domenica 4 settembre 2011

Genitori immaturi, figli scritti sull'acqua...


Ophelia di J.E. Millais, 1852

Genitori insufficienti, anaffettivi, distanti e distratti, crescono figli insicuri, ansiosi, depressi, incapaci di riconoscere il proprio valore e di percorrere il cammino della propria vocazione iniziatica (quella che ogni esistenza degna di questi nome porta in sé). La fiaba della Bella Addormentata ce lo racconta con il suo linguaggio intessuto di simboli poetici variamente interpretabili, eppure pregnanti e incisivi.
La nascita di Rosaspina (perchè così si chiama alla nascita la futura Bella Addormentata) viene annuciata alla madre da una rana che salta fuori dall'acqua del bagno. Piuttosto insolito, e anche sospetto. Come se la regina madre avesse bisogno di un mediatore terra-acqua (gli anfibi sono creature della soglia) ad annunciarle una nascita che invece avrebbe dovuto lei stessa avvertire in grembo (terra-acqua appunto), dentro di sé.
Più tardi il Re, ci dice la fiaba, decide di festeggiare alla grande il lieto evento, ma solo dopo aver verificato l'aspetto piacevole (l'immagine sociale, quindi) della piccina: "La vide così bella che..." Sorge il dubbio che Rosaspina non avrebbe trovato accoglienza tra le braccia sospettose di suo padre se la sua immagine sociale fosse stato meno attraente. E anche adesso l'accoglienza non è di quelle rassicuranti e riposanti: resta sotto condizione.
Una madre fredda, anaffettiva e un padre schiavo delle convenzioni e dei suoi sogni di grandezza: questi sono i genitori "regali" della principessina. Ci si chiede: ma di quale regalità sono portatori simili sovrani? Non c'è generosità, coraggio, amore. Nulla di augusto o di buon augurio in una regalità che diffida e non dà benessere. Solo corona, scettro e trono.

La mamma cessa subito di essere una figura significativa, vi si accenna fugacemente associandola sempre al re (il re e la regina...), senza mai immaginarla coinvolta in un rapporto personale con la figlia.. Fa venire in mente le madri imitative di cui parla la Palazzolo Selvini quando traccia i possibili identikit delle madri di ragazze anoressiche, donne affettivamente depresse, senza trasporto, più simili a istitutrici che "fanno il loro dovere": danno la pappa, lavano, accompagnano a letto.
Il padre è più attivo, ma commette alcuni errori fatali che compromettono il destino della bambina e rivelano un orizzonte mentale angusto, perfino una forma inspiegabile di avarizia. Infatti, avendo soltanto dodici piatti d'oro in casa, e avendo intenzione di invitare le importanti fate del regno, ne invita giusto dodici , trascurando la numero tredici, proprio lei che è così facile all'ira, vendicativa e temuta. Avrebbe potuto comperare un piatto nuovo, e invece no...evidentemente la novità non è fatta per lui, gli richiederebbe energie, una spesa, una forma di oblatività che lui respinge. Questo re conserva ciò che è dato e basta.
Sarà la fata tredicesima a gettare sulla bambina il terribile prognostico: "A quindici anni si pungerà con il fuso e morirà". Fortuna che interverrà la dodicesima limitando il danno: "Si pungerà ma non morirà, solamente dormirà cent'anni ".
Il re ordina a questo punto che vengano bruciati tutti i fusi del regno , ma il giorno del quindicesimo compleanno i genitori della principessa non sono a palazzo. Sono "fuori" ( a fare compere? a presiedere qualche vuota celebrazione del potere?), sembra impossibile ma è così. Errore o dimenticanza? Comunque sia, è imperdonabile.
In questo giorno la ragazza vaga per il castello annoiata, ed è strano che una giovane di così elevata estrazione sociale non abbia neanche una torta con le candeline, un regalino, una festicciola. Quindici anni è l'età in cui in certi ambienti si entra a far parte del mondo dei grandi, e ci si fidanza con qualche giovane altolocato di belle speranze. Niente di tutto ciò per Rosaspina, che resta misconosciuta come persona e ignorata nella sua crescita. Senza prospettive, peggio di una sguattera lei che è figlia di re.
Vagando qua e là trova infine una scala che la porta su per la torre: in alto una vecchia fila usando un attrezzo dalla forma curiosa che Rosaspina non ha mai visto. Spinta dalla curiosità lo afferra e si punge. Come va a finire si sa: cent'anni di sonno per lei e tutto il regno: corte, sudditi, domestici, animali compresi. Intorno cresce una foresta di rovi impenetrabile e la fiaba rivela una struttura archetipica abbastanza simile a quella del mito del re pescatore ferito e della terra desolata. Qui è al femminile: il sonno è un'immagine del materno, forma dell'essere che Rosaspina ha bisogno di conoscere se vuole diventare una regina vera, che non si limita ad imitare il ruolo o la carica ma regna, portando amore, comprensione, giustizia, tolleranza. Virtù di uno spirito "flessibile" che non si irrigidisce nella seriale esecuzione dei compiti.
Il rovo si spalanca quando arriva il predestinato, colui che (a differenza del padre di Rosaspina) non si farà spaventare dalle parvenze sgradevoli (il rovo è brutto a vedersi e irto di spine), e amerà Rosaspina al di là della sua piacevolezza esteriore. Amerà una donna che reca sulla pelle i segni della puntura iniziatica. Non l'insulsa maschera dell'ingenuità e dell'innocenza, non un puerile fantasma di grazia. Ma una donna che sa cos'è il male perché l'ha conosciuto bene, l'ha assaggiato (come Biancaneve).

