venerdì 25 novembre 2011

Claudio Toscani recensisce Persuasori di morte


(da La Cronaca di Cremona, Venerdì 7 ottobre 2011)

Noir col gusto per la scrittura
Intreccio tipico del genere, ma tutt'altro che ovvio nel romanzo di Roberta Borsani
L'esondazione narrativa di "gialli" costringe a una qualche difensiva vigilanza. Un libro in provenienza dalla rodata collana di "NerOleandri" che nelle edizioni della milanese O.G.E. è diretta da Marco Beck, già responsabile dei "Classici" Mondadori, ha in partenza i suoi buoni motivi per essere letto e consigliato.
Prima di tutto perché è scritto in ottimo italiano (non sembra vero di doversene accorgere, ma l'autrice è docente di Lettere oltre che esperta di psicologia, mitologia e immaginario creativo); secondariamente perché conserva un originale impianto e una trama soprendentemente strutturata su diversi piani come non accade che raramente al "noir" nostrano e non, alla narrativa poliziesca, insomma, alla "detective story".
Un commissario piemontese di mezza età, il cinquantenne Realis, gran lettore di classici e appassionato coltivatore di rose, indaga sulla morte di una ragazza, uccisa con un colpo di pistola, tale Fiammetta Uslenghi, ex commessa part-time, ritrovata in uno stagno.
Una apertura che solo per un attimo sembra di stampo tradizionale, perché dietro a questo delitto si cela un' atroce messa-in-scena sospesa tra satanità e metafisica.
Fiammetta non è che la prima di una decina di vittime che costellano il romanzo di Roberta Borsani, capace di creare una suspence di assoluta novità, tra imprevedibili svolte di trama e sovrastante scansione drammaturgica. Sì, perché il racconto finisce su due piani: quello relativo all'indagine, non propriamente facile né chiara, ma in ogni caso secondo i codici del genere, e quello delle abissali dimensioni di un "Grande Gioco" pilotato da un misterioso Principe che con i suoi accoliti (un Filosofo, un' Artista, uno Speziale, un Abate, una Generalessa e un Dottore), ordisce efferati intrighi tendenti a incriminare degli innocenti e a spingerli sino all'autoannientamento.
"Il Grande Gioco era costruito come una partita di caccia: scegli un uomo di cui hai studiato bene abitudini, passioni, debolezze, fino a individuare il suo cosiddetto tallone di Achille. Lo fai assistere al crollo del pilastro su cui si regge l'intero edificio della sua esistenza e poi lo stai a guardare. Lo scopo è vedere se e quanto resiste al richiamo del suicidio, divertendosi intanto ad anticipare con l'immaginazione le sue reazioni e scommettendoci sopra".
Nelle tenebre di questi infernali meandri che del divertimento di alcuni perversi attori del libro fanno la sua travolgente peculiarità narrativa, è il povero don Gabrio, un giovane prete che, accusato di una supposta relazione con la ragazza uccisa, viene arrestato in seguito a una serie di testimonianze e coincidenze ordite dalla occhiuta congiura dei "persuasori di morte". A cominciare da monsignor Serpini, uno del "clan", che potendo visitare in carcere il disgraziato sacerdote, lo avvolge in una ragnatela di dubbi pragamtici e religiosi a un passo dal fargli perdere la ragione.
Sulla sua reazione, sulla sua capacità di resistenza alle pressioni del prelato, che trasmettono la corale immoralità del "gruppo", si snoda un racconto di tesa dialettica esistenziale e spirituale, di vita e di fede, tanto più orrorosa quanto più intenzionalmente condotta in qualità di partita assassina sul destino del malcapitato, indecente metafora di un'onnipotenza del Male sul Bene che, nelle pagine del libro, riserva dialettici affondi tra lo psicologico e il trascendentale.
Al commissario Realis, che via via si imapdronisce della realtà delle cose, la terra sembra franare sotto i piedi. Il caso è troppo grande per lui? Fuori misura per un funzionario di polizia confinato in una cittadina di provincia fino ad ieri sonnacchiosa e tranquilla?
" Si sentì d'improvviso molto piccolo, come si era sentito in certi notti d'estate davanti allo spettacolo del cielo stellato. Piccolo rispetto all'immensità del Creato, piccolo rispetto al Male, quello vero, che si scrive con la maiuscola. Un male così non l'aveva mai incontrato".

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