domenica 18 settembre 2011

Madri snaturate


Nel 1995 il popolo americano restò sconvolto dal duplice omicidio di Susan Smith che uccise i suoi due bambini, 14 mesi e 3 anni, facendoli sprofondare con l'auto in cui li aveva legati, dentro le acque gelide di un lago. La donna raccontò inizialmente di aver subito il furto dell'auto con a bordo i due piccini, ma uno sceriffo denunciò le numerose incongruenze della sua ricostruzione. Ci fu un'inchiesta e infine la verità risultò chiara: i bambini erano stati eliminati dalla madre, giovane e graziosa, che dopo il fallimento del suo precedente matrimonio aveva stretto una relazione con un uomo ricco, il quale però non voleva sobbarcarsi il peso di figli non suoi. Di qui la decisone di "cancellarli".
Nel 2001 fu la volta di una donna della Chiesa fondamentalista: annegò i cinque figlioletti avuti dal marito nella vasca da bagno, ne distese i corpicini sul letto e poi chiamò la polizia. Aveva messo al mondo tanti bambini come la sua Chiesa le chiedeva pressantemente di fare. Qualcosa però non aveva funzionato "a dovere". Il meccanismo che regola il comportamento della buona "fattrice" si era inceppato.
Susan Smith, la donna fondamentalista, la mamma di Cogne e tante altre...giudicarle o condannarle non serve a capire perché cose di questo genere accadano. Donne che uccidono i propri bambini ci sono sempre state. Donne per le quali l'istinto naturale riproduttivo, quello della protezione della prole, sembrano non valere. Almeno per un giorno, un'ora, un minuto, un istante. Noi ci consoliamo pensando che si tratta di depravazioni, comportamenti "contro natura". Sarà, ma anche madre natura ogni tanto ci stupisce rivelando al suo interno tendenze nient'affatto naturali: devianze, mostruosità più al servizio della morte che della vita.
Nel mondo animale ci sono madri che abbandonano i propri piccoli, oppure li divorano, si rifiutano di allattare e di accudire senza giustificazione apparente. I cuccioli sono in salute, la mamma pure... noi diciamo che si tratta di madri "snaturate", eppure in quanto animali esse appartengono completamente al regno della natura: non hanno niente di "culturale" che possa farle deviare dalla legge che regola il divenire. Sono bestie, mosse dalla potenza arcana dell'istinto a riprodursi. Eppure "divorano" la loro stessa figliolanza.
Figuriamoci perciò quanto ancora più enigmatico e sottile possa essere il canovaccio "naturale" su cui si organizza e si struttura il tessuto dei comportamenti umani. L'uomo infatti è essenzialmente "cultura" e la cultura delle società cosiddette progredite porta molto lontano dalla natura. I bisogni anche più basilari hanno risposte sofisticate, mediate da complesse tecnologie. La sete non viene più placata dalla mano che porta alla bocca l'acqua della fonte. L'acqua viene da lontano, è trasportata in bottiglie costruite ancora più lontano su grossi camion che funzionano grazie al petrolio che viene da terre poste al di là del mare. Senza contare che noi abbiamo inventato diavolerie apparentemente più dissetanti e la sete spesso non è sete di acqua, ma di fanta,di coca... Per fare un altro esempio: i bisogni naturali di accudimento non vengono più soddisfatti dai familiari o gli amici più intimi, la risposta passa attraverso gerarchie burocratiche dove persone sconosciute decidono della vita di un individuo bisognoso e fragile...Cosa rimane dell'amore materno o figliale, fatto di intimità e tenerezza? Forse molto, forse niente. Una volta abbandonare i propri genitori alla cura di estranei veniva considerato un 'espressione di freddezza d'animo, socialmente riprovevole, innaturale. Oggi non più.
Fra i cosiddetti istinti naturali noi celebriamo quello di sopravvivenza e quello materno. Eppure c'è un numero non trascurabile di persone che si uccidono, e donne che non avvertono affatto il bisogno di diventare madri. Fra le madri non tutte amano l'allattamento, molto esaltato dalla letteratura, dall'arte, dai vademecum della mamma 10 e lode. Ma c'è chi allattando prova una sensazione di grande piacere e chi invece non può fare a meno di sentirsi "animalizzata". Meglio cercare una balia in questo caso, come si faceva una volta. Una bella forma di solidarietà femminile purtroppo passata in disuso. Meglio il latte artificiale che trasmettere al proprio bambino il disagio dell'umiliazione. Direte che è sbagliato, che allattare è bello, sano, "naturale"... Ma se non è naturale, se è doloroso, per la donna che allatta, e se la stessa natura ammette e perfino produce così tante eccezioni, perché noi umani (in tante cose distanti dalla natura) dobbiamo colpevolizzare i comportamenti apparentemente devianti, anche laddove potrebbero facilmente essere accettati e assorbiti senza troppi danni?

