mercoledì 12 ottobre 2011

Contro l'accidia


“Più che l’urlo dei violenti, io temo il silenzio degli indifferenti", parole pronunciate da un uomo che proprio a causa del suo impegno civile appassionato, com'è noto, fu ucciso. Certo l'aveva messo in conto, Martin Luther King, e non si era tirato indietro. Ma non è il suo l'atteggiamento più comune, piuttosto quello contrario, portatore di una visione del mondo per cui la ragione sta sempre nel mezzo e, come dice don Abbondio, "a un galantuomo, il quale badi a sé, e stia nei suoi panni, non accadon mai brutti incontri". Già, l'atteggiameno piùcomune, davanti all'ingiustizia, alla sopraffazione, e alla sofferenza altrui, è l'indifferenza.
Eppure tutti dicono di odiare l'indifferenza, e probabilmente non mentono. Chi può amarla? E' fredda come una biscia, e davanti al suo sguardo il mondo è una valle senza colore. Neanche gli indifferenti amano l'indifferenza, insomma, eppure restano tali. Senza passioni, senza entusiasmi, con sogni deboli e smorti ridotti ad "aspettative". Gli indifferenti non amano neppure se stessi, eppure di indifferenza rivestono la loro anima come di un impermeabile strato di grasso di foca. Comfortably numb, "piacevolmente insensibile" è forse la dolcezza che cercano: la dolcezza dello sprofondare.
Sprofondare però è già qualcosa. Un movimento interiore che attesta l'esistenza di un' anima comunque attiva, benchè in segreto, come segreto è il pullulare della vita nelle acque di palude. Crepe depressive nella nostra esistenza, chi non le conosce? La depressione, quando non è di quelle gravi, patologiche (le cui cause, spesso oscure, solo un bravo specialista della mente può indagare), quando ci accompagna nella vita quotidiana come una mesta sorella, nasce dalla mancata elaborazione di una perdita. La fine di un amore o di una lunga fase della propria esistenza, la rinuncia a un sogno per tanto tempo vagheggiato, un lutto. La depressione è viva perché nella sua sostanza è dolore: un dolore che si cerca di negare prendendo le distanze dall'angoscia che esso porta con sé, sospendendo il proprio sentire: deprimendosi. Una condizione degna di attenzione, purché non degeneri in autocompiacimento, non diventi un modus vivendi, quello di chi si piange addosso non trovando altro soggetto interessante che se stesso. Per trasformare la depressione in abito è necessario volerlo, e se la depressione è degna di compassione e di amorevole cura, il permanere voluto e cosciente è sospetto e va considerato il frutto di una scelta, anche se non sembra. I medievali in tal caso parlavano di accidia, un brutto vizio a cui ci si abbandona colpevolemente. Eppure di accidia la letteratura tutta vive, si nutre, da molti secoli. Petrarca? Per sua stessa ammissione, un accidioso. L'accidia, vissuta come noia, è il male del XVIII secolo, tormenta a tratti Leopardi (anima però abbastanza appassionata da combatterla molto nobilmente), si abbatte a tradimento sui romantici, ossessiona Baudelaire, non sfonda la porta di Pascoli, il quale non oppone alcuna resistenza all'angoscia, anzi le si offre come un buon conduttore, accettando le spaventose oscillazioni dell'orrore. Entra a pieno titolo nel romanzo e nel teatro del XX secolo.
Dell'accidia (e della depressione sottilmente autodistruttiva) è un archetipo perfetto Eveline, la protagonista del celebre racconto di Joyce. Una vita dura la sua, funestata dalla precoce morte della madre, a contatto con l'insensibilità brutale del padre e lo squallore di un misero quartiere. Finalmente la sorprende l'amore e la ventata di giovinezza di un uomo bello e giovane venuto da lontano, pronto a a portarla via, oltre l'oceano. Eveline però non ce la fa. Il vizio dell'accidia, che porta a guardare le cose a distanza, come estranee, l'ha ormai toccata troppo in profondità. Eveline appartiene soltanto al suo mondo fatto di ricordi, nostalgie, compromessi, il "tenero e rischioso volto dell'amore" non è più cosa per lei, giunta a un passo dal grigiore di quell'indifferenza che fra non molto quasi certamente la muterà in una donna odiosa. Noi la lasciamo nello stretto passaggio che conduce alla nave, mentre l'abitudine e la meschinità di sempre la paralizzano e la risucchiano indietro. Il racconto si chiude lì, ma possiamo immaginare quale potrebbe essere stata la sua vita futura. Niente rischi, niente passioni, niente più sogni. Solo rimpianti invidiosi dell'altrui felicità.
L'indifferenza dovrebbe essere l' ultimo approdo di un'anima ferita, addolorata, delusa, divenuta accidiosa e poi incattivita. Eppure io vedo intorno a me tanti giovani già malati di indifferenza. Insensibili eppure troppo giovani per aver già attraversato tutte le fasi che portano all'indifferenza.
Mi viene il sospetto che gli strumenti tecnologici che oggi rendono virtualmente possibile vivere tante esperienze, anche in un lasso di un tempo brevissimo, provocando delusione, angoscia,e risposta depressiva precoci, possano ingenerare anche nella persona giovanissima quell'indurimento di cuore che spetterebbe alla vecchiaia dell'accidioso, ultimo coronamento di un percorso di stizzosi rifiuti, chiusure, egoismi.
L'educazione di bambini e ragazzi, in famiglia, a scuola, nei centri sportivi, negli oratori e in tutti i luoghi di formazione, dovrebbe tener conto dell'importanza che l'entusiasmo, la passione, hanno nella vita di un uomo, curandone la forma, lo sviluppo e la manifestazione. Io credo che bisognerebbe avere un occhio particolare per la tenerezza. Un sentimento divenuto stracco, se non obsoleto, e spesso ignorato dalla letteratura, dal cinema, dalla poesia, ma anche dalla religione. Eppure proprio di tenerezza si nutre la fratellanza umana, la compassione, perfino la meraviglia e molto del nostro senso della bellezza. Andiamo a riscoprirlo. Torniamo a parlarne. In poesia, nel cinema, nel linguaggio della psicologia e dell'arte.

13 commenti:

  1. Ah, che bello! Un articolo sull'indifferenza che non cita (banalmente) Moravia, né (ipocritamente) Wiesel. Giusto per trovare il pelo nell'uovo: "comfortably", con la m.
    "Quell'indurimento di cuore che spetterebbe alla vecchiaia". Come dire che anche certi dolori bisogna meritarseli (il che è vero, beninteso).
    Tenerezza, giusto. "C'è bisogmo di tenerezza nello sguardo". E questo è Rossellini...
    Saluti da Marcello Teofilatto

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  2. Grazie Marcello, ho corretto. Ciao.

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