venerdì 21 dicembre 2012

Conversazione su La danza della vita


Conversazione su La danza della vita,
di Nadia Agustoni

Un libro sul significato delle fiabe in rapporto al femminile è quello scritto da Roberta Borsani, saggista, scrittrice e insegnante, che dedica a questo tema un’interessante riflessione rileggendo per noi alcune celebri storie, Biancaneve, Rosaspina, La piccola fata e Hansel e Gretel; in quest’ultimo caso operando una riscrittura per evidenziare come la trama della fiaba, toccando la questione del cibo e della fame, a livello psicologico/simbolico incontri la complessa questione dell’anoressia/bulimia. Borsani in “La danza della vita” Lindau 2012, compie quasi un percorso iniziatico e porta noi lettori, tramite i personaggi delle favole, in zone d’ombra interiori affinché possiamo vedere da cosa siamo influenzati inconsciamente e come gli archetipi agiscano attraverso di noi. L’autrice, ricordandoci cosa significa avere un destino, parla di fate sagge e streghe cattive come di due estremi necessari per aiutarci a comprendere quale sia il nostro cammino e a realizzarlo. Importante, e non ultimo, ricorda che nelle fiabe anche le nozze di maschile e femminile “celebrano simbolicamente la riconciliazione degli opposti” ed è solo “sposando” dentro di noi tutti gli elementi costitutivi di una personalità che potremo avere una vita più armoniosa e creativa.
Seguendo il filo di altri autori ( Marie Louise Von Franz, Paola Santagostino, James G. Frazer tra gli altri) Roberta Borsani racconta perché le fiabe sono necessarie e fortificano, soprattutto aiutandoci nel quotidiano e nello svolgimento di quei compiti, che spesso mal compresi, ci mettono in conflitto con parti di noi che poi finiamo per ignorare fino a che diventano ferite troppo profonde.
La fiaba non rende il mondo semplice; ricorda a chi legge che la vita è pericolo e non tutti, non sempre, ce la fanno. La fiaba conduce dove è difficile pensare e nella fiaba, la portatrice di destino, non può non avere coraggio.

A Roberta Borsani ho posto alcune domande sul libro.

Nel libro lei accompagna la rilettura di ogni fiaba con un saggio dove spiega quale tipo umano corrisponda a una Biancaneve o a una Rosaspina. Parla a uomini e a donne, ma trattando del femminile nelle fiabe c’è una particolare attenzione ad ogni risvolto che riguardi queste ultime. Un esempio è in Biancaneve dove, tra l’altro, c’è un intero paragrafo su guerriere e guaritrici. Può dirci qualcosa su questo?

Da ragazza ero affascinata dalle eroine celebrate dall’epica, corrispondenti all’archetipo della greca Artemide. Poi mi sono resa conto che quel modello di eroismo era tutto di derivazione maschile e finiva per confermare l’idea che la donna potesse sì splendere, ma solo di una luce riflessa, secondaria e opaca rispetto al maschile. Invece gli stessi miti, riletti in controluce, rivelano tutta una sfera di virtù eroiche meno abbaglianti di una corazza da guerra, ma più tenaci ed estreme.
Nelle fiabe sono i personaggi femminili a confrontarsi con gli aspetti più oscuri della morte, con il macabro ad esempio, da cui il maschile tende a fuggire inorridito. L’eroismo femminile fa generalmente la sua comparsa quando la battaglia è finita, in mezzo ai corpi maciullati che hanno bisogno di essere ricuciti. Oppure nella stanza dell’orco, dove c’è da reggere il gioco estenuante dell’orrore e vince chi è più strategico: Mariuzza, della fiaba calabrese Le tre raccoglitrici di cicoria, ad esempio.
La guaritrice rappresenta una delle forme in cui si manifesta l’archetipo della Grande madre: Circe era chiamata Signora dei farmaci. I santuari mariani sono luoghi magici, dove si portano tuttora gli ammalati gravi per ottenere la guarigione, e ci vanno anche i non credenti. Ma si potrebbero fare mille esempi.

Nel suo ragionare su “La piccola fata” lei invita le donne a riconoscere “la nostra ferita di non amate” e ci ricorda che molte non vogliono nemmeno pensarci per non ritrovarsi poi arrabbiate e quindi cattive. Ma senza la forza di essere “cattive” cosa succede?

Senza la forza di essere “cattive” (senza la forza di portare a livello della coscienza la propria rabbia) si rinuncia ad essere persone in senso pieno. Si abdica alla propria interiore regalità, sprofondando dentro un destino che è come scritto sull’acqua. Lo stereotipo del femminile idealizzato, disponibile e tollerante, rassicura gli uomini - che infatti lo celebrano ampiamente - ma annulla le donne disincarnandole. Purtroppo spesso sono le stesse donne, divenute madri, ad educare le figlie in tal senso, insegnando loro a disconoscere il negativo che portano in sé - il seme della propria ombra.
Peggio ancora, in certi contesti familiari e sociali, la donna è spinta ad avvertire la sua appartenenza al genere femminile come una menomazione, una colpa da farsi perdonare, rinunciando ad esempio alla sua vitalità e al suo desiderio di autoaffermazione. In questi casi l’ombra si ritira semplicemente più in fondo e trova vie più difficili e contorte di manifestarsi. Di certo non scompare.
Nella mia analisi della fiaba di Rosaspina ho insistito su questo punto: la fata tredicesima e Rosaspina non sono semplicemente antagoniste (come vorrebbe far credere il padre di Rosaspina). La principessa, senza la Tredicesima, non saprebbe elevarsi all’altezza della storia e la sua vita resterebbe scritta sull’acqua. Meglio sanguinare pungendosi con il fuso che abbarbicarsi intorno a un’immagine falsa e convenzionale di innocenza e mitezza. La fata Tredicesima è l’ombra di Rosaspina. Un elemento sgradevole ma ineliminabile.


Streghe e sorellastre, matrigne e padri sbadati sono in ogni destino femminile, e in fondo anche maschile, ma il trauma del pregiudizio colpisce bambine e donne in misura maggiore. Oggi assistiamo al genocidio delle bambine, a stupri etnici e di massa. A uccisioni ormai quotidiane nell’ambito della violenza domestica. Cose che bruciano, e però non trovano risposta adeguata come se le riflessioni del passato si fossero perdute. Come ci aiutano le fiabe contro la violenza?

