mercoledì 28 dicembre 2011

Esilio di voce di Francesco Marotta



Non sarò io a commentare l'ultima opera di Francesco Marotta ( “Esilio di voce”, ed. Smasher, 2011) Altri l'hanno già fatto, anche splendidamente.
Io desidero solo sostare sui versi come un uccellino su un ramo. Voglio mostrarveli e basta. Indicarvi la spaccatura attraverso cui il poeta fa scivolare il suo miracolo, rompendo anche per pochi istanti la freddezza del mondo che l'ha devastato.
Lo spirito del poeta erra sull'abissalità di un dove opaco (il gorgo immobile di una spaventosa rivelazione), portandosi dietro le radici materne che lo avvolgono di fili sottili e lo trattengono sulla soglia di un tacere vibrante di senso. E' un re tragico dalla vista profonda e le pupille cucite forse per troppo disgusto. E proprio il suo errare -un andare dappertutto, un po' zoppicante, da "re dell'azzurro" - ce lo rende simile e fratello. Sempre vicino.
Il pesante cammello della disillusione passa attraverso la cruna dell'ago e l'esilio trova il suo dire - “da una crepa del vivere / apre le porte alla lingua”.
Noi ascoltiamo.

La raccolta si compone di tre parti: Imago, Speculum, Vulnus.
Ecco i bellissimi versi posti ad incipit di ciascuna.

IMAGO
si inciampa in un grido
che si dissangua in luce
ogni volta che guardiamo le stelle
nessuna soglia ci separa dall’assenza
nessuna parola così profonda
da poterla tacere

SPECULUM

sarà parola solo l’incompiuto legame
che irrompe dalla cruna delle labbra
e allarma gli specchi del risveglio
indossa l’arte di contarsi ferita
e di affidarsi al flusso interminato
che spazza il sangue in refoli di nebbia
parvenze animate a farsi voce

VULNUS

ci vuole la luce violenta di un rogo
per accostare l’abisso di volti che migrano
immaginare una sosta tra fioriture di imbarchi
liberare le tue labbra dal gelo
madre che parli l’infanzia dei giorni

Esilio di voce
scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite
ci accomuna la conta differita dei morti
la mano adusa a separare codici e correnti
dal gorgo dove si adunano le ore
indicibile chiusa
di apocrifi in sembianti di volti
di giorni in forme declinanti
di parole

quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio
guarisci il dubbio trafitto
dall’ansia di essere riparo malattia
a cadenze autunnali guarda gli sterpi
che ti battono un’altra luce
sui fianchi e nell’ombra che sale
gioca il sogno di un confine
sospeso la tua pelle si stacca aggiunge
ore ai tuoi segni al graffio che resta
dove togli parole
ai tuoi occhi
assenza che sia illuminata erosione
un luogo che i sensi coincide
a un poi di riflessi se colma l’immagine
di grandine di minerali celesti e trascina
a ogni singola mano sangue di fuga
all’occhio l’identico accordo l’energia
perversa di un dono l’attrito
di maschera e volto
impaziente del balzo
è un abbaglio la morte la polvere
sbrina il suo vento sull’acqua un abisso
d’aria e correnti
che l’arte della pietra modella
per l’oblio materno dell’alba

sabato 24 dicembre 2011

Natale



Un’omelia di Natale che l'arcivescovo Oscar Arnulfo Romero pronunciò nella cattedrale di San Salvador il 25 dicembre 1977, tre anni prima di essere ferocemente ucciso a causa della sua opposizione alla dittatura salvadoregna e del suo impegno sociale in difesa dei poveri.
Un solo colpo lo uccise recidendogli la vena giugulare mentre, celebrando messa, alzava l'ostia della comunione.
Penso che credenti o non credenti (che senso hanno queste definizioni poi...), le parole di Romero ci vengono incontro
.