La natura è davvero potente e agisce dentro e sopra di noi. Ma forse lo fa con più fantasia di quanto generalmente si creda. Il richiamo della foresta, soprattutto quando si tratta non di lupi ma di esseri umani, esiste, ma non si può definire nei termini di un codice comportamentale fatto di regole univoche e rigide. E' un richiamo alla crescita ed alla realizzazione delle nostre risorse profonde, portandole dall'interno all'esterno, illuminandole con la consapevolezza, portandole a frutto. E' un richiamo all'espansione di un'esistenza che non può ridursi al soddisfacimento di bisogni e desideri strettamente individuali e brama l'ulteriorizzazione. Tuttavia le modalità di questa realizzazione possono variare di molto, le strade che si aprono sono diverse e diversamente percorribili.
Naturale non significa omologante: le differenze individuali, perfino un margine di disfunzionalità di comportamenti che talvolta possono sembrare meno trionfalmente orientati alla vita, un po' corrosi all'interno, vanno accettati. E proprio questa accettazione potrebbe evitarci le conseguenze più tragiche di ciò che rifiutiamo perché "contro natura". Se Susan Smith non avesse dovuto temere il giudizio pubblico per aver magari abbandonato i propri figli, preferendo loro un nuovo amore, magari si sarebbe limitata a rinunciare ad essi, senza ucciderli. Loro avrebbero conosciuto l'amore di mamma e papà (a proposito il loro dov'era?) in una famiglia adottiva. Se la madre assassina della Chiesa fondamentalista non avesse sentito l'obbligo di "figliare" come una mucca (e non perché avere cinque bambini non sia una bella avventura: lo è eccome, ma per chi vuole viverla), inseguendo un ideale che evidentemente non era il suo, una tragedia terribile non sarebbe accaduta.

E' evidente che generare dei figli, amarli, nutrirli in un rapporto di intimità e tenerezza è cosa buona, al servizio della vita e della felicità degli individui. E che sulla felicità degli individui poggia il benessere sociale. Ma siamo esseri limitati: l'imperfezione regna, e regna già nell'origine. Winnicott raccomandava ai genitori di accontentarsi di essere "passabili". Quando si cerca di essere perfetti si fanno infatti più danni, perché si diventa intolleranti con gli altri e con se stessi. Non si accettano debolezze, errori, deformità che invece appartengono alla vita. Il che non significa ignorare o fingere di non sapere cosa sia la perfezione, il punto esatto d'equilibrio, il modello.
Purtroppo vedo spesso le persone oscillare tra i due estremi: da un lato si contesta il modello, la norma, la regola, appellandosi all' apparente libertà del più estremo relativismo. Poi però si grida allo scandalo davanti alla mostruosità, al delitto, alla devianza. L'istinto materno viene contestato e negato, quasi fosse il retaggio di un'antica schiavitù. Ma si condanna senza misericordia la mamma del bambino sofferente, del malato mentale, che dopo anni d'inferno e di solitudine, esasperata, uccide il figlio. Lo stesso orrore viene riservato alla ragazza che abbandona il bambino appena partorito nel cassonetto. Sono atti spaventosi, sia chiaro, eppure non incomprensibili ( di certo non giustificabili ). Solo comprendendoli, e accettandoli come non del tutto estranei alla natura umana, si possono prevenire ed evitare.

Io perciò preferisco pensare che generalmente le donne desiderano diventare madri. Non tutte però. L'eccezione ce la insegna per prima la natura, dove, come abbiamo detto, quasi tutte (e non tutte) le femmine degli animali hanno cura della prole. L'istinto materno allora non esiste? No, semplicemente ammette delle eccezioni. L'eccezione non deve essere usata per negare la regola (cosa socialmente e culturalmente pericolosa perché produce confusione e disordine. Negare la regola inizialmente può sembrare "liberante" per l'eccezione ma alla lunga crea nella comunità, che vede minacciate le basi sociali dell'ordine sociale, delle reazioni pericolose di tipo "fobico"), ma non deve essere demonizzata. L'eccezione va riconosciuta e accettata.
E sempre a proposito di istinto materno, se non si può negare che in condizioni di serenità il rapporto tra madre e figlio è "naturalmente" un rapporto d'amore, sono tuttavia numerose le crepe che possono incrinarlo, facendo filtrare angosce, stanchezze, paure... emozioni e vissuti che la corrente della vita porta con sé. Non neghiamole queste crepe, accettiamole, e se si possono chiudere, bene. Altrimenti mettiamoci un cerotto. Quel cerotto è il segno della nostra condizione originale di povere creature.

lunedì 12 settembre 2011

Un peso sul petto, di Vittoria A.