Le fiabe insegnano che la violenza è dentro e fuori di noi e che possiamo combatterla e vincerla. Per vincere però non dobbiamo essere sole e infatti nella fiabe è fondamentale la figura dell’aiutante. A questo proposito serve ricordare che ciascuna di noi può essere sia la protagonista di una fiaba perseguitata e aggredita, sia una buona fata chiamata a dare il suo aiuto. Io, grazie a dio, qualche fata l’ho incontrata e spero di essere stata in alcune occasioni e con tutti i miei limiti, la fata di qualcun’altra.
C’è il personaggio di un romanzo un po’ strano di Ray Bradbury - L’estate incantata - che a me piace molto. Si chiama Lavinia Nebbs. Una notte uccide a forbiciate il Solitario, un pericoloso serial killer responsabile dello strangolamento di molte giovani. Poche ore prima di ucciderlo dichiara alle amiche terrorizzate di non avere affatto paura di lui. E’ solo un uomo, dice, solo un uomo.
I mass media ammantano i maschi violenti di uno splendore nefasto che li fa più potenti di quanto siano. Sono solo uomini, li possiamo vincere.
Ovviamente il discorso non vale per gli stupri etnici o di massa. Ma queste sono cose che vanno al di là della fiaba.

La fame è il tema di Hansel e Gretel. Tutti abbiamo fame, fame di qualcosa. Cos’è questa nera fame che devasta i corpi e l’anima?

La fame non è necessariamente nera e cattiva. La fame è Eros, ci apre al mondo e lo rende desiderabile. Vero che ogni fame presuppone una mancanza, fa soffrire. Se ciò che manca si fa troppo aspettare o si sottrae, magari con disprezzo, allora la fame può diventare intollerabile e generare risentimento, disistima di sé, vendetta e rivendicazione anche violenta (come nel caso della fata tredicesima, non invitata al banchetto). Ma anche quando l’oggetto desiderato non si fa indietro e la sua presenza ossessiva impedisce, prevenendola, l’esperienza della mancanza, l’effetto sarà emotivamente disastroso: insensibilità, ottusità e freddezza (come accade allo sposo della piccola fata).
L’equilibrio tra desiderio e disponibilità dell’oggetto è la base della stima di sé e dell’amore del mondo. E’ un equilibrio molto difficile però, anche perché, come spiega Peter Schellenbaum in La ferita dei non amati, in alcune persone la fame è così lacerante e irrimediabile da non poter del tutto essere spiegata con i traumi affettivi che l’infanzia porta con sé. Noi siamo abitati da una fame infinita, che niente può spegnere. E’ desiderio infinito di felicità, dice Leopardi. Io preferisco dire che è desiderio di essere amati
Il cibo e l’atto del nutrimento hanno un grande valore simbolico. Non parlano solo del piacere che spegne momentaneamente il desiderio. Dentro si mescolano molte cose: la tenerezza, la cura, l’accettazione, la conoscenza, e perfino il grado di civiltà di una comunità. Ho letto che negli Stati Uniti 6 milioni di bambini presentano i segni di una steatosi epatica (l’anticamera della cirrosi) per cause alimentari. In casa loro il più delle volte non esiste una cucina, solo un forno a microonde dove si scaldano schifezze precotte. Ecco, questi bambini sono come Hansel e Gretel. Una società matrigna che non accudisce, lo stato cinico e mal strutturato, infine i parenti carenzianti, li hanno abbandonati nel bosco. Prima del digiuno o del cibo avvelenato, c’è la mancanza di amore e di accudimento

Lei dedica questo bellissimo libro a sua figlia Alice, ma vi ho letto un amore profondo per quello che sono le donne così come sono. “Quello delle donne è il lavoro eroico”, mi disse una volta un amico, ma oggi più che mai c’è un disconoscimento profondo, quasi rancoroso che non risparmia nessun ambiente sociale. Eppure il lavoro delle donne è ancora doppio lavoro, pagato meno o nulla. Nelle fiabe cos’è il rancore?


Il rancore nasce dall’incapacità di riconoscere la propria ombra, proiettandola invece su altri, i quali, proprio a causa di questa proiezione dalla natura un po’ medusea, vengono “cosificati”: cadono in un sonno mortale, si pietrificano.
Ciò che spinge molti maschi più o meno coscientemente a squalificare le donne e il loro lavoro, può essere inteso come una forma di rancore. Ma il rancore a sua volta nasce dalla paura di vederle così “capaci”, così piene di risorse. L’arretratezza di certe culture patriarcali ha trasformato la donna in una risorsa a disposizione del maschio, come un pezzo di terra, ma sotto sotto scorre la rabbiosa consapevolezza che la “risorsa” sfugge al possesso e alla conquista. E’ sempre un po’ più in là. Come quegli uccellini magici delle fiabe, che il protagonista insegue senza mai poterli catturare, finché si trova perduto in un bosco.
La donna, poi, è più complessa dell’uomo, emozionalmente più ricca e capace di fare da sé. Forse l’esperienza della maternità, che l’ha obbligata a confrontarsi con funzioni e modalità di relazione diverse, oppure l’esclusione forzata dalla partecipazione alla vita pubblica e il conseguente sviluppo della sfera interiore, sono all’origine della sua maggiore complessità.
Di sicuro è in atto da quasi un secolo il tentativo sistematico di annullare questa ricchezza del sapere e del vissuto femminile che è d’ostacolo a chi vuole un mondo di individui totalmente inetti, immaturi e dipendenti dal sistema. Noi donne dobbiamo resistere e le fiabe, il folclore, ci aiutano. Ci danno forza e magia.