"... come sono belli i piedi di colui che va annunciando la pace sulle montagne, che va annunciando la libertà dei popoli oppressi. È Cristo quel misterioso messaggero. Questo è il canto di Natale, il messaggero che viene con piedi d'uomo per posarsi sulla terra e insegnarci a camminare, con le piccole mani di un bambino che saranno le mani di un Maestro Divino che un giorno saranno inchiodate alla croce. Il messaggero che viene col cuore dell'uomo che ha imparato ad amare, nell'amore verginale di Maria, le esperienze umane della casa della terra; e che ha imparato dal suo padre secondo la legge, san Giuseppe, l'onestà nel lavoro. Un uomo che ha imparato tra gli uomini ed è vissuto tra gli uomini. Che ha voluto farsi in tutto simile agli uomini, tranne che nel peccato, come dice chiaramente la Bibbia. Tutto il resto che noi sentiamo Cristo l'ha sentito: fatica, tristezza, sconforto, solitudine, gioia, speranza, amicizia. Dio in Cristo ha sentito tutto ciò che sente il cuore dell'uomo. Per questo Cristo è la rivelazione dell'uomo a se stesso.
VORREI AGGIUNGERE che queste cose così belle non le apprenderemmo adesso, a venti secoli di distanza da Cristo, se non esistesse un'istituzione fondata da Cristo stesso chiamata Chiesa. La Chiesa è la manifestazione di Cristo, come Cristo è la manifestazione di Dio. La Chiesa manifesta Cristo agli uomini di tutti i popoli. Grazie alla Chiesa, l'impronta di Dio in Cristo sarà presentata agli uomini di tutti i tempi, affinché essi scoprano e vivano la loro vera grandezza, la loro vera vo¬cazione. Se non fosse per la Chiesa, questo lampo della gloria di Dio nella notte di Betlemme sarebbe morto quella notte. Nella migliore delle ipotesi, in quegli anni, si sarebbe raccontato il fatto come qualcosa di già avvenuto. Ma il bello è che questa liturgia di Natale del 1977 sta rendendo presente la nascita di Cristo a Betlemme, come se avvenisse ora. Oggi non è solo Betlemme, è San Salvador, è tutti i villaggi che sono sintonizzati alla radio, è tutte le comunità, tutti i caseggiati dove si sta ascoltando questo messaggio della Chiesa.
Ho il grande onore, oggi, di essere la voce della Chiesa, di annunciare la nascita di Cristo agli uomini del 1977 e di dire loro che sopra tutte le gioie - o meglio, dando ragione a tutte le gioie del Natale -, c'è una cosa che molti non comprendono: l'allegria per il fatto che anche chi non è credente celebra il Na¬tale. Anche i nemici dellaChiesa, quelli che quest'anno hanno calunniato e diffamato la Chiesa, si stanno avvalendo della Chiesa per questa gioia del Natale. Ecco perché ho detto, nei miei auguri di Natale, che nel mio cuore di pastore non c'è alcun risentimento nemmeno per le offese personali. Nessuno può togliermi la gioia di dire ai miei stessi nemici: Buon Natale! Questo messaggio non è mio, ma appartiene alla Chiesa, che da Cristo sta portando felicità e gioia, anche senza che questa venga compresa.
La Chiesa, prolungamento dell'Incarnazione di Cristo, ha una parte umana e una parte divina. Come il bambino Gesù ha membra umane prese dal grembo di una donna, ma ha un elemento divino che non proviene dalla Vergine Maria, ma dal Padre eterno, che ha mandato il suo Verbo, la sua parola, affinché si incarnasse in queste espressioni umane che la Madonna ha dato a Gesù bambino. E così abbiamo che la Chiesa, essendo come Cristo da un lato umana (la parte che le diamo noi uomini) e dall'altro divina (la parte che viene da Dio) deve essere la meravigliosa combinazione dell'imperfetto e del divino. Come Cristo, che come uomo si stanca, soffre, ha debolezze umane, ma che come Dio non si stanca, è infinito, perfetto, anche la Chiesa, in quanto umana non ha ragione di vergognarsi delle mancanze umane.
