mercoledì 28 dicembre 2011

Esilio di voce di Francesco Marotta



Non sarò io a commentare l'ultima opera di Francesco Marotta ( “Esilio di voce”, ed. Smasher, 2011) Altri l'hanno già fatto, anche splendidamente.
Io desidero solo sostare sui versi come un uccellino su un ramo. Voglio mostrarveli e basta. Indicarvi la spaccatura attraverso cui il poeta fa scivolare il suo miracolo, rompendo anche per pochi istanti la freddezza del mondo che l'ha devastato.
Lo spirito del poeta erra sull'abissalità di un dove opaco (il gorgo immobile di una spaventosa rivelazione), portandosi dietro le radici materne che lo avvolgono di fili sottili e lo trattengono sulla soglia di un tacere vibrante di senso. E' un re tragico dalla vista profonda e le pupille cucite forse per troppo disgusto. E proprio il suo errare -un andare dappertutto, un po' zoppicante, da "re dell'azzurro" - ce lo rende simile e fratello. Sempre vicino.
Il pesante cammello della disillusione passa attraverso la cruna dell'ago e l'esilio trova il suo dire - “da una crepa del vivere / apre le porte alla lingua”.
Noi ascoltiamo.

La raccolta si compone di tre parti: Imago, Speculum, Vulnus.
Ecco i bellissimi versi posti ad incipit di ciascuna.

IMAGO
si inciampa in un grido
che si dissangua in luce
ogni volta che guardiamo le stelle
nessuna soglia ci separa dall’assenza
nessuna parola così profonda
da poterla tacere

SPECULUM

sarà parola solo l’incompiuto legame
che irrompe dalla cruna delle labbra
e allarma gli specchi del risveglio
indossa l’arte di contarsi ferita
e di affidarsi al flusso interminato
che spazza il sangue in refoli di nebbia
parvenze animate a farsi voce

VULNUS

ci vuole la luce violenta di un rogo
per accostare l’abisso di volti che migrano
immaginare una sosta tra fioriture di imbarchi
liberare le tue labbra dal gelo
madre che parli l’infanzia dei giorni

Esilio di voce
scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite
ci accomuna la conta differita dei morti
la mano adusa a separare codici e correnti
dal gorgo dove si adunano le ore
indicibile chiusa
di apocrifi in sembianti di volti
di giorni in forme declinanti
di parole

quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio
guarisci il dubbio trafitto
dall’ansia di essere riparo malattia
a cadenze autunnali guarda gli sterpi
che ti battono un’altra luce
sui fianchi e nell’ombra che sale
gioca il sogno di un confine
sospeso la tua pelle si stacca aggiunge
ore ai tuoi segni al graffio che resta
dove togli parole
ai tuoi occhi
assenza che sia illuminata erosione
un luogo che i sensi coincide
a un poi di riflessi se colma l’immagine
di grandine di minerali celesti e trascina
a ogni singola mano sangue di fuga
all’occhio l’identico accordo l’energia
perversa di un dono l’attrito
di maschera e volto
impaziente del balzo
è un abbaglio la morte la polvere
sbrina il suo vento sull’acqua un abisso
d’aria e correnti
che l’arte della pietra modella
per l’oblio materno dell’alba

3 commenti:

  1. Un commento che tocca punti vivi della poesia di Francesco Marotta,
    grazie del bel post a entrambi.
    Nadia

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  2. sono d'accordo con Nadia, la tua disamina racchiude tutto in poche righe e ci apre alla magia della lettura senza forzature.
    Questo libro è un dono immenso, Francesco come persona, poeta, instancabile comunicatore, è un dono immenso.
    un abbraccio a te, Nadia, Francesco, con un augurio di serenità per l'anno alle porte.
    nc

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  3. Approfitto per augurare anche a te natalia un anno sereno. Ci aspettano tempi duri ma chi ama la poesia (in qualunque modo si manifesti) ha una casa (più bella della prosa e con molte più finestre) che altri, purtroppo, non hanno.
    roberta

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