L'intervista è stata pubblicata sul n.14 della rivista Quilibri e sul blog Poesia di Luigia Sorrentino

martedì 4 dicembre 2012

Bambine intraprendenti nella fiaba


La finta nonna (fiaba abruzzese)

Una mamma doveva setacciare la farina. Mandò la sua bambina dalla nonna, perché le prestasse il setaccio. La bambina preparò il panierino con la merenda: ciambelle e pan coll'olio; e si mise in strada. Arrivò al fiume Giordano. Fiume Giordano, mi fai passare?" "Sì, se mi dai le tue ciambelle." Il fiume Giordano era ghiotto di ciambelle che si divertiva a far girare nei suoi mulinelli. La bambina buttò le ciambelle nel fiume, e il fiume abbassò le acque e la fece passare. La bambina arrivò alla Porta Rastrello. Porta Rastrello, mi fai passare?" "Sì, se mi dai il tuo pan coll'olio." La Porta Rastrello era ghiotta di pan coll'olio perché aveva i cardini arrugginiti e il pan coll'olio glieli ungeva. La bambina diede il pan coll'olio alla porta e la porta si aperse e la lasciò passare. Arrivò alla casa della nonna, ma l'uscio era chiuso. "Nonna, nonna, vienimi ad aprire." "Sono a letto malata. Entra dalla finestra." "Non ci arrivo." "Entra dalla gattaiola." "Non ci passo." "Allora aspetta". Calò una fune e la tirò su dalla finestra. La stanza era buia. A letto c'era l'Orca, non la nonna, perché la nonna se l'era mangiata l'Orca, tutta intera dalla testa ai piedi, tranne i denti che li aveva messi a cuocere in un pentolino, e le orecchie che le aveva messe a friggere in una padella. "Nonna, la mamma vuole il setaccio." "Ora è tardi. Te lo darò domani. Vieni a letto." "Nonna ho fame, prima voglio cena." "Mangia i fagioletti che cuociono nel pentolino." Nel pentolino c'erano i denti. La bambina rimestò col cucchiaio e disse: "Nonna, sono troppo duri." "Allora mangia le frittelle che sono nella padella." Nella padella c'erano le orecchie. La bambina le toccò con la forchetta e disse: "Nonna, non sono croccanti." "Allora vieni a letto. Mangerai domani." La bambina entrò in letto, vicino alla nonna. Le toccò una mano e disse: "Perché hai le mani così pelose, nonna?" "Per i troppi anelli che portavo alle dita." Le toccò il petto. "Perché hai il petto così peloso, nonna?" "Per le troppe collane che portavo al collo." Le toccò i fianchi. "Perché hai i fianchi così pelosi, nonna?" "Perché portavo il busto troppo stretto." Le toccò la coda e pensò che, pelosa o non pelosa, la nonna di coda non ne aveva mai avuta. Quella doveva essere l'Orca, non la nonna. Allora disse: "Nonna, non posso addormentarmi se prima non vado a fare un bisognino." La nonna disse: "Va' a farlo nella stalla, ti calo io per la botola e poi ti tiro su." La legò con la fune, e la calò nella stalla. La bambina appena fu giù si slegò, e alla fune legò una capra. "Hai finito?" disse la nonna. "Aspetta un momentino". Finì di legare la capra. "Ecco, ho finito, tirami su." L'Orca tira, tira, e la bambina si mette a gridare: "Orca pelosa! Orca pelosa!" Apre la stalla e scappa via. L'Orca tira e viene su la capra. Salta dal letto e corre dietro alla bambina. Alla Porta Rastrello, l'Orca gridò da lontano: "Porta Rastrello, non farla passare!" Ma la Porta Rastrello disse: "Sì, che la faccio passare perché m'ha dato il pan coll'olio." Al fiume Giordano l'Orca gridò: "Fiume Giordano, non farla passare!" Ma il fiume Giordano disse: "Sì che la faccio passare perché m'ha dato le ciambelle." Quando l'Orca volle passare, il fiume Giordano non abbassò le sue acque e l'Orca fu trascinata via. Sulla riva la bambina le faceva gli sberleffi.

da Fiabe italiane, raccolte e trascritte da Italo Calvino, ed. Einaudi, 1956

Le analogie tra questa fiaba e Cappuccetto rosso sono numerose ed evidenti. Una mamma "destinante" e iniziatica invia la figlia nel mondo affidandole un incarico, una serie di prove che la bambina deve superare lungo il viaggio; una nonna divorata da un'orca che della nonna assume le sembianze per trarre in inganno la bambina e divorarla.
Non c'è nessun cacciatore però, la bambina è molto intraprendente e se la cava grazie alla sua astuzia e alla sua generosità. Non c'è quella ricchezza di richiami simbolici e allusioni di carattere sessuale, che invece abbondano in Cappuccetto. La paura di cui si narra è quella (primordiale, elementare, animale) di essere mangiato La madre di tutte le paure.
L'esperienza che segna il nostro ingresso nel mondo passa attraverso l'atto del nutrirsi, che inizialmente è un succhiare. Poppare il latte è piacere innocente perché la bocca attaccata al seno non taglia, non strappa, non ferisce. E infatti l'Arcadia dei pastori che vivono di latte e dolci ricotte ha fornito a poeti e pittori i simboli per rappresentare la mitica età aurea, ancora ignara dei danni che provoca il ferro (le armi, la guerra). Nella fiaba abruzzese la bambina che la madre manda dalla nonna (una catena di relazioni tutte al femminile, una sorta di dinamica matrioska) porta infatti nel paniere merende innocue, la cui preparazione non sottende spargimento di sangue. Ciambelle e pane all'olio. Le prime hanno qualcosa di ludico, tant'è che il fiume Giordano ne chiede alla bambina per giocare. Cedendogliele è come se la bambina sapesse di dover rinunciare a qualcosa della sua infanzia, qualcosa di regressivo (la ciambella ricorda nella sua forma sia il seno materno che l'uroboros, un legame di simbiosi totale con la madre). La rinuncia rappresenta un sacrificio, che però in questo caso non si presenta sotto raffigurazioni simboliche cruenti o drammatiche. Questa bambina è infatti molto ben orientata in senso iniziatico, non oppone resistenza al cambiamento e alla crescita, a differenza di tante sue colleghe. La ragione potrebbe risiedere nell'atteggiamento fiducioso e aperto della madre che mandandola dalla nonna, non la assilla con inutili e ambigue proibizioni, davanti alle quali le anime curiose provano voglia di trasgredire. La madre ha educato bene la sua bambina. Le risorse necessarie a superare le prove più dure della vita sono così ben interiorizzate da guidarla ovunque, come un istinto, senza bisogno di raccomandazioni assillanti.
La mamma, però, non ha il setaccio. Il setaccio serve per togliere grumi dalla farina, oppure per separare elementi fini da quelli grossi. E' uno strumento di affinamento che solo la nonna possiede. La nonna che vive lontano, in un luogo certo isolato se l'orca la può aggredire e divorare senza che nessuno se ne accorga. Un po' come la nonna di Cappuccetto, che vive ai margini del bosco, in quella zona di confine delicata, che ne fa una creatura della Soglia.
La madre di questa fiaba ha evidentemente completato il suo compito educativo. La figliola ha sviluppato l'intelligenza delle cose del mondo, è piena di coraggio e di fiducia. E' inoltre ben nutrita: se rinuncia senza problemi a pane e ciambelle è perché la sua fame in passato è stata riconosciuta e saziata. Ma per il pieno sviluppo delle sue facoltà è indispensabile un intervento spirituale più alto, che va molto al di là dell'adattamento nel mondo. Esso richiede l'intervento della Grande madre: lei non si lascia sedurre dalla forme ingannevoli in cui rimane irretito l'uomo spiritualmente poco evoluto che spesso abita la città, tutto preso dal suo ruolo sociale. Conosce e accetta il mutamento in cui solo l'apparenza muore, la sostanza resta. Per questo può anche lasciarsi divorare, se il momento lo richiede, purché lo spirito trionfi nel nuovo (la bambina). Che la fiaba alluda a un progresso spirituale può attestarlo anche il nome che viene attribuito al fiume: "Giordano", come quello in cui opera San Giovanni Battista: acqua battesimale, morte e rinascita nello spirito. "Giordano" significa etimologicamente "colui che scende" (il Giordano scorre per buona parte sotto terra, sotto al livello del mare: è il fiume più basso della terra). E' necessario scendere molto in basso, in zone oscure e infere, per conoscere il vero battesimo e partecipare alla rigenerazione della carne e dello spirito. colui che rinascerà dalla morte si fa battezzare nel punto simbolicamente più basso del creato, così che nessuno strato del reale, per quanto infimo possa essere, resti escluso dalla resurrezione.
La Porta Rastrello rafforza l'immagine del setaccio. E' con il rastrello che si tolgono i sassi e si prepara la terra alla semina. I denti di questa porta lasciano intatta la ragaza che accetta di ungerli con l'olio del suo pane: l'olio è un'immagine di civiltà e di dominio degli istinti attraverso la mediazione dell'intelligenza (è Atena la dea dell'olivo), ma è anche un simbolo sacramentale. L'unzione con l'olio compare nelle cerimonie di molti culti religiosi. Gli antichi sacerdoti egizi si cospargevano di olio il capo, prima di celebrare i sacri riti. Presso i cattolici l'olio compare nei sacramenti della Cresima e dell' Estrema Unzione.
Questa Porta Rastrello - una porta che seleziona, sceglie, scarta - ha bisogno dell'olio per ammettere l'iniziato a esperienze profonde, sancendo il passaggio da uno stato all'altro. Se si spalanca davanti alla bambina che fugge è perché riconosce in lei i segni di una regalità che merita elezione.