SIAMO TANTO UMANI come voi, nemici della Chiesa, e capaci di odiare tanto. La Chiesa è umana e può anche cadere nel peccato del disamore. Nella sua parte umana la Chiesa sente quello che sente ogni uomo, sente il disprezzo, sente il desiderio, sente la tentazione. Ma in quanto divina la Chiesa è impeccabile. Il bambino Gesù, in quanto Dio, può affrontare tutti gli uomini e dire:«Chi di voi mi può rimproverare un solo peccato?». Anche la Chiesa, come incarnazione del divino, può dire a tutti gli uomini: «Potete rinfacciarmi molti difetti e peccati degli uomini, ma sfido chiunque a rinfacciarmi un solo peccato come istituzione divina». Che un giorno abbia insegnato la menzogna, l'odio, la violenza, mai; perché l'amore di Dio che lei incarna è impeccabile, è divino, è incarnazione di Cristo.
Perciò la Chiesa, fratelli, continuerà a proclamare la sua parola di manifestazione di Cristo nella storia (...). La Chiesa non deve essere temuta, è il messaggio di Cristo che è venuto nella notte di Betlemme.
Ma una cosa, fratelli: questa Chiesa, come Cristo, si sviluppa anche in una notte di tenebre. Così dice la lettura del Vangelo di Giovanni: «È venuto a questo mondo e questo mondo non lo riconobbe». Le tenebre non sono riuscite a comprenderlo. Che tristezza pensare che questa luce, che questa vita di Dio, che l'amore infinito che il Padre ha in Cristo e che la Chiesa continua a offrire agli uomini, gli uomini non lo vogliano capire. Non è che Dio abbia reso alcuni capaci e altri incapaci di capire il messaggio di Cristo. Il segreto sta nella libertà di ciascuno. Il segreto è riposto nella buona volontà con cui alcuni accolgono e ricevono, come Maria e i pastori, il Gesù che nasce a Betlemme, mentre altri come Erode, come l'orgoglio di Gerusalemme, non si sono resi conto di quanto stesse passando vicino a loro la fonte della vita eterna.
QUANDO I MAGI vennero da Oriente e chiesero al re di Gerusalemme dove doveva nascere il re, i suoi saggi non glielo hanno saputo dire, ma una stella li ha saputi guidare dove i pastori e gli umili incontravano colui che cercavano anche i saggi e i ricchi, quando si facevano umili e semplici come i Magi venuti da Oriente ad offrire oro, incenso e mirra. Vicino alla culla del bambino Gesù c'è posto anche per le ricchezze, ma quando sono depositate dalle mani umili dei pastori e dei Magi.
Cari amici, abbiamo riflettuto chiedendo alla Vergine Maria di farci comprendere il mistero del suo bambino e lei ci ha sintetizzato attraverso la mia umile parola che suo figlio non è altra cosa e niente di meno che la manifestazione dell'uomo agli uomini stessi: la sua dignità, la sua grandezza divina, che portano in sé come immagini di Dio. Sappiate essere degni di tale marchio che ogni uomo ha in sé. Questo bambino tra le mie braccia, ci dice Maria, è la bella immagine della Chiesa che durerà per sempre portando la vita di Dio in mezzo alle carenze umane, inclusa la povertà della culla di Betlemme. Beati quelli che non si scandalizzano - ha detto Gesù Cristo - ma che sanno cogliere la bellezza della luce sopra tutte le bellezze della terra. Così sia."
(Traduzione a cura di A. Armato)

