domenica 18 settembre 2011

Madri snaturate


Nel 1995 il popolo americano restò sconvolto dal duplice omicidio di Susan Smith che uccise i suoi due bambini, 14 mesi e 3 anni, facendoli sprofondare con l'auto in cui li aveva legati, dentro le acque gelide di un lago. La donna raccontò inizialmente di aver subito il furto dell'auto con a bordo i due piccini, ma uno sceriffo denunciò le numerose incongruenze della sua ricostruzione. Ci fu un'inchiesta e infine la verità risultò chiara: i bambini erano stati eliminati dalla madre, giovane e graziosa, che dopo il fallimento del suo precedente matrimonio aveva stretto una relazione con un uomo ricco, il quale però non voleva sobbarcarsi il peso di figli non suoi. Di qui la decisone di "cancellarli".
Nel 2001 fu la volta di una donna della Chiesa fondamentalista: annegò i cinque figlioletti avuti dal marito nella vasca da bagno, ne distese i corpicini sul letto e poi chiamò la polizia. Aveva messo al mondo tanti bambini come la sua Chiesa le chiedeva pressantemente di fare. Qualcosa però non aveva funzionato "a dovere". Il meccanismo che regola il comportamento della buona "fattrice" si era inceppato.
Susan Smith, la donna fondamentalista, la mamma di Cogne e tante altre...giudicarle o condannarle non serve a capire perché cose di questo genere accadano. Donne che uccidono i propri bambini ci sono sempre state. Donne per le quali l'istinto naturale riproduttivo, quello della protezione della prole, sembrano non valere. Almeno per un giorno, un'ora, un minuto, un istante. Noi ci consoliamo pensando che si tratta di depravazioni, comportamenti "contro natura". Sarà, ma anche madre natura ogni tanto ci stupisce rivelando al suo interno tendenze nient'affatto naturali: devianze, mostruosità più al servizio della morte che della vita.
Nel mondo animale ci sono madri che abbandonano i propri piccoli, oppure li divorano, si rifiutano di allattare e di accudire senza giustificazione apparente. I cuccioli sono in salute, la mamma pure... noi diciamo che si tratta di madri "snaturate", eppure in quanto animali esse appartengono completamente al regno della natura: non hanno niente di "culturale" che possa farle deviare dalla legge che regola il divenire. Sono bestie, mosse dalla potenza arcana dell'istinto a riprodursi. Eppure "divorano" la loro stessa figliolanza.
Figuriamoci perciò quanto ancora più enigmatico e sottile possa essere il canovaccio "naturale" su cui si organizza e si struttura il tessuto dei comportamenti umani. L'uomo infatti è essenzialmente "cultura" e la cultura delle società cosiddette progredite porta molto lontano dalla natura. I bisogni anche più basilari hanno risposte sofisticate, mediate da complesse tecnologie. La sete non viene più placata dalla mano che porta alla bocca l'acqua della fonte. L'acqua viene da lontano, è trasportata in bottiglie costruite ancora più lontano su grossi camion che funzionano grazie al petrolio che viene da terre poste al di là del mare. Senza contare che noi abbiamo inventato diavolerie apparentemente più dissetanti e la sete spesso non è sete di acqua, ma di fanta,di coca... Per fare un altro esempio: i bisogni naturali di accudimento non vengono più soddisfatti dai familiari o gli amici più intimi, la risposta passa attraverso gerarchie burocratiche dove persone sconosciute decidono della vita di un individuo bisognoso e fragile...Cosa rimane dell'amore materno o figliale, fatto di intimità e tenerezza? Forse molto, forse niente. Una volta abbandonare i propri genitori alla cura di estranei veniva considerato un 'espressione di freddezza d'animo, socialmente riprovevole, innaturale. Oggi non più.
Fra i cosiddetti istinti naturali noi celebriamo quello di sopravvivenza e quello materno. Eppure c'è un numero non trascurabile di persone che si uccidono, e donne che non avvertono affatto il bisogno di diventare madri. Fra le madri non tutte amano l'allattamento, molto esaltato dalla letteratura, dall'arte, dai vademecum della mamma 10 e lode. Ma c'è chi allattando prova una sensazione di grande piacere e chi invece non può fare a meno di sentirsi "animalizzata". Meglio cercare una balia in questo caso, come si faceva una volta. Una bella forma di solidarietà femminile purtroppo passata in disuso. Meglio il latte artificiale che trasmettere al proprio bambino il disagio dell'umiliazione. Direte che è sbagliato, che allattare è bello, sano, "naturale"... Ma se non è naturale, se è doloroso, per la donna che allatta, e se la stessa natura ammette e perfino produce così tante eccezioni, perché noi umani (in tante cose distanti dalla natura) dobbiamo colpevolizzare i comportamenti apparentemente devianti, anche laddove potrebbero facilmente essere accettati e assorbiti senza troppi danni?