La nonna a letto malata e la sua casa è chiusa, la bambina non sa come accedervi.
In Cappuccetto la malattia della nonna è l'elemento che mette in moto la vicenda. Ammalandosi la nonna diventa elemento iniziatico, costringendo la nipotina a mettersi in viaggio.
La sorgente del femminile buono, della fecondità che si tramanda, è inquinata da un male sconosciuto e oscuro. Il femminile si fa indietro - o forse qualcosa di ancora più grande del femminile. E' il numinoso (il divino) a indietreggiare e la giovane vive in solitudine l'ora che decide la sua natura eroica. Viene a mancare l'elemento di mediazione (il ponte-fice) che le permetterebbe di entrare nella casa della nonna (il grande corpo del femminile con tutti suoi misteri, oppure, in senso più spirituale, il tempio in cui siedono i sacerdoti). L'orca invita la bambina perché entri dalla finestra, come un ladro: giustamente la bambina rifiuta, il suo destino è un altro. Inoltre la finestra è troppo alta per lei che ha bisogno di apprendere le cose segrete prima di essere ammessa ai piani alti, ossia alle esperienze superiori che hanno luogo nella casa della nonna. Ed ecco che l'orca l'invita a passare dalla gattaia: un passaggio che ora invece umilierebbe la piccina, costretta a regredire nella condizione di creatura animale (natura senza spirito). Di nuovo giustamente rifiuta: la gattaia è troppo piccola per lei, non può contenere la sua statura che ha conosciuto già alcuni gradi dell'evoluzione.
L'orca è come quei cattivi maestri che non sanno comprendere le tappe del cammino spirituale del discepolo, assegnando loro prove troppo alte o, al contrario, negando la necessità della prova. Nel primo caso propongono un accesso solo astratto alle verità più nobili, che, non adeguatamente elaborate e assimilate mediante l'esperienza, si trasformano in strumenti di manipolazione ideologica e di seduzione delle coscienze, facendo perdere di vista la sostanza spirituale e le finalità del vero sapere. L'idealismo cieco, il manicheismo e il terrorismo sono il prodotto di chi passa dalla finestra, approdando a un mondo di idee senza fondamento e senza contatto con la terra. Nel secondo caso propongono una pedagogia senza iniziazione - cosiddetta "buonista"- bloccando la crescita e costringendo ad andare a quattro zampe chi invece potrebbe già camminare diritto.
La bambina costringe l'orca a tirarla su con la fune: a fare cioè quel che un buon maestro farebbe di sua iniziativa, quando guida il discepolo verso l'alto. Così sperimenta la sua superiorità: l'orca tira il filo e si sobbarca la fatica di sollevare il peso, ma è la bambina che la obbliga. Intanto misura le forze di quella nonna che dovrebbe essere malata, eppure è in grado di sollevarla agilmente.
In cima la stanza non è luminosa come dovrebbe essere una stanza dell'ultimo piano. Somiglia piuttosto a un antro tenebroso, quello in cui dormono le belve. Non c'è luce, verbo, rivelazione. Ma la penombra dei sotterranei.
La finta nonna invita la bambina a un riposo che lei in verità non può concedersi. Non è infatti la protagonista di storie come La bella addormentata, pronta a ricevere l'iniziazione di un sonno magico nella stanza più alta di una torre dove una vecchia esperta di fili e orditi fila. Qui c'è un'orca che al massimo, ispirata da altri, può tirare di forza un filo, ma non possiede l'arte della tessitura. Ha una sua astuzia - una sorta di magia elementare e involuta, che si risolve in una lettura deformata della realtà: i denti, presentati come fagioli; le orecchie della nonna, presentate come frittelle. La sua magia è di scarso valore e potrebbe avere effetto solo su un bambino molto piccolo, ancora incapace di distinguere tra realtà e illusione. Molte sono le ricostruzioni menzognere e stranianti che i fanciulli sono costretti ad accettare negli anni della loro infanzia, e anche più tardi. Tali ricostruzioni forniscono la base su cui poi si fonda l'attitudine a sviluppare una propensione negativa al sogno, fuga o rielaborazione fantastica di esperienze troppo dolorose per essere accettate. I bambini che hanno dovuto negare i propri sentimenti negativi di delusione, umiliazione, dolore - benedicendo la mano che li aveva percossi e fingendo a se stessi un'infanzia felice - manterranno facilmente da grandi l'abitudine a disconoscere la sofferenza, l'insensibilità altrui, l'abbandono, attraverso la falsificazione ideologica dei propri vissuti: leggendo una carezza dentro uno schiaffo, la sollecitudine nell'invadenza, la purezza nell'indifferenza.
La donna il cui marito (o l'uomo la cui moglie) passa gran parte delle serate in compagnia di amici, per prolungare un'adolescenza ormai lontana, può faticare a riconoscere il suo stato di abbandono se nell'infanzia ha subito l'abile induzione a negare, o a reinterpretare in chiave fantastica e consolatoria, la sua solitudine.
L'orca non riconosce i bisogni della bambina per quello che sono, altrimenti non proporrebbe denti per fagioli. Vuole solo sperimentare quale sia il suo potere di controllo sulla bambina. Questa però è molto furba e, per esempio, ha imparato a simulare bisogni che non ha. Sa che l'orca, avendo a sua volta l'obbligo di simulare un'apparenza materna sufficientemente seduttiva, non può sottrasi del tutto davanti alla dichiarazione di un bisogno come quello della fame. Se lo facesse rivelerebbe la sua natura matrigna. Inoltre è dichiarando il proprio bisogno che la bambina riesce per ora ad evitare una odiosa intimità divorante con l'orca che la reclama nel suo letto.
Simulare necessità di accudimento inesistenti è una cosa che fanno gli individui oppressi da una madre invadente e pervasiva. E' un modo di tenerla occupata e distante: il bisognoso è incompleto per definizione: ciò che gli manca è altro da lui. Simulare il bisogno durante l'infanzia può rappresentare un'istintiva difesa contro il negativo del femminile dilagante e distruttivo di identità. Il bisogno implica infatti una distanza tra chi dà e chi riceve, evoca due ruoli diversi contro la minaccia dell'assimilazione. Inoltre costringe la madre a sviluppare il femminile positivo, quello di Flora -la dea con il cesto - inibendo il negativo divorante (Kalì). La distruttrice finisce così per essere distrutta. Gli anni, infatti, passano: i figli generalmente crescono e le mamme generalmente invecchiano. Ma i bisognosi non crescono mai. Restano sempre "poverini" e l'"orca" - madre in apparenza amatissima - paga spesso l'antica invadenza cucinando e rassettando per il resto dei suoi giorni.
I fagioli hanno alle spalle un complesso simbolismo: seminati germogliano e danno vita a una nuova pianta. Dimorano a lungo sottoterra, dove covano nell'oscurità la rigenerazione, passando attraverso uno stato di confusione, in cui il verde intatto della nuova vita e il marcio infero della decomposizione giungono a toccarsi. Per designare il re dei Saturnali (giorni carnescialeschi di commistione morte-vita e di sovvertimento dei ruoli,) si usava nell'antica Roma estrarre un fagiolo. Ancora oggi è spesso il fagiolo a fare da segnalatore in un gioco così evidentemente rituale come quello dell'oca - gioco che imita la ruota del destino in cui spesso si intrattengono le famiglie nelle feste di passaggio dal vecchio al nuovo anno.
Ma i fagioli della fiaba sono denti: ciò che resta di una povera vecchia, la sua parte più dura. la brutalità dei suoi appetiti senza cuore né carne: senza più anima né propulsione.
Le orecchie evocano in modo caricaturale l'immagine dell'ascolto che è il presupposto dell'empatia, intesa come capacità di entrare in risonanza con il mondo. Nessuna musica e nessuna voce le condurrà alla Rivelazione. Denti e orecchie sono morti per sempre, non conosceranno né gustosi assaggi né risvegli.
E tuttavia si potrebbe anche dire che proprio questi denti e queste orecchie denunciano con chiarezza la vera identità della donna che riposa nel letto. Non è la nonna, ma l'orca, che certo ha divorato la nonna, ingoiando tutto, tranne i denti e le orecchie. Ha ingoiato tutto, facendone carne e sangue del suo corpo di orca, ma non questi elementi che certo hanno opposto tutta la loro resistenza all'assimilazione: del resto chi resiste "stringe i denti" e di ciò che rifiuta dice "non è pane per i miei denti". Le orecchie, organi enigmatici che accolgono praticando una selezione di suoni tutta interna, invisibile, silenziosa, non sono cose da orca. L'orca non sa ascoltare: tutta la sua vitalità sta nell'atto aggressivo del fagocitare l'altro da sé, masticarlo, digerirlo, assimilarlo. Come una ruota di trasformazione vorticosa, puro divenire in cui le individualità si dissolvono maciullate dai denti della nuda volontà di vita. L'orca è Kalì, tutta denti e braccia. La stritolatrice.
La scena della bambina distesa accanto all'orca, di cui tocca le varie parti del corpo (mani, petto, fianchi), troppo pelose per essere umane e infine la coda che denuncia sine dubio la natura dell'orca, sono fuori dall'ordinario anche per una fiaba: la protagonista esplora attivamente il corpo mostruoso dell'orca con un'audacia e una fredda capacità di analisi che non sono affatto infantili.
Il maschile della bambina ( freddezza, audacia, determinazione) si è messo in moto ed è venuto in soccorso al femminile, fatto di ascolto, riflessione, prudenza. Tutte le risorse, maschile e femminili, devono mobilitarsi per dare uno sbocco positivo alla situazione di immenso pericolo.

