domenica 27 febbraio 2011

Colpe imperdonabili. Lo sguardo di Medusa della coscienza.



Jean Valjean, il memorabile protagonista de I miserabili, compì un piccolo furto: una forma di pane per sfamare i nipotini, orfani di padre. Nonostante la nobile motivazione pagò con 5 anni di carcere (moltiplicati dai tentativi di evasione): caso emblematico di sproporzione tra l'entità del reato e la pena. Dante nel ruolo di uomo di legge o di giudice avrebbe fatto di meglio con la sua legge del contrappasso, mirata appunto a stabilire la giusta e misurata corrispondenza tra peccato ed espiazione.
Sui concetti di "delitto" e di "pena", fondamentali nella scienza giuridica che ispira ogni ordinamento, rifletterà l'italiano Cesare Beccaria, il nonno illuminato di Alessandro Manzoni, il quale a sua volta rappresenterà poeticamente tutte le ambiguità e le contraddizioni della "giustizia positiva" ne I Promessi Sposi e nella Storia della Colonna infame.
Intanto, per quanto riguarda un diverso piano della Giustizia (quello che riguarda la coscienza degli individui e non la posizione del cittadino davanti alle leggi), i mutamenti epocali in atto andranno via via verso una rarefazione del concetto di peccato, rifiutato per quel tanto di morbosamente persecutorio che nei millenni vi si era accumulato. Un carattere questo connesso all'idea o più che altro al sentimento del peccato che ha origine antichissime e affonda le radici nel tribalismo e nei legami di sangue: contesti in cui il peccato è una tara, si genera dall'infrazione di un tabù e contamina come una macchia.
Dell'orrore del peccato e dal conseguente bisogno di purificazione, il clero di ogni tempo si è servito per controllare le coscienze e gli uomini, vero, ma non è questo l'aspetto più significativo, quello cioè che ha mantenuto in vita il sistema etico fondato sull'idea di peccato. Un sistema che ha funzionato per millenni. Oltre all'ansia di purificazione, si connettono al peccato l'idea di liberazione dal male, ottenibile mediante il compimeto di atti rituali nelle società del mito, e l'idea del perdono, propria di un' epoca cristiana.
Il peccato, tale e quale il reato, è riconosciuto come tale dalla coscienza morale collettiva, possiede un'oggettività a suo modo rassicurante perché è misurabile e perciò sanzionabile ed espiabile: disponibile cioè a rientrare nel circolo in cui rottura dell'equilibrio (peccato o delitto) e amara riparazione permettono di ripristinare la giusta legge che regna nelle cose. Questo anche nelle società del mito: Edipo finisce malamente a causa dell' infrazione del tabù primordiale dell'incesto, e tuttavia la sua sciagura ha un riconoscimento corale che lo solleva dal peso schiacciante della colpa individuale collocandolo nella cornice del collettivo. Divenendo emblema universale della colpa umana, Edipo si riabilita agli occhi della storia e del mondo. Sarà un caso che molti condannati a morte nelle epoche ancora impregante di cultura popolare si esibissero sul patibolo pochi istanti prima di essere giustiziati proponendosi in modo efficace e perfino gustoso come modelli da non imitare, redarguendo i presenti, soprattutto i bambini perché non cedessero ai vizi e rimassero nel solco della virtù?

