domenica 30 ottobre 2011

Contro la distruzione del senso comune



Secolo della rete. Comunicazione planetaria. Una ragnatela dai fili invisibili ci stringe tra le sue maglie. Il linguaggio è ovunque. In ogni istante, in ogni luogo, in ogni punto del nostro essere siamo emittente, significato, significante, canale, destinatario, e non possiamo tirarci indietro. Eppure dialogare, capire e capirsi, non è mai stato così difficile.
Prima ragione, basta fare un giro tra social forum e blog: per troppi parlare significa parlare di se stessi. Quasi che nell'intrico della rete, ciascuno cerchi la sua salvezza facendo come l'uomo del Paleolitico minacciato dalla giungla: costruendosi una capanna, dove si possa ancora riconoscere e dire "io". Il timore di essere annientato dalla tempesta di messaggi di cui siamo investiti (e dove smettiamo di essere persone riducendoci a semplici occasioni di un logos ipertrofico più simile a una macchina infernale che a una comunità dialogante) fa gridare più forte, ancora più forte: io ci sono, esisto (anzi, resisto)! Non serve. A salvarci dalla nientificazione sarà chi ha saputo sottrarre alla rete qualcosa di prezioso: il cuore, dove il silenzio di una notte spalanca spazi siderali, troppo freddi, troppo profondi,troppo rischiosi (personalmente rischiosi) in cui la rete preferisce non entrare.
Secondo, dove regna la rete sembra che ogni problema sia innanzitutto un problema di nomenclatura. Troppe parole messe in quarantena su cui non si può più far conto. Esempio: "naturale", "normale", "sano": scompaiono le categorie a cui tradizionalmente afferivano. Quando psichiatri come Laing con l'Io diviso cercarono negli anni '70 di metterci in guardia dai pericoli di un concetto di normalità intollerante e autoritario (incapace di comprendere il diverso da sé: l'anormale, il patologico), il disegno era lodevole. Chiedeva la chiusura del manicomi, sostituiti nelle intenzioni da comunità terapeutiche. Il risultato lo conosciamo: poche comunità, i malati scaricati sulle spalle delle famiglie. Nel mondo delle teorie però, certe idee germinavano alla grande. Cos'è normale, cosa è sano e cosa naturale? Malattia e salute, normalità ed eccezione, natura e convenzione o artifizio...non ci si limitava ad avvicinare i confini che correvano tra un elemento e l'altro di queste coppie di concetti.I confini dovevano essere cancellati. E cancellandoli non restava che spazio. In quello spazio senza segni, come una tabula rasa, le generazioni di intellettuali degli ultimi trent'anni si sono affannate e ancora si affannano per imporre ciò che per ciascuno di loro era ed è sola legittima mappa semantica. Da lì non ci si muove. Prima di partire, per costruire un mondo migliore di questo, bisogna mettersi d'accordo. Cosa intendi tu per norma, natura, norma, valore...se non si trova un significato comune, non si va da nessuna parte. Ed è così infatti, non si sta andando da nessuna parte.
Terzo, i problemi di punteggiatura e di sintassi. Questo è il regno della semiotica. I rapporti umani ricondotti a un sistema di segni, il che si potrebbe anche accettare. Ma in questo sistema la persona è ricondotta sic et simpliciter al punto in cui si incrociano i segni, segno essa stessa, diversa dagli altri nella misura in cui diverso è il luogo del suo posizionarsi. La persona come l'onda senza consistenza e senza forma, oppure lo scoglio, la cieca resistenza, di questo tempestoso mare nostrum, che è il linguaggio.

Alla base di queste immagine dell'uomo e del suo mondo, c'è la sfiducia nei confronti del senso comune. Ridotto in effetti, dopo cinquant'anni di televisione e trenta di berlusconismo (perché il berlusconismo si è fatto strada ben prima del '94, con le TV private), alla scimmiottatura di ciò che è stato in passato. Ridicolizzato dagli ambienti radical chic di una sinistra che è lontanissima dai ceti popolari (rinnovando la sfiducia che il bolscevismo nutrì nei confronti del populismo), come si fa a fidarsi? Eppure è il senso comune il solo fondamento su cui si può edificare una civiltà.
Scriveva William Butlers Yeats nel 1904, "Se vogliamo creare una grande comunità - e quale altro gioco vale un simile fatica?- dobbiamo ricreare le antiche basi della vita (...) come devono sempre esistere quando le menti raffinate, Ned il mendicante e Sean il matto, pensano alla stessa cosa, anche se magari non hanno la stessa opinione in merito".
Come Yeats noi potremmo facilmente identificare il momento del divorzio definitivo tra weltanschauung elitarie delle minoranze intellettuali e visione del mondo popolare nel XVIII secolo. Strano vero? Proprio quella cultura illuministica a cui generalmente si attribuisce il merito di aver introdotto ai grandi diritti e al liberalismo, è nata volgendo le spalle al senso comune, affermando al contempo il carattere tutto elitario di quel pensiero politico che vuole il popolo (umilmente imbevuto di senso comune) sovrano. Ci viene il sospetto che il popolo venga dichiarato sovrano nella misura in cui si dispone dei mezzi per poterlo controllare, povera bestia. Ma, ripetiamo sulle orme di Yeats, senza basi comuni non si va in nessuna direzione. La sinistra questo lo dovrà capire.

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