Rosaspina ha faticato molto a intraprendere un cammino degno di questo nome, ad uscire ad esempio dal divertissement annoiato di chi girovaga senza meta. Ha dovuto ricorrere ad un simbolismo inziatico molto forte: la puntura velenosa del fuso malefico (ci sono tribù in cui l'iniziazione dell'adolescente passa proprio attraverso la puntura di un insetto velenoso, che dà febbre e deliri visionari in cui si rivela all'iniziato la sua missione futura), parente del tatuaggio e della scarnificazione. Il lungo sonno è in fondo un precipitare dell'io nell'indifferenziato della psiche, forse per attingere quella energia che genitori così deboli, indifferenti, sostanzialmente pusillanimi, non hanno potuto trasmettere alla figlia. Fortuna che la fata tredicesima l'ha maledetta! Fortuna che la dodicesima non ha potuto (o voluto?) annullare la maledizione, cogliendo in essa l'indicazione positiva a rompere con la tradizione di insensibilità, opportunismo, ipocrisia di una famiglia in cui si rivestono ruoli, si mima il modello senza aderirvi intimamente. In cui il procedimento da utilizzare davanti alle difficoltà è quello vile e brutale della rimozione: ne sono esempio i comportamenti adottati dal padre:
- non invitare la tredicesima, la fata guastafeste.
(Il numero tredici rappresenta simbolicamente la rottura, la novità, l'"andare oltre". Oltre il 12, che rappresenta invece la totalità più o meno soddisfatta: il 12 del re ad esempio è pomposo e compiaciuto : serve a organizzare un'elegante e "opportuna" tavolata, quella con le persone che contano,"affidabili". Il 12 rappresentato della fata dodicesima è invece quello positivo, fecondo, dell'integrità propria di una comunione di spiriti in cui il negativo non è negato ma "integrato" : come il 12 degli apostoli, delle tribù d'Isralele, il dodici cosmologico. Un dodici che non respinge il cambiamento, ma al contrario accettandolo al suo interno dà inizio al cammino della speranza e alla storia: la perennità tragica della morte -"...E morirà" - si riduce a cent'anni di sonno: il tempo...la storia);
- distruggere i fusi del regno (un banale meccanismo proiettivo, da cui nascono finti demoni e finte divinità idolatriche);
- sparire il giorno "fatidico", quello stabilito dal fato e produttore esso stesso di fato, cioè missione iniziatica. Che viltà!

La fiaba di Rosaspina insegna molto e più ai genitori che ai bambini. Se il genitore non ha intrapreso alcun cammino di crescita personale che lo metta in condizione di essere capace di accogliere, educare, correggere, perdonare, fregandosene coraggiosamente delle apparenze e delle convenzioni, i figli faranno più fatica di altri a crescere. "Si danneranno" per ottenere ciò a cui altri giungono con pochi patemi sostenuti dalla corrente amorosa -fatta di affetto, speranza, fiducia - che i genitori hanno diffuso nella loro esistenza fin dalla nascita. Cadranno facilmente preda di ideologie personali o di gruppo nichilistiche e autodistruttive. L'anoressia, la tossicodipendenza, la tendenza ad autoinfliggersi ferite, escoriazioni, e ad infierire sul proprio corpo con tatuaggi deturpanti. La puntura del fuso rimanda ad uno scrivere nella propria pelle il dolore di non essere stati amati, ma anche allo scrivere di chi si è sentito scritto sull'acqua. Si scrive sul proprio corpo per sentirsi scritto. Per essere finalmente scritto nella storia, fuori da quel limbo a cui i genitori immaturi e incapaci condannano i propri figli. E attenzione: non necessariamente il genitore immaturo è fisicamente lontano o carenziante. Al contrario. Come il re di questa storia che organizza feste in onore della sua piccola "così bella", il genitore incapace rimuove facilmente la sua reale freddezza dietro regali, coccole, gite e vacanze. Purché il figlio non rivendichi il diritto di essere amato, abbracciato da braccia adulte, capaci di accettare gli aspetti sgradevoli che il continuo rinnovamento della vita chiede. La fatica, il lavoro, la rinuncia, il deperimento delle forze...
Anche il genitore ficcanaso, di quelli che frugano nei cassetti e perfino nella pattumiera dei propri figli per controllare la posta, l'eventuale pacchetto di sigarette, la scatola di preservativi, è un genitore distante, incapace, insensibile. La sua intrusività non somiglia affatto all'amore.
Il genitore-poliziotto non tollera che il proprio figlio abbia una vita, gusti, attitudini diverse da quelle che lui ha stabilito già alla nascita. Sulla base di cosa? Convenzioni sociali, regole per il successo e la carriera (ingegnere, primario, calciatore e perfino monsignore o moglie di un uomo ricco). Il figlio si riduce a un'entità astratta partorito dalla mente di mamma e papà. Ciò che sogna, ama ,desidera, ai due non interessa: resterebbe perciò scritto sull'acqua e tale resterebbe se...se la tredicesima non si presentasse, non invitata ( e io non ho ancora capito se si presenta sempre, perché ci sono troppi giovani in giro con l'aria di amebe soddisfatte). Se la dodicesima non intervenisse ( e c'è da sperare che lo faccia: da sola la tredicesima è solo distruttiva) con la sua superiore saggezza a integrare tutti gli aspetti diversi, i complementari e anche gli opposti, dell'esistenza.