La scorsa primavera è comparso in libreria il secondo romanzo di Vittoria A., un'amica scrittrice che ho molto cara. S' intitola Un peso sul petto, è ambientato a Edimburgo "città misteriosa e mutevole, romantica e spietata". Un duplice omicidio costringe l'ispettore Robertson, vicinissimo alla pensione, a confrontarsi con le mostruose inquietudini di una generazione malata. Paura, desiderio, invidia sociale, noia, vizio, convivono con slanci inaspettati di altruismo e pietà: la galleria dei personaggi è viva e varia, risvegliando nel lettore un'intensa partecipazione emotiva. Quando i delitti stanno per essere chiariti e l'indagine sembra giungere in porto, i resti di un cadavere affiorano dalle acque del Water of Leith e rimettono tutto in discussione...
Posto qui qualche pagina per farvi gustare l'ambientazione.


«Simpson! Chiama Bennett che andiamo a fare quattro chiacchiere con la donna delle pulizie della Smyth e della McAllister. Ho avuto l'indirizzo da uno dei mariti. Pare che la domestica lavorasse da entrambe da più di dieci anni.»

Era una delle rare giornate calde e soleggiate. Una di quelle che in Scozia si spera sempre che non finiscano mai, in cui la gente si dà malata in massa e passa tutto il giorno beatamente distesa in uno dei molti parchi, zoone verdi e giardini di Edimburgo. Il giorno dopo per la strada non si vedono che orecchie, spalle e fronti bordeaux. Difficile sostenere al lavoro che il giorno prima si era stati veramente malati. A meno che non si trattasse di una pandemia di scarlattina.

Roberston, Simpson e Bennett, immusoniti e silenziosi, si trovavano chiusi in auto a dover percorrere Princes Street a passo d'uomo, imbottigliati nel traffico estivo che preannunciava il caos del Fringe Festival, nell'ormai vicino mese d'agosto.
«Quanto andranno avanti i lavori per mettere giù le rotaie dei tram?»
«Prima dicevano che avrebbero finito per la fine dell'anno ... E adesso dichiarano con nonchalance di aver fiinito i soldi.»
«Quindi mi sa che ne avremo per un bel pezzo.» «Chi si è mangiato i fondi per i tram questa volta?» «1 soliti. È inutile fare differenze di categoria, tanto apppena possono fregano tutti quanti a piene mani. E noi qui a correre per quattro soldi che non bastano neppure ad arrivare a fine mese. Del resto dicono che la giustizia non è di questa terra.»
«E chi l'ha detto?»
«Un extraterrestre ... »

Il caldo era opprimente. Alla loro sinistra i giardini di Princes Street brulicavano di persone in calzoncini corti, sandali estivi e magliettine praticamente inesistenti. Molte ragazze indossavano il pezzo di sopra del costume da bagno, alcuni giovani giocavano a frisbee e a calcio, altri leggevano, dormivano o ascoltavano la musica mollemente sdraiati al sole.
Simpson contemplò con aria rapita la rocca che domina i giardini e tutta la città e su cui si erge il castello nellla sua rude potenza. Nonostante vivesse a Edimburgo ormai da oltre un anno, rimaneva continuamente stupito dalla sua mutevole bellezza. La città sapeva trasformarsi, questo era sempre stato il segreto e il mistero dell' antica Din Eidin, primitiva roccaforte del popoolo dei Votadini.

Da sempre, la sua natura cangiante e inafferrabile ispiirava storie di doppiezza, di personalità multiple, di lati oscuri nascosti sotto un'apparente calma e rispettabilità. Questa era Edimburgo per Simpson, un'enorme matriosca che racchiudeva in sé tante altre città appaarentemente ignare della rispettiva esistenza. Nelle giorrnate di sole Edimburgo appariva gioiosa, luminosa e innocua; sotto la neve era romantica ed eterna; sotto la piogggia appariva triste e melanconica; quando era immersa nella nebbia e nell'oscurità si rivelava cupa, terribile e sinistra, una dimora per gli spettri.