lunedì 19 dicembre 2011

Ma i cani non sono angeli


Fiocco rosa in casa mia. Domenica 4 dicembre è arrivata Rosita, una cagnolina di circa tre anni affamata di tutto, particolarmente di coccole. Salvata in extremis, almeno così mi hanno raccontato, da due guardie forestali nella campagna di Isernia: qualcuno l'aveva seppellita viva!
Mi sono documentata sul tema. Ho scoperto che a cani, gatti e perfino maiali capita di finire seppelliti vivi molto più spesso di quanto si potrebbe pensare. Soffocare gli animali nella terra in certe regioni, soprattutto in Campania, è diventato un gioco capace di appassionare adulti, ragazzi e bambini. Anche imprigionare un animale di piccoli dimensioni in un buco dell'asfalto e aspettare che ci passi un' auto sopra è un gioco.
Mi stupisce che Rosita non abbia sviluppato per gli esseri umani un odio tale da tentare di sradicarne la razza a colpi di morsi. Evidentemente lei non è razzista, ha imparato a distinguere individuo e individuo. Sono pur sempre uomini quelli che l'hanno salvata e poi accudita, curata, ospitata.
Io guardo i suoi occhi nocciola, la sento tremare di emozione e gratitudine quando torno a casa. Fuori da ogni retorica mi accorgo che quella in cui vive è l'altra dimensione in cui non c'è menzogna, ipocrisia, opportunismo. Dico fuori di retorica perché so benissimo che la sua sfera è un po' più in basso della nostra: nessuna idealizzazione disneyana della natura animale.
La dimensione in cui vive Rosita è quella dell'istinto. La sua sincerità nasce dell'incapacità di calcolare entrate e uscite, di meditare piani e raggiri nascondendo le emozioni.
La libertà spirituale, premessa di ogni virtù, che può rendere le creature "deiformi" (per usare un'espressione bonaventuriana) sta molto più in alto, dove (forse) stanno gli angeli. Ma i cani non sono angeli. I cani sono meno degli uomini.
Eppure, quanto vorrei avere per amici tanti cani come Rosita in questi giorni. Perché da un po' di tempo le persone sembrano ritagliate con la carta vetrata. Non trovo dolcezza in loro. La crisi economica, in cui i nostri politici hanno così mal guidato, ha ucciso la loro già fragile umanità. Domina la paura. I ricchi pensano solo a godersi i loro privilegi, terrorizzati dall'idea di perderli. I poveri ovviamente si rodono, ed è naturale. Lo spettacolo dell'ingiustizia rende peggiori se lo spirito non elabora la rabbia in un progetto di equità sociale e giustizia politica per tutti.
In televisione vedo solo potenti che deridono e umiliano il popolo che soffre (la esponente di destra per cui lo stop ai vitalizi è "istigazione al suicidio" fa impressione), e nuovi poveri che rivendicano senza speranza, con la voglia di maledire.

Ho capito. Rosita, ancorché maltrattata, può restare naturalmente buona, affettuosa, ritrovando perfino fiducia nell'essere umano se quest'ultimo le fa dimenticare il male ricevuto. Ma l'uomo, se lo spirito non lo soccorre, non ha la stessa capacità di restare naturalmente buono. Perché non è un essere compleamente naturale. Non può esserlo. Non riesce a scordare le offese, che restano aperte e sanguinanti come vecchie ferite. Non è mai completamente dentro la realtà. La sua testa è piena di ideali e sogni e rimpianti con cui la realtà si misura e davanti ai quali è sempre deludente. A meno che... a meno che non decida di andare all'origine della delusione e del dolore. Cogliendovi la possibilità di un rinnovamento radicale.
Cambiare il sistema, oggi, sarebbe la cosa migliore, anche se comporterebbe tante rinunce. Costruire un sistema non più dominato dalla legge del profitto e ritrovare il vero scopo della politica, che è l'arte di fare il bene comune. E il bene comune non è il conto in banca. Non sono gli yacht. Non sono i viaggi a Cuba o in Australia. Chi vuole tutti questi privilegi paghi quanto gli spetta. Gli altri abbiano un lavoro, un posto gradevole in cui vivere, luoghi d'incontro e di condivisione. Scambi in cui né l'uomo né la comunicazione sono merce. E poi solidarietà, ascolto, comprensione. Senza invidia sociale per i ricchi. Gente che ha bisogno di tanto (tutto!) per avere ciò che si potrebbe (in un mondo più giusto) avere con poco.

