lunedì 12 settembre 2011

Un peso sul petto, di Vittoria A.


La scorsa primavera è comparso in libreria il secondo romanzo di Vittoria A., un'amica scrittrice che ho molto cara. S' intitola Un peso sul petto, è ambientato a Edimburgo "città misteriosa e mutevole, romantica e spietata". Un duplice omicidio costringe l'ispettore Robertson, vicinissimo alla pensione, a confrontarsi con le mostruose inquietudini di una generazione malata. Paura, desiderio, invidia sociale, noia, vizio, convivono con slanci inaspettati di altruismo e pietà: la galleria dei personaggi è viva e varia, risvegliando nel lettore un'intensa partecipazione emotiva. Quando i delitti stanno per essere chiariti e l'indagine sembra giungere in porto, i resti di un cadavere affiorano dalle acque del Water of Leith e rimettono tutto in discussione...
Posto qui qualche pagina per farvi gustare l'ambientazione.


«Simpson! Chiama Bennett che andiamo a fare quattro chiacchiere con la donna delle pulizie della Smyth e della McAllister. Ho avuto l'indirizzo da uno dei mariti. Pare che la domestica lavorasse da entrambe da più di dieci anni.»

Era una delle rare giornate calde e soleggiate. Una di quelle che in Scozia si spera sempre che non finiscano mai, in cui la gente si dà malata in massa e passa tutto il giorno beatamente distesa in uno dei molti parchi, zoone verdi e giardini di Edimburgo. Il giorno dopo per la strada non si vedono che orecchie, spalle e fronti bordeaux. Difficile sostenere al lavoro che il giorno prima si era stati veramente malati. A meno che non si trattasse di una pandemia di scarlattina.

Roberston, Simpson e Bennett, immusoniti e silenziosi, si trovavano chiusi in auto a dover percorrere Princes Street a passo d'uomo, imbottigliati nel traffico estivo che preannunciava il caos del Fringe Festival, nell'ormai vicino mese d'agosto.
«Quanto andranno avanti i lavori per mettere giù le rotaie dei tram?»
«Prima dicevano che avrebbero finito per la fine dell'anno ... E adesso dichiarano con nonchalance di aver fiinito i soldi.»
«Quindi mi sa che ne avremo per un bel pezzo.» «Chi si è mangiato i fondi per i tram questa volta?» «1 soliti. È inutile fare differenze di categoria, tanto apppena possono fregano tutti quanti a piene mani. E noi qui a correre per quattro soldi che non bastano neppure ad arrivare a fine mese. Del resto dicono che la giustizia non è di questa terra.»
«E chi l'ha detto?»
«Un extraterrestre ... »

Il caldo era opprimente. Alla loro sinistra i giardini di Princes Street brulicavano di persone in calzoncini corti, sandali estivi e magliettine praticamente inesistenti. Molte ragazze indossavano il pezzo di sopra del costume da bagno, alcuni giovani giocavano a frisbee e a calcio, altri leggevano, dormivano o ascoltavano la musica mollemente sdraiati al sole.
Simpson contemplò con aria rapita la rocca che domina i giardini e tutta la città e su cui si erge il castello nellla sua rude potenza. Nonostante vivesse a Edimburgo ormai da oltre un anno, rimaneva continuamente stupito dalla sua mutevole bellezza. La città sapeva trasformarsi, questo era sempre stato il segreto e il mistero dell' antica Din Eidin, primitiva roccaforte del popoolo dei Votadini.

Da sempre, la sua natura cangiante e inafferrabile ispiirava storie di doppiezza, di personalità multiple, di lati oscuri nascosti sotto un'apparente calma e rispettabilità. Questa era Edimburgo per Simpson, un'enorme matriosca che racchiudeva in sé tante altre città appaarentemente ignare della rispettiva esistenza. Nelle giorrnate di sole Edimburgo appariva gioiosa, luminosa e innocua; sotto la neve era romantica ed eterna; sotto la piogggia appariva triste e melanconica; quando era immersa nella nebbia e nell'oscurità si rivelava cupa, terribile e sinistra, una dimora per gli spettri.

Proprio come i suoi abitanti, la città era capace di racchiudere in sé aspetti totalmente dissonanti in modo del tutto inconsapevole. Per un aberdonian, un cittadino di Aberdeen come lui, il fascino di Edimburgo continuaava a perpetrarsi avvolgendolo, confondendolo e cancellandogli la memoria. Era la magia di quella città secolare, costruita sugli strati sepolti delle epoche storiche passate, rimaste ancora intatte sotto le pietre e l'asfalto. Come una fenice che da sempre risorge dalle proprie ceneri, Edimburgo aveva la capacità di far sentire la gennte senza passato al suo cospetto, fra le sue mura antiche e silenti, sotto il suo cielo dai colori estremi, seppellenndo le macerie di massacri, peste, drammi, povertà sotto nuove strade, nuovi edifici, nuova inconsapevole riccchezza. Senza mai guardarsi indietro.

Laura Bennett fissò per un momento il collega Simpson con una punta di sdegno.
"Sicuramente si è autodisperso tra romanticherie di livello infimo sulla bellezza di questi giardini", pensava. "Se fosse una donna non li vedrebbe poi così legggiadri."

A Laura, la conca verde proprio sotto al castello, ricordava vicende ben più truculente. Fino al 1765 i giardini di Princes Street non esistevano perché al loro posto c'era il famigerato laghetto detto Nor'Loch. Inizialmente il lago, ovvero una distesa d'acqua stagnante e maleodorante, era servito a proteggere il castello dagli attacchi dei nemici provenienti dal Nord. Tuttavia, negli anni, era diventato una specie di fogna a cielo aperto in cui i cittadini gettavano i rifiuti, i macellai gli avanzi e gli organi degli animali macellati e in cui in molti scaricavano i vasi da notte. Inoltre, tra il 1590 e il 1700, il Nor'Loch aveva conosciuto anche gli splendori della funzione sociale, in quanto veniva utilizzato nei processi alle streghe. Le presunte colpevoli di stregoneria venivano gettate nel lago con le mani legate ai piedi: se annegavano erano innocenti, se invece galleggiavano la loro colpevolezza era conclamata e venivano successivamente condannate al rogo.

Vittoria A. Un peso sul petto, Eclissi Editrice

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