La natura è davvero potente e agisce dentro e sopra di noi. Ma forse lo fa con più fantasia di quanto generalmente si creda. Il richiamo della foresta, soprattutto quando si tratta non di lupi ma di esseri umani, esiste, ma non si può definire nei termini di un codice comportamentale fatto di regole univoche e rigide. E' un richiamo alla crescita ed alla realizzazione delle nostre risorse profonde, portandole dall'interno all'esterno, illuminandole con la consapevolezza, portandole a frutto. E' un richiamo all'espansione di un'esistenza che non può ridursi al soddisfacimento di bisogni e desideri strettamente individuali e brama l'ulteriorizzazione. Tuttavia le modalità di questa realizzazione possono variare di molto, le strade che si aprono sono diverse e diversamente percorribili.
Naturale non significa omologante: le differenze individuali, perfino un margine di disfunzionalità di comportamenti che talvolta possono sembrare meno trionfalmente orientati alla vita, un po' corrosi all'interno, vanno accettati. E proprio questa accettazione potrebbe evitarci le conseguenze più tragiche di ciò che rifiutiamo perché "contro natura". Se Susan Smith non avesse dovuto temere il giudizio pubblico per aver magari abbandonato i propri figli, preferendo loro un nuovo amore, magari si sarebbe limitata a rinunciare ad essi, senza ucciderli. Loro avrebbero conosciuto l'amore di mamma e papà (a proposito il loro dov'era?) in una famiglia adottiva. Se la madre assassina della Chiesa fondamentalista non avesse sentito l'obbligo di "figliare" come una mucca (e non perché avere cinque bambini non sia una bella avventura: lo è eccome, ma per chi vuole viverla), inseguendo un ideale che evidentemente non era il suo, una tragedia terribile non sarebbe accaduta.

E' evidente che generare dei figli, amarli, nutrirli in un rapporto di intimità e tenerezza è cosa buona, al servizio della vita e della felicità degli individui. E che sulla felicità degli individui poggia il benessere sociale. Ma siamo esseri limitati: l'imperfezione regna, e regna già nell'origine. Winnicott raccomandava ai genitori di accontentarsi di essere "passabili". Quando si cerca di essere perfetti si fanno infatti più danni, perché si diventa intolleranti con gli altri e con se stessi. Non si accettano debolezze, errori, deformità che invece appartengono alla vita. Il che non significa ignorare o fingere di non sapere cosa sia la perfezione, il punto esatto d'equilibrio, il modello.
Purtroppo vedo spesso le persone oscillare tra i due estremi: da un lato si contesta il modello, la norma, la regola, appellandosi all' apparente libertà del più estremo relativismo. Poi però si grida allo scandalo davanti alla mostruosità, al delitto, alla devianza. L'istinto materno viene contestato e negato, quasi fosse il retaggio di un'antica schiavitù. Ma si condanna senza misericordia la mamma del bambino sofferente, del malato mentale, che dopo anni d'inferno e di solitudine, esasperata, uccide il figlio. Lo stesso orrore viene riservato alla ragazza che abbandona il bambino appena partorito nel cassonetto. Sono atti spaventosi, sia chiaro, eppure non incomprensibili ( di certo non giustificabili ). Solo comprendendoli, e accettandoli come non del tutto estranei alla natura umana, si possono prevenire ed evitare.