sabato 3 dicembre 2011

Il simbolismo del sangue nella fiaba


Alcune settimane fa sono stata invitata a Collecchio, in provincia di Parma, nell'ambito della bella iniziativa Consonanza di voci, per una riflessione attorno all'immagine del sangue nella fiaba e nel mio romanzo Sangue del suo sangue.
Riassumo qui il mio intervento.

I
Il sangue ha ispirato miti e leggende della nostra tradizione più antica insieme all'acqua, al fuoco e a tutti quegli elementi che s'impongono alla nostra coscienza con una forza particolare.
L'immagine del sangue compare abbastanza di frequente nella fiaba, generalmente all'interno di un percorso iniziatico di cui scandisce il momento iniziale.
Un percorso inziatico è per esempio l' esistenza, quando la si consideri gradualmente orientata alla manifestazione (epifania) delle energie creative del singolo: alla liberazione dell'oro, cioè, che si cela nella pietra grezza. Un percorso costellato di prove.

Del significato iniziatico del sangue costituisce un valido esempio l'incipit della fiaba di Biancaneve. La madre positiva che dà alla luce Biancaneve è una madre evidentemente iniziatica: dota infatti la figlia di tutti gli elementi dell'iniziazione: i colori bianco, rosso, nero. Spicca per intensità il rosso del sangue (le tre gocce di sangue): il più dinamico. Prima di alludere alla morte simbolica di Biancaneve, allude in fondo al sacrificio di questa madre iniziatica, che perde la vita per mettere al mondo la predestinata: colei che sconfiggerà il male (La cattiva regina, una regalità negativa che "mortifica" il regno). La madre positiva è evidentemente una madre che "accetta di morire": accetta cioè il cambiamento e il rinnovamento che stanno alla base della vita.
Ovviamente ogni lettura delle immagini simboliche, come ad esempio dei colori, assume significati diversi a seconda della contestualizzazione, che è poi una necessaria conseguenza della natura plurivalente, aperta, aurorale, del simbolo. Ciò che può rendere pericoloso il simbolo, proprio per la sua plurivocità, è la mancanza di consapevolezza. Un esempio: l'accostamento di bianco, rosso, nero c'è anche nella bandiera nazista. Il nazismo infatti ha al suo interno una vocazione sacrificale enorme, ma non ne è consapevole. La eclissa dietro la maschera apparentemente luminosa e inossidabile del superuomo: la rigida caricatura della regalità. Tutti sappiamo cosa ha potuto significare. Questo per dire che la fiaba, interpretata, amata, capita, è uno strumento meraviglioso per acquisire conoscenza, consapevolezza, saggezza, mettendoci al riparo dalle tante pericolose derive del mito. Questo è particolarmente vero per il sangue che è un simbolo potentissimo: parente stretto della vita, dell'amore, del sesso, della violenza e della morte.