Di nuovo la ragazzina comprende che un finto materno si può aggirare fingendo il bambino che lei già non è più. Simulando bisogni materiali davanti ai quali la stritolatrice si sente a suo agio, nel suo ruolo di dispensatrice di mero accudimento, inteso come annullamento dei bisogni e non come cura.
La ragazza ha da fare un bisognino: un esigenza "bassa", che richiede una discesa nella stalla, nelle zone più intime e segrete, dove si annida la forza espulsiva dell'animale. Saggia decisione: gli animali, quando sono spaventati da un grave pericolo e stanno per darsi alla fuga, si liberano dei loro escrementi, divenendo così più leggeri e veloci.
L'orca cala la fanciulla senza protestare in basso: l'istintiva semplicità di certe esigenze è qualcosa a lei così familare da non insospettirla nemmeno un po'. L'istinto, la materialità dei bisogni elementari, è la sua forza e la sua debolezza.
La stalla offre alla bambina una possibilità di fuga. La bambina inganna l'orca legando alla fune una capra. Un animale, umile, innocente, placido, si offe al posto della protagonista: succede in moltissime fiabe (I polmoni e il fegato di Biancaneve sono sostituiti da quelli di un cinghiale; in altre narrazioni popolari sono gli occhi e il sangue di un agnello a salvare la protagonista). Del resto l'orca, questa cattiva madre senza capacità iniziatica, non merita discepoli migliori di una capra. Mentre l'orca tira, la bambina grida "orca pelosa!", un grido liberatorio e trionfante. Infatti segue la fuga.