Proprio come i suoi abitanti, la città era capace di racchiudere in sé aspetti totalmente dissonanti in modo del tutto inconsapevole. Per un aberdonian, un cittadino di Aberdeen come lui, il fascino di Edimburgo continuaava a perpetrarsi avvolgendolo, confondendolo e cancellandogli la memoria. Era la magia di quella città secolare, costruita sugli strati sepolti delle epoche storiche passate, rimaste ancora intatte sotto le pietre e l'asfalto. Come una fenice che da sempre risorge dalle proprie ceneri, Edimburgo aveva la capacità di far sentire la gennte senza passato al suo cospetto, fra le sue mura antiche e silenti, sotto il suo cielo dai colori estremi, seppellenndo le macerie di massacri, peste, drammi, povertà sotto nuove strade, nuovi edifici, nuova inconsapevole riccchezza. Senza mai guardarsi indietro.

Laura Bennett fissò per un momento il collega Simpson con una punta di sdegno.
"Sicuramente si è autodisperso tra romanticherie di livello infimo sulla bellezza di questi giardini", pensava. "Se fosse una donna non li vedrebbe poi così legggiadri."

A Laura, la conca verde proprio sotto al castello, ricordava vicende ben più truculente. Fino al 1765 i giardini di Princes Street non esistevano perché al loro posto c'era il famigerato laghetto detto Nor'Loch. Inizialmente il lago, ovvero una distesa d'acqua stagnante e maleodorante, era servito a proteggere il castello dagli attacchi dei nemici provenienti dal Nord. Tuttavia, negli anni, era diventato una specie di fogna a cielo aperto in cui i cittadini gettavano i rifiuti, i macellai gli avanzi e gli organi degli animali macellati e in cui in molti scaricavano i vasi da notte. Inoltre, tra il 1590 e il 1700, il Nor'Loch aveva conosciuto anche gli splendori della funzione sociale, in quanto veniva utilizzato nei processi alle streghe. Le presunte colpevoli di stregoneria venivano gettate nel lago con le mani legate ai piedi: se annegavano erano innocenti, se invece galleggiavano la loro colpevolezza era conclamata e venivano successivamente condannate al rogo.

Vittoria A. Un peso sul petto, Eclissi Editrice

domenica 4 settembre 2011

Genitori immaturi, figli scritti sull'acqua...


Ophelia di J.E. Millais, 1852

Genitori insufficienti, anaffettivi, distanti e distratti, crescono figli insicuri, ansiosi, depressi, incapaci di riconoscere il proprio valore e di percorrere il cammino della propria vocazione iniziatica (quella che ogni esistenza degna di questi nome porta in sé). La fiaba della Bella Addormentata ce lo racconta con il suo linguaggio intessuto di simboli poetici variamente interpretabili, eppure pregnanti e incisivi.
La nascita di Rosaspina (perchè così si chiama alla nascita la futura Bella Addormentata) viene annuciata alla madre da una rana che salta fuori dall'acqua del bagno. Piuttosto insolito, e anche sospetto. Come se la regina madre avesse bisogno di un mediatore terra-acqua (gli anfibi sono creature della soglia) ad annunciarle una nascita che invece avrebbe dovuto lei stessa avvertire in grembo (terra-acqua appunto), dentro di sé.
Più tardi il Re, ci dice la fiaba, decide di festeggiare alla grande il lieto evento, ma solo dopo aver verificato l'aspetto piacevole (l'immagine sociale, quindi) della piccina: "La vide così bella che..." Sorge il dubbio che Rosaspina non avrebbe trovato accoglienza tra le braccia sospettose di suo padre se la sua immagine sociale fosse stato meno attraente. E anche adesso l'accoglienza non è di quelle rassicuranti e riposanti: resta sotto condizione.
Una madre fredda, anaffettiva e un padre schiavo delle convenzioni e dei suoi sogni di grandezza: questi sono i genitori "regali" della principessina. Ci si chiede: ma di quale regalità sono portatori simili sovrani? Non c'è generosità, coraggio, amore. Nulla di augusto o di buon augurio in una regalità che diffida e non dà benessere. Solo corona, scettro e trono.