II

La fiaba della Bella addormentata presenta un simbolismo del sangue iniziatico particolarmente interessante. Il sangue è presente nell'immagine della puntura del fuso. Ricordiamo brevemente il contenuto: Rosaspina viene annuncita alla madre da una rana, saltata fuori dall'acqua del bagno. Alla festa di battesimo il padre dimentica di invitare la Tredicesima fata, che compare infuriata e maledice la bambina: il giorno del suo quindicesimo compleanno si pungerà con un fuso e morirà. La fata Dodicesima, che ancora non aveva espresso il suo regalo per la bambina, addolcisce la maledizioe: non morirà, ma dormirà cent'anni.
Prima di parlare della immagine della puntura, che è potentissima, vorrei soffermarmi sulla figura dei genitori di Rosaspina, perché credo che puntura da un lato e costellazione familiare dall'altra siano legate.
L'insensibilità e l'immaturità della coppia di genitori rende in qualche modo necessaria un'iniziazione perentoria e violenta.
I genitori di Rosaspina sembrano infatti piuttosto disorientati rispetto al proprio ruolo. Ad esempio:
- hanno bisogno di farsi annunciare da un animale freddo come la rana la nascita della figlia: manca un coinvolgimento affettivo profondo, come dev'esserci nel momento del concepimento.
- il padre trascura di invitare la Tredicesima, una fata troppo importante. Il 13 è il simbolo del cambiamento in tutte le culture. Rimanda a una misura del tempo lunare, femminile, molto più antico di quello solare. Tredici sono ad esempio i mesi dell'alfabeto arboreo celtico. Il 13 viene dopo una totalità compiuta (12 tribù d'Isralele, 12 segni zodiacali...): è il nuovo che introduce il mutamento. Non si può dimenticare una fata così. Il re si giustifica dicendo di avere solo 12 piatti d'oro: ma poteva procurarsene un altro, la scusa non tiene. Questo re non vuole il cambiamento, non è strategico, conserva e basta. E' tutto per il 12, un numero che nella nostra civiltà è strettamente connesso al sole ed alle divinità solari (12 i segni zodiacali che l'eroe sole deve percorrere). Ma un 12 che escluda il 13 è come una dimora magnifica in cui non si cambia mai l'aria.
- l'unica iniziativa del re è quella di ordinare la distruzione di ogni fuso e di bandirne l'uso nel regno. E' una forma di rimozione che non insegna alla piccina a combattere contro il male.
- il giorno in cui Rosaspina compie 15 anni, il fatidico giorno, quello in cui la ragazza avrebbe avuto tanto bisogno di protezione, i genitori non ci sono. Hanno lasciato la reggia, sono andati a spasso come due adolescenti.

Con dei genitori così si capisce che Rosaspina abbia bisogno di un elemento iniziatico forte per crescere. Una puntura ad esempio, provocata dall'esterno, come le prove iniziatiche maschili: i tatuaggi, le punture di insetti, le ferite simboliche...
La sua confusione si vede dal fatto che il giorno del suo quindicesimo compleanno lei si aggira annoiata per la reggia, girovagando qua e là. Uno stato di confusione in cui la ragazza sembra non sapere che fare della sua vita da principessa, finché trova la torre, con la scaletta a chiocciola (immagine di raccoglimento) che porta in alto. La percorre, entra nella stanzetta in cui una vecchietta lavora con il fuso, oggetto che Rosaspina non conosce. Incuriosita chiede alla vecchietta di poterlo provare, si punge, cade addormentata e con lei tutto il regno precipita nel sonno.
Pungersi con il fuso rimanda al tatuaggio, allo scrivere con il sangue (tutto il contrario dell'inutile ed effimero scrivere sull'acqua). Un segno che non può essere cancellato, simbolo di una incisività che la principessa non conosce. I suoi genitori non hanno preso seriamente nulla finora: neanche la loro bambina.
E'evidente che questa puntura provocata ha a che fare con il tempo (espresso simbolicamente dal filo): coincide con l'età in cui il menarca fa la sua comparsa, mettendo la parola fine all'infanzia e decretando il passaggio alla vita adulta. Un momento difficile, a cui Rosaspina non è stata preparata. Immergersi nel sonno (sperimentare un abbandono che nell'infanzia le è stato negato e di cui aveva diritto perché era quello dell'abbraccio amoroso) è forse la risposta simbolica a chi non ha ancora sviluppato le risorse per elaborare il cambiamento, che pure ha desiderato (altrimenti non avrebbe percorso la scaletta, salita faticosa e immagine di un andare finalizzato verso l'alto).

