Persefone, archetipo femminile della natura rigenerativa dell'essere e del tempo circolare. Rapita da Ade ancora fanciulla, finisce prigioniera negli Inferi. La madre Demetra, dea delle messi e dei frutti, si dispera a tal punto per la sua assenza, da trascurare completamente alberi e campi: non ci sono fiori né spighe né frutti, la vita universale langue. Perfino gli dei dell'Olimpo si spaventano e costringono Ade a restituire Persefone alla madre, purché lei non abbia assaggiato alcun frutto infernale. Non è così purtroppo: la fanciulla ha mangiato dei chicchi di melagrana. Non potrà tornare definitivamente sulla superficie terrestre, ma solo per due terzi dell'anno. L'altro terzo dovrà trascorrerlo nell'Ade e fare da sovrana a un mondo di ombre accanto al tetro dio che l'ha rubata.
Intorno alla figura di Persefone, così inguaribilmente enigmatica, sono state scritte molte pagine. Eppure la sensazione è che ci sia sempre qualcosa da dire e da capire. Persefone, vita cosmica in boccio, slancio primaverile, promessa e fioritura, riassume splendidamente in sé la forza generativa che assicura la perennità dell'essere, e, insieme, la morte. La morte vissuta come una sorte di contaminazione, legata al mangiare e al gustare: atti che implicano il piacere ma anche qualcosa di aggressivo e perfino distruttivo. Un'opera al nero. Mangiare comporta infatti un fare a pezzi riducendo ciò che ha forma alla materia informe, scomponendolo nei suoi elementi primordiali. Proprio per questa ragione la parentela con la morte costituisce anche una sorta di "impegno". Mangiare i semi di melagrana, al di là del simbolismo legato evidentemente al concepimento, significa anche "compromettersi", uscire dall'ariosa ma effimera dimensione della farfalla che tutto sorvola senza incidere. Senza prendere decisioni, senza cogliere l'istante dell'aut aut. Persefone ha interiorizzato la profondità dell'abisso. Si è fatta oscura, arcana, ermetica. Si è fatta profonda. Perciò reca in sé il vuoto del baratro: la coppa di cio che non è. Non è perché è già stato o perché è ancora da essere.
Vero che la condizione di Persefone è per così dire obbligata. Non è la giovane che ha scelto: Ade l'ha presa con la forza. Ma sovente, come accade nei sogni, il dinamismo degli eventi va intepretato alla luce del contesto generale. Il rapimento può anche simbolicamente rappresentare la resistenza della psiche (femminile come psiche, ma a cui tutti, uomini e donne, sono interessati) di fronte all'imperativo della crescita. Troppo spesso noi traduciamo legami simbolici con altri di tipo logico, temporale o causalistico, perdendo il senso profondo delle immagini. Persefone mangia di sua iniziativa i semi che determinano per sempre la sua parziale ma sostanziale appartenenza al mondo degli Inferi. E' perciò corresponsabile di fronte a quanto le accade: il suo atto di mangiare i semi non è casuale (nel mito nulla lo è), al contrario corrisponde ad una scelta precisa. Entrare nella storia personale e uscire da uno stadio puramente estetico, in cui vige l'illusione della immortalità. Esistere insomma. Con consapevolezza e senso di responsabilità. E perciò morire.
Quello che l'anima-Persefone trova mangiando i semi (simboli anche del seme maschile) è l'inter-esse. Sarà un caso che lo stato di gravidanza si indica anche con l'aggettivo "interessante"? L'anima rappresentata simbolicamente da Persefone è un anima "interessata", dentro le cose. Non le sfiora più semplicemente, ma le tocca, e le gusta accettando il rischio del mutamento. Accettando di essere partecipe della distruzione implicita nel divenire. Rinunciando ad un'innocenza che, giunti all'eta della discrezione, diventa colpevole.
Alla figura di Persefone è dedicato un testo (Persefone -variazioni sul mito) edito da Marsilio che raccoglie le pagine di molti scrittori dell'età antica e moderna su questa bella figura femminile. Da Omero ad Ovidio a Goethe a Swinburne e tanti altri. La raccolta è curata da Roberto Deidier, poeta e saggista. Consiglio la lettura a chi ama avventurarsi sulle acque del sogno, in cerca di quelle verità che solo nel sogno si annunciano.
Purtroppo nella raccolta non ci sono testi di autrici donne, e mi dispiace. Forse che nei secoli le donne su Persefone non abbiano mai scritto? Mi pare strano, la figura è troppo intrigante. Più facile invece che parole e pensieri siano rimasti nel cassetto.
Questa lacuna mi spinge oggi a postare una pagina che avevo scritto qualche tempo fa. Il soggetto è appunto Persefone. Non sarà granché, ma vuole supplire molto umilmente alla mancanza di una parola femminile in proposito.
PERSEFONE
Mi conoscete con il nome di Persefone (Proserpina per i romani), ma alla nascita mia madre mi chiamò semplicemente Core: la "fanciulla". Come se si potesse rimanere fanciulla per sempre. Oggi preferirei chiamarmi "Ritornante" ("colei che ritorna": gli uomini ambrati di una terra felice hanno un nome in proposito: "Aidha"). Un nome più adatto alla mia attuale natura. Io decreto la fine dell'inverno "tornando" su dalle profondità della terra, dove sono regina di un popolo di ombre. Porto la luce ma la mia luce è tutta impregnata di buio, come quella che filtra attraverso i rami tremanti dei giovani pioppi. In questo ho maestra la Luna. La bella Luna che da sempre mi è amica. L'amo più del sole e ciò è strano, per voi uomini, dediti alla coltivazione di tutto quanto fiorisce, spiga e fruttifica. Voi al Sole rivolgete parole imploranti, perfino servili. Somigliate a mia madre, e anche lei invocate, perché schiuda le mammelle e vi dia un raccolto abbondante.
