo stato sociale, la misericordia. Ci attende la lotta per la sopravvivenza: Europa e Cina, nord e sud, impiegati e operai, ricchi e indigenti...e che altro? Stanno aumentandoi i suicidi motivati da problemi finanziari, e non solo tra i poveri ma anche tra gli imprenditori che vedono la piccola ditta mangiata da una concorrenza sleale, dai debiti. Vivere non è più sostenibile, questa è l'epoca della non sostenibilità.
La bella Pomona dal ventre ricomo di frutti e le guance rosse di piacere è morta. Un Saturno incattivito dagli anni di solitudine a cui l'ha condannato la nostra trascorsa indifferenza si frega le mani ossute. Ce la vuole far pagare.

11 commenti:

  1. Dubito che la vita sia mai stata "sostenibile" ciò nonostante le persone sono andate avanti.
    Oggi ci sono i problemi di oggi, ieri c'erano quelli di ieri, domani ce ne saranno altri ancora, ciò non significa che non dobbiamo lottare per risolverli.
    I Paesi ricchi (sempre meno ricchi, a dire il vero) hanno certi problemi, i Paesi poveri ne hanno altri.
    Sono banale, lo so.

    paolo1984

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  2. Poi non è detto che la vecchiaia in casa di riposo debba essere tristissima..dipende dalla casa di riposo.
    E non è detto che un anziano sia sempre lieto di avere i parenti intorno..dipende dai parenti.
    Che poi al giorno d'oggi se si può si preferisce (giustamente) tenere la persona anziana a casa sua, magari con un/una persona di servizio.
    Vabbè i discorsi del tipo "eravamo poveri, ma anche più felici" non mi convincono perchè in realtà dubito che siamo mai stati felici. E poi cos'è la felicità? Esiste?
    Ogni epoca a chi la vive pare la peggiore mai vissuta e quindi si guarda con nostalgia al passato (passato in cui magari la gente si lamentava e a sua volta rimpiangeva il passato e così via..), ma è un errore secondo me.
    Non che la stia accusando di nostalgismo cieco, ho letto il suo post con interesse.

    paolo1984

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  3. Che il liberismo (che non è la stessa cosa del liberalismo) sposato ormai da quasi tutte le forze politiche sia cosa sbagliata non ci piove.
    Giuro che ora sto zitto

    paolo1984

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  4. Paolo, se anche avessi detto cose banali non saresti per questo una persona banale. In ogni caso ho capito la tua osservazione. ma vedi, io non ho affatto idealizzato la povertà del passato. Però mi ricordo bene di quando ci si poteva accontentare di una vita modesta senza affatto perdere il buonumore e mantenendo alte l'iniziativa e la creatività con cui si risolvevano tanti piccoli problemi della vita quotidiana. Mi ricordo bene di quando sapevamo fare tante piccole cose ed avevamo una piccola quantità di bisogni. Eravamo anche noi così "piccoli" che sfuggivamo alle grandi maglie del sistema. Ciao.

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  5. Mi ha ricordato Pasolini e la sua spietata analisi della mutazione antropologica delle classi popolari negli anni sessanta, con la sua immagine del garzone di negozio, povero allora come oggi, ma privo di quella deprimente consapevolezza di inferiorità colpevole che oggi lo attanaglia. Segnato dalla privazione ma in possesso della consapevolezza e dell'orgoglio del proprio "posto nel mondo" che gli permetteva di guardare al ricco con quella dose di sprezzante ironia che, nel mentre celebrava la distanza fra i due, contemporaneamente sapeva renderla meno amara. Per esempio distinguendo nettamente i territori simbolici, linguistici, politici, oltre che le abitudini di consumo (e NON-CONSUMO) senza causare per questo ferite narcisistiche e sensi di inadeguatezza.
    Forse è proprio questa innegabile libertà (che qualcuno già allora scambiava miopemente per "falsa coscienza") ad essersi estinta durante un quarantennio di dominio dell'ideologia del consumo.

    roberto

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  6. la lettura che Pasolini dava delle trasformazioni socioeconomiche di quegli anni (la sua denuncia del fascismo dei consumi!) resta per me una delle più belle e dense che siano mai state scritte in proposito. Spietata dici tu, io aggiungo anche scomoda e vergognosamente inascoltata.

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  7. quello che stavo cercando, grazie

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  8. Certo bisogna anche dire che se chi era "piccolo" si fosse accontentato sempre di restare tale non sarebbe mai cambiato nulla..."noi saremo tutto"..cantavano i sindacalisti rivoluzionari degli Stati Uniti (i wobblies).
    Quei sogni non si sono realizzati e chissà se mai si realizzeranno, ma qualcosa di buono l'han portato, si tratta di andare avanti su quella strada anche se sarà difficilissimo, ma non è mai stato facile
    Saluti.

    paolo1984

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  9. sono completamente daccordo, e -ad integrazione di quello che dici, mantenendo la distinzione tra miseria e povertà e superando la critica marxiana al pauperismo- mi pare che ci avviamo in una fase in cui lo "sviluppo" va in senso neofeudale -dove il prefisso "neo" sottrae il termine, provvisorio in attesa di migliori definizioni, all' analogia con il medioevo.

    Il saggio di profitto prodotto dal ciclo fordista non è più soddisfacente, così condizionato da concorrenza, miclocicli di espansione/recessione e soprattutto indesiderate collettive prese di coscienza politica, si abbandona l' investimento industriale come attività principale e lo si sostituisce con la distribuzione di prestiti che contrarremo per soddisfare le nostre minime (intese all' interno di un luna park di consumismo altamente performativo) necessità d'esistenza, perchè i redditi derivati dal carosello dei lavori precari lasceranno un margine di scoperto da integrare. Questo vale in particolare per le ex classi medie.

    Disvelare e collettivizzare il rifiuto di questo progetto è il primo passo, il secondo dischiudere le porte ad altre forme di ricchezza.

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  10. gentile anonimo
    questo che tu dipingi è per me l'inferno. Sarà forse l'anticamera che introduce ad una palingenesi universale in cui l'economia tornerà a rispondere ai bisogni ma per chi ci passerà sarà orribile. Questa anticamera si potrebbe forse evitare se alla gente venisse spiegato quello che sta accadendo?

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  11. Fausto
    Il denaro é un mezzo per relazionare uomini e popoli,diventando un fine esso diventa tossico all'evoluzione dell'uomo
    Complimenti vivissimi.....
    Cordialmente

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