La bambina è finalmente fuori dalla casa della nonna che non è più casa accogliente, di conoscenza e di esperienza. La abita un materno che non fa nascere, che trattiene, divora, annulla. E' un cattivo grembo senza più nutrimento e riposo, senza più forza generativa. La bambina, scaltra e intraprendente, si mette al mondo da sola, usando una corda (immagine del cordone ombelicale), passando attraverso stretti passaggi (la botola), e catapultandosi fuori attraverso i piani più bassi, la stalla. La stalla fornisce l'ambiente ideale per l'emancipazione dell'eroe anche nella fiaba La finta nonna. Per sconfiggere l'orca (una versione di femminile negativo particolarmente feroce: peggiore certo della matrigna, e perfino della strega, per la "matta bestialità" dei suoi appetiti e per il suo porsi su un piano di inganno affettivo) occorre la forza, il fiuto dell'animale: l'intelligenza non basta. Tant'è che l'esperienza centrale della presa di coscienza e della rivelazione di verità è sostanzialmente tattile e avviene nel tepore del letto, nello stretto spazio in cui due corpi distesi giacciono, l'uno accanto all'altro, in un'intimità di percezioni esplorative. Le mani dicono con certezza quello che la mente sospetta: la nonna nel letto non è la nonna vera, che certo inviterebbe a ben altre esperienze conoscitive: non a letto, non sdraiata mollemente, non in quel tepore ambiguo da bestiola. E' un'intimità molto pericolosa: è quella che spesso impedisce alle vittime di di molestie di denunciare il molestatore. Rappresenta una forma di contagio psicologico e morale da cui non èp facile prendere le distanze.
Gridando "Orca pelosa, Orca pelosa!" la piccina smaschera alla luce del sole la finta nonna e e insieme annuncia il trionfo della sua coscienza, che la libera dai piluccamenti di senso emotivo propri degli esseri subumani.
Il suo viaggio di ritorno è perciò tutto un premio da parte della realtà alla sua generosa accortezza e alla sua lungimiranza. L'andare e venire attraverso passaggi delicati - il fiume Giordano (fiume della nscita), la Porta Rastrello - ci ricordano certi giochi, come quello dell'Oca, o del Serpente, la cui origine antica ci cala nella dimensione dei labirinti iniziatici. La bambina che torna a casa ha perso la nonna, il materno positivo e sapiente, passato attraverso la macina del femminile distruttivo (necessario, perché il femminile si rigeneri attraverso sempre nuove incarnazioni della Grande Madre), ma è pronta è sostituirla. Bambina, mamma, nonna sono tre aspetti del femminile, come tre volti di un progressivo splendore. La triplice dea: Artemide, la vergine, falce di luna, appena partorita già così intraprendente da aiutare la mamma Latona a mettere al mondo il fratellino Febo - somiglia alla protagonista della nostra fiaba, vero? - Selene dal volto splendente, chiamata nell'antico frigio Méne, "misura", fonte cioè dell'equilibrio in cui risiede la saggezza di tutte le cose. E poi c'è Ecate, la luna che brilla sull'oltretomba e protegge i ladri: luna "nera" parente della morte ma necessaria perché una nuova luce (una nuova falce) sorga: maestra dei passaggi, con un piede nelle verità profonde, insondabili (la vera nonna) e un piede nella notte tenebrosa (l'Orca).
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venerdì 5 ottobre 2012

Ildegarda di Bingen, grande madre dell'Europa cristiana


Il 7 ottobre viene dichiarata dottore della Chiesa Ildegarda di Bingen, che si aggiunge a Caterina da Siena, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, già proclamate da Paolo VI e Giovanni Paolo II. Non solo è importante e significativo che la pattuglia dei Dottori della Chiesa di genere femminile si arricchisca ancora di una protagonista, ma sono importanti le qualità e le caratteristiche di questa new entry: se infatti i motivi per cui le tre precedenti sante erano state considerate degne di questo titolo erano di carattere mistico, per Ildegarda è diverso. Ella unisce alla conoscenza mistica quella razionale e scientifica – la vastità del suo sapere è paragonabile a quella del quasi contemporaneo Avicenna, dal momento che comprende la cosmologia, l’antropologia, l’etica, la medicina, a cui si aggiunge il dono della musica e della poesia — come avviene per quasi tutti i Dottori della Chiesa di genere maschile. Inoltre, e questo resta eccezionale per una donna, come aveva già fatto Caterina, Ildegarda aveva svolto cicli di predicazione nelle chiese della valle del Reno, sia in latino per il clero che in volgare per il popolo, per scongiurare il dilagare dell’eresia catara.

Anche Ildegarda, quindi, era stata spinta ad attraversare i confini che la società del tempo imponeva alla presenza femminile dall’urgenza di aiutare la Chiesa in un momento difficile: lo avevano fatto ugualmente Caterina, intervenendo e scrivendo lettere di fuoco per favorire il rientro del Papa da Avignone, Teresa d’Avila che aveva riformato la vita claustrale femminile e proposto un cammino mistico nuovo nel momento complesso della ricostruzione della cultura cattolica dopo la Riforma, Teresa di Lisieux quando ha percorso la strada del buio agnostico per comprendere meglio la tragedia della secolarizzazione e trovare una via nuova per scongiurarla. Tutte le donne Dottori della Chiesa hanno quindi contribuito a salvarla in momenti difficili, hanno aiutato la sua ricostruzione e hanno inciso profondamente nel rinnovamento culturale che questa comportava. Per loro non è stato facile: se per i santi è sempre difficile farsi ascoltare e in un certo senso farsi riconoscere, senza dubbio lo è molto di più per le sante, che devono vincere anche la diffidenza e il sospetto con cui vengono guardate da molti perché donne.