8 commenti:

  1. Veramente interessante l'analisi della fiaba. C'è molto da riflettere. Complimenti.

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  2. molto banalmente...
    il re, quando poteva, poteva acchiappare la 13esima strega, farle fare un bel giro di due orette sul cavalletto storpiatore.

    pare che renda collaborativi i più riottosi.

    la 13esima avrebbe ritirato la maledizione e abbandonato la corte ringraziando di non poterlo fare coi piedi davanti o su un bel rogo.

    ma i re delle fiabe, si sa, mancano di spirito pratico.
    ecco perché i re veri non si comportano come i re delle fiabe e affrontano immediatamente i rompicoglioni di turno.

    lol

    modernamente penso che un popolo incivile e drogato di diritti, alleva figli incivili.

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  3. a Mnemosyne: grazie.

    a faustpatrone: boh!

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  4. Molto interessante. Viene da pensare - per alcuni casi che mi sono capitati - anche questo: Rosaspina è una fanciulla che non ha esperienza del materno, la coppia genitoriale cerca solo il bello e rimuove il conflitto (la fata cattiva, portatrice dei valori dell'aggressività e della crisi, non viene invitata e, come tutti i conflitti, esplode in una maledizione che segna la principessa fin dalla nascita)... ma la principessa porta il problema già nel suo nome, e nel suo nome porta l'ambiguità del reale (le rose non esistono senza le spine, diversamente da quanto vorrebbero i suoi infantili genitori).
    La fanciulla viene cresciuta in modo da allontanarla dal mondo perché si sa (o si vuole) che non potrà avere sviluppo di donna come le altre ragazze - se accettiamo la simbologia fallica del fuso, ovviamente, ne esistono molte altre interpretazioni - in quanto, nel momento in cui essa avrà accesso al mondo adulto e al rapporto col maschile, essa cadrà ... nel sonno, in un'anestesia, insomma, il suo mondo interiore cesserà di funzionare ed essa si coprirà di una fitta autodifesa (i rovi)...

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    1. Condivido la tua interpretazione. Credo che i rovi corrispondano anche alla "corona di spine": l'ultimo sacrificio (dello splendore e della bellezza) prima del trionfo.
      Ciao

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  5. Non riesco a cogliere bene la simbologia che mi offri, forse perché per me è di matrice cristiana... e mi vien difficile collegarla alla fiaba :) l'altro giorno poi mi è venuto in mente il lavoro sulle fiabe della von Franz, e sono andata a dare un'occhiata...

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    1. Credo che la corona di spine sia più antica del cristianesimo e rimandi ad una regalità sofferta, un po' a rovescio, che non ha ancora superato la fase iniziatica (ma anche quella del farmakon, il prescelto dalla polis in funzione apotropaica: mantenuto e onorato per un anno e poi cacciato perché si portasse via le forze negative, o del re carnescialesco)
      Il tema della prigionia (Rosaspina è rinchiusa tra i rovi) mi ricorda un po' certi riti iniziatici femminili descritti da Frazer: le ragazze (al primo menarca) chiuse nella gabbia e sospese tra cielo e terra (il sonno?).

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  6. adesso ho capito! perché no, in effetti... a me di questo punto della fiaba colpisce invece il fatto che i rovi si aprono spontaneamente al 100° anno... cioè come se in realtà non sia l'uomo giusto, ma soprattutto il momento giusto a rendere possibile lo scambio vitale per Rosaspina. Come se la lezione della passività femminile abbia bisogno di molto tempo per essere appresa, e abbia un termine suo proprio, che poi accetta l'altro... un termine che per Rosaspina, aliena ai misteri del femminile, è molto molto lungo... e poi l'altra cosa particolare di questa fiaba è che, diversamente da molte altre, la principessa non muta mai stato, rimane sempre una figura regale, pur nel sonno...

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