Ma è solo con l'avvento delle società del perdono che l'uomo trova la via della liberazione spirituale definitiva dal peccato. Non si tratta solo di ristabilire una misura ma di estipare il peccato con il perdono. Un atto, quello del perdono, fatto amando e da rinnovare innumerevoli volte ("settanta volte sette"), perché siamo esseri umani e abbiamo bisogno di continue conferme.
Vero che questo nuovo modo di considerare il peccato (non definitivo e perdonabile) ha condotto a commerci immondi (tipo la compravendita delle indulgenze) e alla ridicola computisteria che stabilisce per ogni peccato, grave o veniale, la misura di pena corripondente, per esempio in termini di anni mesi giorni da trascorrere nel Purgatorio.
Tuttavia, la certezza di poter ottenere il perdono per le colpe commesse, sulla base della "sola" autenticità del pentimento, basta a illuminare un'intera esistenza. E questo è il messaggio di molti romanzi di Dostoevskij, Victor Hugo, Manzoni, per citarne solamente alcuni. Quella del perdono è forse la più grande rivoluzione di tutti i tempi.
Ci sono dei rischi, certo. Insistendo in primo luogo sull'autenticità del pentimento (unica premessa indispensabile per ottenre il perdono), Il Cristianesimo insiste su qualcosa che in se stesso non è misurabile perché ha a che fare con l'interiorità. Solamente le sue manifestazioni e i suoi atti (che possono ingannare) si possono giudicare con oggettività. Non è facile neanche per il peccatore essere sicuro della purezza del proprio pentimento: ciò che noi consideriamo tale a volte è solamente vergogna delle proprie debolezze (magari inconciliabili con una nuova immagine di sé) e perciò tutto sommato una forma di superbia. Il cosiddetto peccatore potrebbe sempre avere il dubbio che le forme con cui sta cercando di espiare sono insufficienti rispetto alla gravità del peccato commesso perché troppo affidate al suo "sentire" (soggettivo). Questa è una possibilità più forte e minacciosa nel cristianesimo protestante dove il rifiuto del carattere sacramentale della confessione delega la responsabilità del peccato e della sua interpretazione al solo peccatore.
Il rischio è insomma che il senso del peccato si trasformi in senso di colpa. Ambiguo, pervasivo, e così confusamente sgusciante da risultare inafferrabile perciò inaffidabile. Ciò spiegherebbe il successo della psicanalisi, cui spesso si fa ricorso sotto la pressione del disagio causato dal senso di colpa e per un ansia di assoluzione. Compito che essa svolge di solito contestualizzando la colpa in maniera tale da renderla giustificabile. E legando nuovamente gli uomini attraverso la colpa, come nelle società del mito o precristiane (avendo il cristianesimo cercato di liberare dall'atavicità della colpa attraverso il battesimo). Se Gianni fa soffrire le donne a causa di disturbi affettivi trasmessigli dalla madre, quest'ultima a sua volta potrà dire a ragione di averli acquisiti da sua madre e così via all'infinito. Perciò, a differenza del peccato, la colpa non si perdona ma si giustifica (storicizzandola e inserendola in una catena di rapporti causalistici). E si giustifica negandola come colpa (presentandola cioè come il risultato necessario di una serie di dati di fatto), il che finisce per renderci ingiusti, incapaci di riconoscere le nostre responsabilità. Più tardi (dopo l'iniziale sollevio in cui constatiamo che la colpa è di un altro) ciò ci farà sentire intimanente e magari inconsciamente in colpa, poiché le radici morali della nostra coscienza soffrono di aver dovuto tollerare un "baro". La psicanalisi rischia in questo di farci saltare indietro di qualche migliaio di anni: per guarirci dalla disperazione della colpa non perdonata ci propone qualcosa che è molto vicino alla tara: l'ineluttabile necessità, frutto non della volontà degli dei ma di figure genitoriali insufficienti e perfino "tarate": di "divinità minori" insomma. Come se il carattere libero e personale della vita spirituale e delle scelte non ci fosse mai stato rivelato.