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(articoli di Lucetta Scaraffia, Giulia Paola di Nicola e Attilio Danese,Rosita Copioli)

lunedì 1 ottobre 2012

L'autunno della vita nella fiaba


L'autunno, con i suoi viali alberati color ruggine, le cascate rosse di edera o le vigne infuocate, da qualche anno batte la fiacca. Le foglie cadono a ridosso di Natale e la loro poesia indurisce troppo in fretta nella desolazione marmorea dell'inverno. Sono scomparse le mezze stagioni, come si recita, oppure anche madre Natura cominicia ad avere orrore della vecchiaia e cerca di travestirsi d'estate, finché può?
Invecchiare è diventato così difficile...eppure si deve. Ma è possibile farlo senza intristire, senza lasciarsi sommergere dall'inutilità dei giorni che passano?
Le fiabe dicono che sì, si può. A patto non si pretenda di negarla, la vecchiaia. A patto non si pretenda di entrare in competizione, da vecchio, con le figure protagoniste che vivono il loro momento di fulgore - i giovani principi in missione, le principesse piene di risorse e sul punto di sbocciare - occupando la scena principale.
I vecchi sono nella fiaba personaggi secondari eppure essenziali allo svolgimento della vicenda. E questo in ogni caso: come figure archetipiche positive, in grado di aiutare i protagonisti a portare a termine il cammino intrapreso, superando le prove di cui è disseminato; ma anche negative, quando, ostacolando il cammino ascensionale dell'eroe, costituiscono un importante fattore iniziatico. L'atteggiamento persecutorio della matrigna permette a Biancaneve di realizzare la sua vocazione iniziatica, che in assenza di ostacoli rimarrebbe inespressa, condannandola all'immaturità psicologica così facilmente riscontrabile nei rampolli di famiglie altolocate o benestanti.
Vero che il vecchio incapace di accettare il proprio declino può rappresentare anche un pericolo mortale, che va al di là dell'esposizione iniziatica, come appunto nel caso della matrigna di Biancaneve: non solo cattiva madre ma strega, anzi, orchessa, a causa dei suoi appetiti cannibalici (ordinando che le vengano portate le interiora di Biancaneve, confessa implicitamente il disegno di rigenerarsi attraverso la fanciulla, dentro la fanciulla, assimilandone qualcosa di segreto ed essenziale).
Figure positive della vecchiaia sono disseminate un po' ovunque nelle fiabe. Penso all'anziana maga che nella fiaba L'ondina della pescaia dei fratelli Grimm, rende possibile a una coppia di sposi riunirsi al termine di una lunga serie di disavventure che li ha ha fatti evolvere non solo sul piano psicologico ma anche spirituale. Entrambi, prima di ritrovarsi e riconoscersi, sperimentano la solitudine, il duro lavoro, la povertà e il silenzio dei monti; entrambi sono stati pastori di greggi, lontani dalle gioie della vita civile e dalla compagnia degli uomini. L'ondina della pescaia è una fiaba poco nota ma profonda, che fa indovinare dietro le immagini la parentela con il sacro. La vecchia ha permesso ai due sposi di sconfiggere un femminile negativo e distruttivo (l'ondina) che incatena il maschile sottraendolo alla vita nell'età feconda e produttiva, soffocandolo nell'acqua per impedirne l'evoluzione. Il potere, a questo femminile negativo, l'ha conferito a sua volta un maschile indifferente e superficiale, preso soltanto da cure relative allo status sociale, ed è rappresentato dal padre del protagonista. E' lui a dare avvio alla vicenda promettendo all'ondina la creatura che in casa sua sta per nascere (cosa mai sarà? si chiede distrattamente, un coniglio, un capretto...) in cambio di un benessere e di un prestigio appena perduti. Lo sorprende scoprire, al rientro, che a casa la moglie ha appena partorito un bambino. Che sua moglie fosse gravida neppure si era accorto!

Il tramonto della vita ha le sue bellezze nebbiose, assaporabili nella misura in cui non si pretende di paragonarle allo splendore della giovinezza. Un errore del genere rende cattivi, come cattivi sono i negromanti che rapiscono le promesse spose d'altri, facendole prigioniere in una torre, la quale è il simbolo, con le sue alte mura, di una freschezza imbalsamata costretta alla sterilità (il mito nato intorno alla fondazione di Roma ci mostra il perfido zio Amulio mentre condanna alla sterilità la nipote Rea Silvia imprigionandola nel tempio di Vesta e obbligandola al voto di castità. Numilio ha usurpato il trono del fratello, padre di Rea Silvia, e teme la concorrenza di qualche eventuale nipote. Inutile fatica: amata nel sonno dal dio Marte, la giovane darà alla luce Romolo e Remo, i quali ristabiliranno l'ordine della vera sovranità contro quella falsa usurpata). Cattivi sono gli orchi che mangiano i bambini non per fame (di solito hanno un'orchessa che cucina per loro pranzi abbondanti e succulenti), ma per desiderio di qualcosa di tenero, fine, morbido. Qualcosa insomma che sia vivo, quando il cuore di chi non accetta caducità e mutamento è invece duro come il guscio di una tartaruga.
Gli anziani nelle fiabe sono amabili e felici quando non sono toccati da invidia e accettano di incanalare ciò che rimane della propria fertilità in forme superconcentrate di scarna e brulla essenzialità. Essi realizzano la natura del frutto che si apre, lasciando cadere il seme, e lo strumento magico di cui sono portatori (un pettine, un flauto, un anello, un cristallo...) oscilla tra la natura apotropaica del farmaco (che guarisce sconfiggendo le forze nefaste) e quella rigenerativa che cova in sé forme future insospettabili (il chicco, la noce o il fagiolo fatato).