Mia madre. Le voglio bene ma non mi capisce. E' tutta fuoco e terra grassa e latte e miele e succhi, lei. Una volta il suo mondo mi piaceva. Prima che il Signore delle acque su cui nessuno giura mi stringesse la vita in un abbraccio inestricabile, color bronzo.
E' successo, non avrei voluto e non ho fatto niente perché accadesse. Così mi sono detta tante volte, divorata dal senso di colpa nel vedere la disperazione di Demetra quando sono lontana, sotto terra. Ma è vero?
Ad essere sincera non ero del tutto felice allora, per quanto fossi figlia di dei e avessi molte ninfe per amiche. Qualcosa mi mancava, ma di preciso non sapevo cosa. Intorno a me aria, colori, musica, canti d'uccelli, farfalle palpitanti...ogni meraviglia insomma. E tuttavia non ero soddisfatta. C'è altro, dicevo fra me: c'è altro. Per esempio il buio da cui le radici traggono mute i loro succhi, le cose segrete del mondo di sotto. Vorrei conoscerle, vorrei sapere tutto senza preclusioni: non mi è mai piaciuto chiudere gli occhi. Infatti non li chudo nemmeno quando sto con il mio Signore sottoterra, perché lì sono sovrana. E forse è questa la chiave per comprendere la mia oscura vicenda. Sposare Ade è stata la via per non finire da morta nell'Inferno ad occhi chiusi. So cosa state pensando: avevo l'immortalità che mi veniva dai miei genitori. Vero, ma se ne avessi approfittato non avrei conosciuto il mistero della vita che batte sotto il suolo, ostinata e remota come un tamburo nella foresta. E io, invece, ardo fin dalla nascita della brama di conoscere e sapere, come un filosofo pitagorico, come l'inziato ai misteri. Altro che fanciulla invaghita di papaveri e viole...chi mi descrive così non sa quel che dice.
Mi spiace solo per i miei sudditi. Ombre che nel buio patiscono la nostalgia della luce e hanno sete (le acque infernali non sono piacevoli da vedere e certo non invitano a bere). Io offro loro la rossa melagrana dai bei semi e dico: "Prendete, cari, succhiate. La sete vi abbandonerà per sempre": Ma loro si tirano indietro con disgusto: "No, no, regina, come puoi chiedeci questo? Se è proprio la melagrana che ti ha dannato!". E così preferiscono il tormento eterno della sete alla pace contenuta nei frutti. Stolti! Come se io non sapessi quel che facevo mangiando i grani del pomo che Ade mi porse negli Inferi con dolcezza, facendomi sua per sempre. Con dolcezza, avete capito bene. Perché il mio signore è dolce, molto dolce, e fedele. Ma è inutile stare a spiegarlo a chi non mi vuole ascoltare.
Ogni volta che torno sulla terra mia madre mi accoglie con mille domande angosciate: "Che ti ha fatto di male?".
Mamma, non mi fa niente di male. E anche voi, uomini e ombre, uditemi bene: Ade non è cattivo. Quale altro marito sopporterebbe di lasciare per nove mesi all'anno la sposa amata (e Ade mi ama) in compagnia della madre? Demetra parla senza conoscere. La rassicura la ciclicità dei miei ritorni perché come ogni dio dell'Olimpo teme la mancanza di regole, sagome chiare, ordine. E la notte di Ade è davvero sconfinata e caotica agli occhi di chi nonsa leggervi dentro. Solo Ade non ha timore dell'infinito, per questo gli voglio bene.
In fondo a me piace così: un periodo d'ombra, fra esistenze sussurrate, dove solo il passato e il futuro esistono: ciò che è stato e ciò che dovrà essere, il seme duro del frutto caduto e il bulbo prossimo al germoglio. Il resto del tempo lo passo con voi, dentro il vento, in compagnia delle timide lucertole stese al sole, abbracciata al vilucchio, sporca di more. Un terzo sottoterra e due terzi nel mondo accecante, orizzontale, dove tutto è presente. Laggiù la bianca nebbia e le acque lattiginose. Qui ,l'estate.
Variare, in fondo, è il modo migliore di uccidere la noia. E la noia è proprio il sentimento di cui gli spiriti ardenti come me hanno paura. Ho avuto la vita che volevo. Mamma, perché non capisci?
metafora del concepimento come avvenimento dell' altrove.. darsi presume un riservarsi.. ergersi al sole riposa nel mondo buio muto e minerale..la coappartenenza dei mondi in un unico mondo ?
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sì, ma mi piace anche immaginare una lettura un po'kierkegardiana del mito: accettare l'ombra può significare uscire da uno stadio estetico (arioso e irresponsabile), e scoprire attraverso la parentela con il buio la propria natura regale portatrice di luce. Assurdo e scandaloso (ma "profondamente vero"?). Ciao.
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