domenica 27 novembre 2011

La violenza sulle donne comincia nella mente


Gli ultimi dati in tema di violenza sulla donna dicono ancora una volta che la maggior parte dei reati resta impunita. Le stesse vittime preferiscono non denunciare. Un antico pudore suscita intorno all'abuso una sorta di nebbia in cui si smarriscono gli esatti contorni del delitto e del colpevole. Tutti i meccanismi della rimozione scattano per difendere forse un'immagine di intangibilità e di interezza, che, se pure non corrisponde a realtà, s'impone come un obbligo a donne educate a incarnare un'immagine di "salute" e di integrità rassicurante. Rimuovere la violenza è il tentativo di cancellare l'oltraggio subito attraverso l'oblio. Una forma pericolosa di "alienazione" con cui si disconosce valore alla propria esperienza e al corpo, anzi alla persona stessa che l'ha subita
In certi contesti tacere sulla violenza sembra inevitabile. Penso alle donne immigrate che hanno una scarsa conoscenza del paese che le ospita, e, per ragioni che ora non staremo a spiegare, anche una scarsa fiducia nelle istituzioni. Per assurdo, esse sono molto più esposte qui, in Italia, ai soprusi domestici che non nel loro paese dove generalmente possono contare sulla solidarietà dei familiari.
Se la consapevolezza dei propri diritti è più alta che in passato, la solitudine della donna è forse più profonda. La dissoluzione dei legami naturali , il declino della famiglia allargata, l'individualismo come stile di vita, rendono più difficile difendersi da violenze che toccano nell'intimità, fossero anche non fisiche. Denunciarle significa infatti mettersi a nudo e rivelare intimità che generalmente si dividono solo con persone molto prossime: parenti, amici sinceri (e sappiamo che di questi tempi ce ne sono pochi).
La solidarietà femminile esiste, e le varie associazioni sorte per combattere la violenza sulle donne ne sono una dimostrazione. Ma, come tutte le associazioni, svolgono bene determinate funzioni, non altre. Fatta la denuncia infatti, la donna resta sola. Per assicurarle un'assistenza prolungata ci vorrebbero più investimenti, più soldi, e non ce ne sono. Ma è proprio di quella solitudine che la donna ha paura. La solitudine la espone non solo alle rappresaglie del violento ma anche alle critiche e alla grossolana superficialità degli altri maschi. Maschi educati a pensare alle donne come (per usare una formula abusata ma chiara) a "oggetti del desiderio" e fonte di eccitazione. La diffusione della pornografia (anche televisiva, ce n'è tanta!) banalizza la violenza, rendendola quasi accettabile. Molti maschi vi si sono esercitati così a lungo con l'immaginazione, da sentirsi virtualmente se non simili almeno solidali con il violento. De Sade viene spesso utilizzato per contenere la debosciatezza di Narciso. Per esorcizzare l'impotenza che finisce per minacciare tutti i viziosi.
Se vogliamo combattere radicalmente la violenza sulle donne dobbiamo cominciare dalla mente. Ricostruire quell'immaginario che sta alla base dei comportamenti umani, controllare le pressioni che lo plasmano dall'esterno. E' nell'immaginario che si prepara il violento del futuro.
Leggere in proposito l'intervista al sessuologo Vincenzo Puppo sulla Stampa del 25.11.11.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.