III
Anche il sangue mestruale, come la puntura del fuso, una volta che è comparso, scrive nella vita di una donna che il tempo dell'infanzia volge al termine. E' un momento spesso doloroso, anche perché nella società del benessere l'infanzia può essere davvero un momento meraviglioso. Il candore e l'immaginazione dei bambini li tiene al riparo da tante brutture, se i genitori sono all'altezza del compito. A rendere più difficile questo passaggio , che pure va accettato, sono immagini distorte dellla comparsa del mestruo, scambiato per una perdita di innocenza, una caduta nella materia, una contaminazione. Il periodo del mestruo è nella mente di molti quello in cui la donna è "impura".
Il mestruo è poi sì ovviamente legato a tutti i processi della vita riproduttiva adulta, e quindi della sessualità, perciò si contamina con tutti i tabù, le paure ancestrali, che alla sessualità si connettono. Benché a volte il vero significato ancestrale di certe usanze e certe proibizioni ci sfugga, a causa di interpretazioni successive variamente stratificate.

Il mestruo è evidentemente legato al tempo: mestruo viene da mese, che a sua volta viene da men, parola indoeuropea per dire "luna".
Il tempo del mestruo è perciò un tempo "naturale". Se la donna avverte che quanto è naturale in lei viene interpetato come una sorta di debolezza o addirittura come una macchia (la conseguenza di una colpa) ed è oggetto di disprezzo, la sua reazione potrebbe facilmente essere di:
- rimozione e rifiuto di ciò che in lei è natura - mestruazione, sviluppo del corpo, desiderio ecc...
- oppure di assolutizzazione della natura, in opposizione alla cultura, vista come repressione organizzata (e maschile). La rivolta della fata tredicesima, disconosciuta nel suo essere irridicibile al 12 (tutto conformemente ispirato al principio maschile solare, fatto di luce, ordine, stabilità), è di questo genere. Le armi utilizzate sono infatti quelle della magia e della maledizione, armi stregonesche tipiche di un mondo pre-civile.
La fata dodicesima è la sola in grado di offire un'alternativa all'opposizione sole-luna, 12-13, maschile-femminile: accetta l'elemento dinamico introdotto dalla tredicesima (la puntura) ma lo priva del suo elemento tragicamente sacrificale e lo elabora positivamene trasformandolo in storia, tempo.

IV
Nel mio romanzo Sangue del suo Sangue il sangue è simbolo di in legame molto forte, di tipo telepatico, tra due gemelline. Una viene rapita e tenuta prigioniera da un uomo squilibrato (Il Corvo), ma il legame telepatico che mantiene con l'altra permette ad una donna dotata di facoltà sensitive di seguire le sue tracce.
Il sangue è presente anche come sangue mestruale. La sua prima comparsa, inaspettata nella bambina rapita che ha solo nove anni, fa precipitare gli eventi. Il Corvo, malato di un idealismo esasperato che lo ha spinto a rapire la bambina per convertirla ai suoi folli principi e farne un giorno la sua sposa, reagisce violentemente davanti alla vista del sangue. La bambina ha reagito inconsciamente con il corpo ai deliri sessuofobici dell'uomo e ha fatto esattamente la cosa che la rende inadeguata al compito folle assegnatole dal suo rapitore, decretandone la fine. Ciò fa temere per la sua vita però: il Corvo potrebbe ora "cancellarla" come un esperimento mal riuscito. Ucciderla.
Nel mio romanzo io ho cercato di denunciare i pericoli che oggi vengono dal gelido idealismo e dal perfezionismo veicolato dai mass media, i quali ci chiedono di essere belle e giovani sempre, sacrificando anche la nostra corporeità, negandone le linee di sviluppo e congelandola contro il tempo.
Il sangue mestruale ad esempio è sfruttato in nome del business (assorbenti, dedoranti intimi, farmaci antidolorifici), ma il linguaggio della pubblicità e della propaganda è insidiosamente sprezzante nei confronti del mestruo ( di cui vengono ad esempio continuamente evocati con orrore i cattivi odori), che a tutti i costi va "negato": quei giorni, che potrebbero essere di relativo riposo rispetto ai ritmi stressanti della quotidianeità e avere un loro significato positivo, alternativo rispetto all'odioso stile di vita imperante, fatto di prestazioni, competitività... devono per forza essere come tutti gli altri: da qui l'invito a usare (ed abusare) farmaci antidolorifici , assorbenti interni, che non sono sempre indicati ecc...