La mamma cessa subito di essere una figura significativa, vi si accenna fugacemente associandola sempre al re (il re e la regina...), senza mai immaginarla coinvolta in un rapporto personale con la figlia.. Fa venire in mente le madri imitative di cui parla la Palazzolo Selvini quando traccia i possibili identikit delle madri di ragazze anoressiche, donne affettivamente depresse, senza trasporto, più simili a istitutrici che "fanno il loro dovere": danno la pappa, lavano, accompagnano a letto.
Il padre è più attivo, ma commette alcuni errori fatali che compromettono il destino della bambina e rivelano un orizzonte mentale angusto, perfino una forma inspiegabile di avarizia. Infatti, avendo soltanto dodici piatti d'oro in casa, e avendo intenzione di invitare le importanti fate del regno, ne invita giusto dodici , trascurando la numero tredici, proprio lei che è così facile all'ira, vendicativa e temuta. Avrebbe potuto comperare un piatto nuovo, e invece no...evidentemente la novità non è fatta per lui, gli richiederebbe energie, una spesa, una forma di oblatività che lui respinge. Questo re conserva ciò che è dato e basta.
Sarà la fata tredicesima a gettare sulla bambina il terribile prognostico: "A quindici anni si pungerà con il fuso e morirà". Fortuna che interverrà la dodicesima limitando il danno: "Si pungerà ma non morirà, solamente dormirà cent'anni ".
Il re ordina a questo punto che vengano bruciati tutti i fusi del regno , ma il giorno del quindicesimo compleanno i genitori della principessa non sono a palazzo. Sono "fuori" ( a fare compere? a presiedere qualche vuota celebrazione del potere?), sembra impossibile ma è così. Errore o dimenticanza? Comunque sia, è imperdonabile.
In questo giorno la ragazza vaga per il castello annoiata, ed è strano che una giovane di così elevata estrazione sociale non abbia neanche una torta con le candeline, un regalino, una festicciola. Quindici anni è l'età in cui in certi ambienti si entra a far parte del mondo dei grandi, e ci si fidanza con qualche giovane altolocato di belle speranze. Niente di tutto ciò per Rosaspina, che resta misconosciuta come persona e ignorata nella sua crescita. Senza prospettive, peggio di una sguattera lei che è figlia di re.
Vagando qua e là trova infine una scala che la porta su per la torre: in alto una vecchia fila usando un attrezzo dalla forma curiosa che Rosaspina non ha mai visto. Spinta dalla curiosità lo afferra e si punge. Come va a finire si sa: cent'anni di sonno per lei e tutto il regno: corte, sudditi, domestici, animali compresi. Intorno cresce una foresta di rovi impenetrabile e la fiaba rivela una struttura archetipica abbastanza simile a quella del mito del re pescatore ferito e della terra desolata. Qui è al femminile: il sonno è un'immagine del materno, forma dell'essere che Rosaspina ha bisogno di conoscere se vuole diventare una regina vera, che non si limita ad imitare il ruolo o la carica ma regna, portando amore, comprensione, giustizia, tolleranza. Virtù di uno spirito "flessibile" che non si irrigidisce nella seriale esecuzione dei compiti.
Il rovo si spalanca quando arriva il predestinato, colui che (a differenza del padre di Rosaspina) non si farà spaventare dalle parvenze sgradevoli (il rovo è brutto a vedersi e irto di spine), e amerà Rosaspina al di là della sua piacevolezza esteriore. Amerà una donna che reca sulla pelle i segni della puntura iniziatica. Non l'insulsa maschera dell'ingenuità e dell'innocenza, non un puerile fantasma di grazia. Ma una donna che sa cos'è il male perché l'ha conosciuto bene, l'ha assaggiato (come Biancaneve).