Io perciò preferisco pensare che generalmente le donne desiderano diventare madri. Non tutte però. L'eccezione ce la insegna per prima la natura, dove, come abbiamo detto, quasi tutte (e non tutte) le femmine degli animali hanno cura della prole. L'istinto materno allora non esiste? No, semplicemente ammette delle eccezioni. L'eccezione non deve essere usata per negare la regola (cosa socialmente e culturalmente pericolosa perché produce confusione e disordine. Negare la regola inizialmente può sembrare "liberante" per l'eccezione ma alla lunga crea nella comunità, che vede minacciate le basi sociali dell'ordine sociale, delle reazioni pericolose di tipo "fobico"), ma non deve essere demonizzata. L'eccezione va riconosciuta e accettata.
E sempre a proposito di istinto materno, se non si può negare che in condizioni di serenità il rapporto tra madre e figlio è "naturalmente" un rapporto d'amore, sono tuttavia numerose le crepe che possono incrinarlo, facendo filtrare angosce, stanchezze, paure... emozioni e vissuti che la corrente della vita porta con sé. Non neghiamole queste crepe, accettiamole, e se si possono chiudere, bene. Altrimenti mettiamoci un cerotto. Quel cerotto è il segno della nostra condizione originale di povere creature.

3 commenti:

  1. Non c'è molto da aggiungere alla sua arringa. Le madri figlicide esistono da sempre, ha ragione, ma quasi sempre hanno al fianco uomini con forte disabilità di paternità. E' nel sentirsi sole e rifiutate con madri "incapaci" di essere madri, che le donne vivono l'angoscia di un fallimento, un'angoscia mai superata:quella di non essere accettata come donna dall'uomo, ancora prima che come madre. Mi chiedo semplicemente dove erano i padri di quei figli, mentre le anime e le menti delle madri soffrivano...
    Forse semplicemente anche gli uomini avrebbero agito omicidi con la stessa dissociata indifferenza? Non sapere equivale a non voler vedere? Le donne generano i figli non certo come esseri ermafroditi; perciò come é possibile che il senso paterno (non lo chiamo istinto per non citare i pinguini maschi) sia così poco citato dai media nelle situazioni drammatiche e critiche di cui si sta' discutendo?

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  2. Vero che spesso dietro un comportamento così feroce c'è l'esperienza di un rifiuto molto antico, risvegliato brutalmente da quello di un marito latitante e immaturo, che spesso davanmti alla nascita del primo figlio "taglia la corda" o si defila. Io dico che le donne dovrebbero essere educate a comprendere e a riconoscere questo disagio, così da essere in grado almeno di chiedere aiuto. La madre alle prese con una depressione post partum e incapace di ristrutturare l'immagine di sé dopo una maternità, avrebbe bisogno del sostegno di una comunità naturale, capace di soppererire all'assenza del padre e compagno, risarcendola anche della mancanza di cure e della sofferenza che quest'ultimo le ha inferto.

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  3. Questa è la soluzione "sana" che ci auspichiamo tutti. Ma forse non stiamo parlando di casi di depressione post-partum, bensì di scelte che sono out-out tra l'essere madre senza un uomo, e l'essere a fianco di un uomo senza gli ingombranti figli. Ma la stupidità e l'anafettività non sono caratteristiche di genere, e le situazioni emotive che precorrono il crudo momento dove sbarazzarsi di un figlio sembra la soluzione, spesso sono note solo a pochi (periti, criminologi, psichiatri. Un saluto

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