Il sangue mestruale parente del tempo, dello sviluppo, dell'invecchiamento e della morte oggi fa forse più paura di prima. E viene rifiutato in primo luogo dagli adulti che non possono invecchiare e i cui figli, perciò, non possono crescere. Quanto sia difficile accettare la perdita del'infanzia in alcuni soggetti lo racconta la tragica storia personale di una utilizzata da Oliviero Toscani nel suo discusso manifesto di denuncia contro il silenzio della moda a proposito dell' anoressia.
La modella, scheletrica e allo stremo delle forze, mostra i tratti del viso che in passato ha modificato chirurgicamente per imitare quelli della sua bambola preferita: naso sporporzionatamente piccolo, efelidi tatuate.

V
Concludendo, le fiabe ci dicono che donne e uomini devono crescere, realizzarsi nella stagione leonina della manifestazione, e infine decadere e invecchiare. Se Biancaneve non accetterà il cammino diventerà la strega.
Un'immagine potente valga ad esprimere il complesso simbolismo: la mela di Biancaneve. Metà bianca (bianca e fredda come la neve?) e metà rossa (rosso-sangue). La strega che ha assunto le sembianze di una povera vecchietta la offre a Biancaneve e per indurla ad assaggiarla, la assaggia a sua volta. Peccato che ne assaggi la parte bianca, quella non iniziatica. Alla ragazza porge invece quella rossa, del sacrificio, della "contaminazione" con la morte. E' un'immagine di intimità forte; tutt'e due mangiano la stessa mela, la differenza tra loro sta nell'accettazione o nel rifiuto del destino iniziatico (che prevede la morte del vecchio per consentire la rinascita).
In sostanza, ciò ci suggerisce che Biancaneve e la matrigna siano molto vicine, anzi, parenti. La matrigna è una Biancaneve che non ha accettato di crescere, di maturare, invecchiare e morire. Così come Capitan Uncino è un Peter Pan mai cresciuto. La parola per indicare la personalità di chi non accetta la ferita inziatica e si rifiuta di aderire al tempo e farsi storia è "narcisismo". La fiaba ci mette in guardia tanto quanto il mito da questo male, che decreta il fallimento esistenziale non solo dell'individuo ma anche del mondo che lo circonda (che dei singoli narcisismi si contamina e muore), e muore di raggelamento.
L'adulto narcisista sviluppa nei confronti dei giovani l'invidia. L'invidia viene da un non volere vedere, perché lo spettacolo della bellezza e della vitalità altrui è troppo doloroso se si è stati incacapi di tenerezza.
Le difficoltà generazionali, è facile intuire, potrebbero degenerare nel nostro mondo in cui vige il divieto di invecchiare. Nelle società tradizionali l'adulto e il vecchio erano oggetto di stima, rispetto, imitazione, perché l'esperienza era la base di ogni (lento) progresso. Nel nostro mondo non è più così. Gli adulti fingono di essere ancora giovanissimi, i vecchi nascondono la loro età, i giovani non trovano sufficiente spazio per potersi muovere e scalpitano.
(Leggere a questo proposito il libro Questo non è un paese per vecchie, di Loredana Lipperini. Un libro che denuncia il clima di disprezzo che circonda gli anziani, e soprattutto le anziane. Ma anche Passaggi di vita di Alba Marcoli).