Rosaspina ha faticato molto a intraprendere un cammino degno di questo nome, ad uscire ad esempio dal divertissement annoiato di chi girovaga senza meta. Ha dovuto ricorrere ad un simbolismo inziatico molto forte: la puntura velenosa del fuso malefico (ci sono tribù in cui l'iniziazione dell'adolescente passa proprio attraverso la puntura di un insetto velenoso, che dà febbre e deliri visionari in cui si rivela all'iniziato la sua missione futura), parente del tatuaggio e della scarnificazione. Il lungo sonno è in fondo un precipitare dell'io nell'indifferenziato della psiche, forse per attingere quella energia che genitori così deboli, indifferenti, sostanzialmente pusillanimi, non hanno potuto trasmettere alla figlia. Fortuna che la fata tredicesima l'ha maledetta! Fortuna che la dodicesima non ha potuto (o voluto?) annullare la maledizione, cogliendo in essa l'indicazione positiva a rompere con la tradizione di insensibilità, opportunismo, ipocrisia di una famiglia in cui si rivestono ruoli, si mima il modello senza aderirvi intimamente. In cui il procedimento da utilizzare davanti alle difficoltà è quello vile e brutale della rimozione: ne sono esempio i comportamenti adottati dal padre:
- non invitare la tredicesima, la fata guastafeste.
(Il numero tredici rappresenta simbolicamente la rottura, la novità, l'"andare oltre". Oltre il 12, che rappresenta invece la totalità più o meno soddisfatta: il 12 del re ad esempio è pomposo e compiaciuto : serve a organizzare un'elegante e "opportuna" tavolata, quella con le persone che contano,"affidabili". Il 12 rappresentato della fata dodicesima è invece quello positivo, fecondo, dell'integrità propria di una comunione di spiriti in cui il negativo non è negato ma "integrato" : come il 12 degli apostoli, delle tribù d'Isralele, il dodici cosmologico. Un dodici che non respinge il cambiamento, ma al contrario accettandolo al suo interno dà inizio al cammino della speranza e alla storia: la perennità tragica della morte -"...E morirà" - si riduce a cent'anni di sonno: il tempo...la storia);
- distruggere i fusi del regno (un banale meccanismo proiettivo, da cui nascono finti demoni e finte divinità idolatriche);
- sparire il giorno "fatidico", quello stabilito dal fato e produttore esso stesso di fato, cioè missione iniziatica. Che viltà!

La fiaba di Rosaspina insegna molto e più ai genitori che ai bambini. Se il genitore non ha intrapreso alcun cammino di crescita personale che lo metta in condizione di essere capace di accogliere, educare, correggere, perdonare, fregandosene coraggiosamente delle apparenze e delle convenzioni, i figli faranno più fatica di altri a crescere. "Si danneranno" per ottenere ciò a cui altri giungono con pochi patemi sostenuti dalla corrente amorosa -fatta di affetto, speranza, fiducia - che i genitori hanno diffuso nella loro esistenza fin dalla nascita. Cadranno facilmente preda di ideologie personali o di gruppo nichilistiche e autodistruttive. L'anoressia, la tossicodipendenza, la tendenza ad autoinfliggersi ferite, escoriazioni, e ad infierire sul proprio corpo con tatuaggi deturpanti. La puntura del fuso rimanda ad uno scrivere nella propria pelle il dolore di non essere stati amati, ma anche allo scrivere di chi si è sentito scritto sull'acqua. Si scrive sul proprio corpo per sentirsi scritto. Per essere finalmente scritto nella storia, fuori da quel limbo a cui i genitori immaturi e incapaci condannano i propri figli. E attenzione: non necessariamente il genitore immaturo è fisicamente lontano o carenziante. Al contrario. Come il re di questa storia che organizza feste in onore della sua piccola "così bella", il genitore incapace rimuove facilmente la sua reale freddezza dietro regali, coccole, gite e vacanze. Purché il figlio non rivendichi il diritto di essere amato, abbracciato da braccia adulte, capaci di accettare gli aspetti sgradevoli che il continuo rinnovamento della vita chiede. La fatica, il lavoro, la rinuncia, il deperimento delle forze...
Anche il genitore ficcanaso, di quelli che frugano nei cassetti e perfino nella pattumiera dei propri figli per controllare la posta, l'eventuale pacchetto di sigarette, la scatola di preservativi, è un genitore distante, incapace, insensibile. La sua intrusività non somiglia affatto all'amore.
Il genitore-poliziotto non tollera che il proprio figlio abbia una vita, gusti, attitudini diverse da quelle che lui ha stabilito già alla nascita. Sulla base di cosa? Convenzioni sociali, regole per il successo e la carriera (ingegnere, primario, calciatore e perfino monsignore o moglie di un uomo ricco). Il figlio si riduce a un'entità astratta partorito dalla mente di mamma e papà. Ciò che sogna, ama ,desidera, ai due non interessa: resterebbe perciò scritto sull'acqua e tale resterebbe se...se la tredicesima non si presentasse, non invitata ( e io non ho ancora capito se si presenta sempre, perché ci sono troppi giovani in giro con l'aria di amebe soddisfatte). Se la dodicesima non intervenisse ( e c'è da sperare che lo faccia: da sola la tredicesima è solo distruttiva) con la sua superiore saggezza a integrare tutti gli aspetti diversi, i complementari e anche gli opposti, dell'esistenza.