Negli ultimi sessant'anni si è assistito al tentativo di dissolvere anche il concetto di colpa (come già si è fatto con quello di peccato) in nome della libertà del desiderio. A prescindere dai risultati sociali e politici, va constatato che, se il concetto di colpa può essere ideologicamente negato con una certa facilità, il senso di colpa no. Perché affonda non nell'ideologia ma nel sentire e nel costume. Evidentemente l'uomo non è solo essere razionale ma anche essere morale e dalla coscienza del male e del bene non può essere "liberato". Semmai il senso di colpa è stato rimosso e fatto ricadere nelle zone ombrose della coscienza, dove però lavora assumendo tutti caratteri delle divinità ctonie e facendosi perciò incontrollabile, avido e potente.
Per le anime più ingenue e meno difese (di altre che si addormentano sotto la scorza del relativismo morale e del cinismo) la sua pressione può diventare intollerabile. L'impossibilità di essere perdonati e di rimediare espiando agli errori, rende inaccettabile ogni piccola caduta, proprio perché vissuta come macchia incancellabile. Si pretende perciò da se stessi e dalla propria esistenza l'assoluta perfezione. Si vive con angoscia ogni minimo errore. Ci si tormenta spaventosamente per poco, con esiti che in casi estremi possono essere tragici. Perché, davanti alla macchia e in assenza di una cultura del perdono (che presuppone quella del peccato), la tentazione di distruggere tutto, strappando il foglio su cui si stava scrivendo e rovinato da una goccia d'inchiostro, può essere grande. Distruggere e distruggersi per non potersi accettare imperfetti. Deturpati.
Qualche giorno fa leggevo di un ragazzo che, dopo aver provocato un semplice tamponamento senza morti o feriti, è sparito. Solo un tragico sms per un'amica, come se l'incidente causato fosse di quelli irreparabili che rendono impossibile riprendere il corso normale dell'esistenza. Mi sono chiesta se anche questo ragazzo non sia una di quelle anime tormentate che da se stesse non accettano errori. Decise a strappare il foglio se il disegno non è perfetto.
Se non si sa più cosa è peccato, cosa colpa e cosa errore. Se non si ammette che la via della perfezione è quella dell'umiltà in cui ci si rassegna ad essere poveri peccatori la cui speranza sta nel perdono (il messaggio per me fondamentale della Leggenda del santo Bevitore di j. Roth) il rischio è di diventare intolleranti ai propri errori e di non saper più valutare in maniera oggettiva l'entità di una colpa o di un'offesa. Una anche minima allora, consegnata al giudizio della propria coscienza, magari eccessivamente scupolosa, può assumere un significato spropositato e spingere a forme di punizione o di autopunizione spaventose e ingiustificate.
Diciamo "ingiustificate", ma agli occhi di chi? Gli occhi che valutano del rapporto intercorrente tra colpa e pena forniscono il metro di giudizio, ma se il metro è stato rifiutato...se lo si accetta solo convenzionalmente per il reato (e non per la colpa), e per motivi quindi di ordine pubblico, cioè di pura convenienza... beh, allora non restano che gli occhi della nostra coscienza. E non è detto che siano più pietosi di quelli del giudice che condannò a cinque anni per un poco di pane il celebre Jean Valjean. Rispetto a un simile giudice si rivela infatti più crudele quello che vive nell'anima implosa di Pink, protagonista di The Wall (album e poi film dei Pink Floyd) e simbolo di un'umanità risucchiata nella spirale di un folle soggettivismo. Un'umanità nuda, davanti a Medusa.

3 commenti:

  1. solito bel post

    chi oggi ha l' autorevolezza di portare al perdono qualcuno?

    non più un prete, raramente un padre, solo a volte -straniantemente- un perfetto estraneo

    la coscienza morale puramente individuale è uno specchio rotto , scaduto già nel nascere nello psichismo, sarà per quello che piace così tanto?

    sarà la ormai lunga imitazione della macchina che ci porta a ragionare in termini di performance, e non bisogna sbagliare un colpo?

    da

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  2. credo si tratti dell'effetto nefasto dell'idealismo diffuso dai mass media, piuttosto. Le società con un forte senso estetico sono piuttosto intolleranti davanti all'errore, incentivando comportamenti autopunitivi in chi sbaglia. E poi oggi chi sbaglia è solo, non può condare sulla solidarietà del gruppo familiare o della comunità.

    niamh

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  3. quella solidarietà che aveva la facoltà di dimensionare (metron) il peccato e il castigo conseguente in termini meno auto- referenti.

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