domenica 23 gennaio 2011

Forme sinuose del raccontare


Francesco de Marco, Il ciclista.


"Senza fine", la fiaba popolare inglese appena postata, suggerisce interessanti riflessioni sulla natura della narrazione. Fatta o udita da altri ha un suo significato e una sua incantata bellezza a prescindere dai contenuti e dalla complessità della trama. Una storia semplice, minima perfino, raccontata con il ritmo e il tono giusto, può risultare affascinante e talmente efficace da diventare ipnotica. Ne erano del tutto consapevoli i druidi che sapevano fare dei loro racconti, intonati sulle dolci vibrazioni degli strumenti a corda, un'arma molto temuta. Perfino, addormentavano i nemici.
Il piacere di una narrazione che sa farsi così magicamente persuasiva è legato essenzialmente al potere della "iterazione", alla regolarità ritmica della ripetizione. "Senza fine" ne è un chiaro esempio e a me ricorda un po' una canzone popolare, che mi cantava mia madre, "La pecora è nel bosco", altra variante di "Alla fiera dell'est" resa celebre da Angelo Branduardi.
"Senza fine", storia infinitamente aperta perché infinitamente iterabile, lascia intuire la forma essenziale della narrazione: un procedere fluido, potenzialmente perenne, composto però da una serie innumerevoli di cerchi (come nodi o giravolte di una danza!) in cui il filo del logos-discorso si avvolge, per quell'istinto primordiale che spinge ogni essere a desiderare la pura riproduzione dell'esistente. Ma è proprio godendo il piacere di questo avvolgimento che l'essere ( e quindi anche il logos che dell'essere è l'espressione forse più compiuta) si prepara alla distensione orizzontale (alla linea) dell'andare-oltre, ritardandola finché è necessario. La tensione narrativa consiste infatti nel rimandare lo scioglimento del cerchio-nodo, possibile mediante un'immersione nella corrente discorsiva. Il cerchio della ripetizione è il filo attorto della danza labirintica, preso dal ritmo primordiale di ciò che brama puramente se stesso e se stesso perciò eterna (come suggerisce il ritmo tribale ossessivo degli strumenti a percussione?). Ma questo abbandono al più primitivo e istintivo dei piaceri (la ripetizione, che tanto spazio ha nella musica rock), attraverso una sorta di regressione uterina (pensiamo alle filastrocche e alle ninna-nanne), è indispensabile perché si assorba l'energia sufficiente a generare lo slancio che fa uscire dal cerchio e immette nel nuovo (la progressione orizzontale, la linea, che spezza il cerchio e procede per punti irripetibili secondo la successione cronologica). Questo duplice movimento contiene in sé i principi essenziali dell'esperienza estetica, radicata nel corpo, il quale di sua natura aspira al moto come al riposo. In armonia con le tensioni e i cicli della vita biologica, la ripetizione (pensiamo ai ritornelli delle canzoni, alle formule prefissate o agli epiteti contenuti nelle canzoni epiche) e la distensione della fabula comportano, in pari misura, dinamismo ed inerzia.
L'importanza che nell'esperienza estetica riveste il ritmo è stata analizzata a fondo da Susanne K. Langer in Sentimento e forma. Essenziali sono i capitoli dedicati alla danza e potremmo dire che per la Langer la danza, con i suoi passi ritmati e la sua naturale adesione alla liquida architettura della musica, è presente in ogni momento della nostra vita estetica, in-formandola segretamente.
Immagino che nell'arte non occidentale, come nella musica africana od indiana, questo interno movimento, fatto di fluida e ritmica alternanza tra ripetizione circolare e distensione sinuosa, risulti più evidente. Ma non saprei dire come e in che senso. Lo sento ad orecchio semplicemente, e immagino che anche la narrazione proceda nella letteratura orale o scritta in modo meno concettualmente strutturato di quanto accada da noi. Ricordo a questo proposito un romanzo africano, letto alcuni anni fa: La via della fame di Ben Okri. Mi aveva colpito proprio per il ritmo narrativo, che mi rimandava a scansioni, intervalli, battute, del tutto nuove e originali, proprie di un altro modo di costruire il racconto. Che non sembrava infatti procedere da una "costruzione" ma correva via, da sé, alternando lunghe fughe, soffiate dall'intensità lirica della voce narrante, a rallentamenti e pause. Penso che nei prossimi decenni letterature mondiali diverse da quella occidentale ci sapranno dare contribuiti preziosi, e forse porteranno po' di sangue alla nostra, così sterilmente appiattita in una ripetizione (imitativa del genere o del modello santificato dall'establishment editoriale) che nulla ha di enigmatico e vitale.


Ben Okri, La via della fame, Bompiani, 1992
Susanne K. Langer, Sentimento e forma, Feltrinelli

1 commento:

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