La colpa di cui spesso si macchiano i vecchi non connotati in senso magico (semplici mugnai, ciabattini, pescatori) è l'avarizia, forma di miopia spirituale cui sfuggono le cose alte e lontane e risalta invece ciò che è alla portata di mano e illusoriamente sicuro. Così è per il padre del protagonista della fiaba dell'Ondina della pescaia, il quale baratta un futuro che non sa immaginare (rappresentato da ciò che di vivo e nuovo sta per nascere) in cambio di un magazzino ricco di farina: la stanca ripetizione di una floridezza passata e perduta. Il già noto.
Talvolta nelle fiabe capita ai vecchi di sperimentare una miracolosa genitorialità, ben oltre l'età consentita. Figli minuscoli venuti fuori da un fiore, da una noce, da una conchiglia, davanti ai quali ci si sente un po' come San Giuseppe: genitori putativi e custodi del miracolo, tali e quali il pastore Fausto rispetto ai gemelli Romolo e Remo. Genitori anziani e precari, eppure capaci di tirarsi indietro per consentire al figlio del miracolo di vivere l'avventura del mondo, assistendo all'epifania gloriosa delle sue forze regali. Genitori senza pretese narcisistiche, inziatici per consapevolezza e senso di realtà. Niente a che vedere con quei genitori anziani per i quali un figlio in tarda età risponde al bisogno egoistico di negare la propria decadenza scimmiottando la giovinezza.

venerdì 21 settembre 2012

Fiabe dell'adolescenza: Piumadoro e Piombofino


Guido Gozzano ci ha lasciato una raccolta di fiabe di grande delicatezza, frutto del suo amore per tutto quanto, nel mondo della fantasia come nella realtà, sa evocare il sentimento liberante della leggerezza e la "grande tenerezza per le cose che vivono". Che si tratti di creature fatate, di farfalle dall'esistenza effimera - classificate con precisione da entomologo - di cetonie smeraldine o di nivei soffioni, la loro natura è quella della spuma.
Le sue fiabe parlano all'intimità di chi, a prescindere dell'età anagrafica, si trova a vivere il difficile momento di passaggio da uno stato all'altro. Lo scrittore, a causa delle precarie condizioni di salute che ne decretarono la morte all'età di soli 33 anni, si sentiva forse una sorta di guardiano delle soglie: sospeso nell'istante vertiginoso in cui la crisalide si muta in farfalla (E alle farfalle dedicò infatti un'opera rimasta incompiuta).

La fiaba Piumadoro e Piombofino racconta la storia di una povera fanciulla, la cui infanzia trascorre con la sola compagnia del nonno carbonaio, "amata dalle amiche e dalle vecchiette degli altri casolari". All'età di 14 anni si fa leggera, ma così leggera, che il nonno dapprima è costretto ad appendere quattro pietre all'orlo della sua gonna, per non farla trascinare via dal vento, poi a chiuderla in casa, dove però lei si annoia mortalmente e chiede al nonno di soffiarle addosso per farla volare su e giù nella stanza, come una piuma. Di lì a poco il nonno muore e Piumadoro è costretta ad uscire si casa, lasciandosi rapire dal vento e seguendo inerme le sue correnti,sempre come una piuma. E' vegliata però, per fortuna, dalla Fata dell'Adolescenza che la aiuta a superare prove importanti, donandole tre chicchi fatati (con i quali vince le tentazioni dell'illusione, che si presentano sotto forme diverse). La missione che affida alla fanciulla è di andare a cercare il reuccio delle Isole Fortunate, il quale poveretto soffre del problema opposto al suo. Lui è così pesante ma così pesante, da non potersi spostare: sprofonda ovunque, ad esempio nel pavimento della sala regale del Gran Consiglio, dove sta conficcato e impotente. I suoi parenti si disperano ma non sanno come aiutarlo. Un astrologo ha predetto che solo una stella venuta dal cielo lo salverà, e per questo dalle torri e dalle mura si scruta giorno e notte la volta celeste. Piumadoro giunge un meriggio attraverso l'aria celeste, accompagnata da un corteggio di cose leggere (soffioni, pieridi del biancospino, cetonie), simile a una cometa. Vedendo la testa del reuccio emergere dal pavimento le volerà accanto e sulla bocca poserà il fatidico bacio. Otto giorni più tardi verrà celebrato il matrimonio tra Piumadoro e Piombofino che, grazie a quel bacio, hanno ritrovato un normale rapporto con le leggi gravitazionali e con il mondo fisico: con il cielo, ma, soprattutto, con la terra. Piumadoro la fuggiva e Piombofino invece vi sprofondava come dentro le sabbie mobili rimanendovi imprigionato.
Piumadoro rappresenta bene la fanciulla che nell'età della pubertà preferisce vivere in una sfera ideale di sogni ariosi e sbrigliati, libera dal senso di realtà e felice a suo modo (la leggerezza la attira, tant'è che è Piumadoro stessa a chiedere di essere soffiata per vincere la noia delle pareti domestiche); felice abbastanza finché ha accanto il nonno che le permette da un lato di assaporare il piacere della sua leggerezza, dall'altro di non recidere completamente i legami (le quattro pietre e le pareti della casa) con la realtà fisica. Il nonno è sì un elemento maschile positivo, perché benevolo e protettivo, ma nella sostanza rimane infecondo e inaffidabile. Per limiti di età non può offrire un modello di adultità indispensabile a chi cresce accanto a un vecchio e a vecchiette o ad altre fanciulle (le coetanee) che la amano, ma non possono garantire alcuna guida inziatica. Piombofino invece è schiacciato da un peso che lo tira verso il basso, molto più doloroso da sopportare dell' inconsistenza di Piumadoro, anche perché espone al disprezzo e al ridicolo. Si tratta forse del senso della sua responsabilità di reuccio che non lo lascia libero di vivere spontaneamente i desideri dell'età, e lo inchioda ai doveri, riservandogli solamente i sogni dell'uomo "de panza", autoritario, fermo, senza poesia. E' vigilato da parenti che lo amano però non possono aiutarlo, per quanto ricchi e potenti: il problema va al di là delle loro capacità, perché loro stessi non sanno vedere oltre il trono, il castello, tutti simboli di magnificenza e di potere cui sono tenacemente attaccati. Nessuno di loro infatti lascia il castello per andare alla ricerca di una soluzione, tutti aspettano fermi (come paralizzati) che questa piova dal cielo. Una corte opprimente, quella del reuccio.
Il peso di Piombofino può rappresentare anche quello di chi non si sente "all'altezza". Il giovane ha l'età per essere chiamato "altezza" dai suoi sudditi, ma lui non si sente pronto ed è tormentato dal senso di inferiorità rispetto alle qualità che il suo ruolo sociale evoca. Per questo si intristisce e sprofonda, smascherando la "bassezza" avvertita di fronte al modello convenzionale e idealizzato di re. Soltanto se tornasse a sperare e a sognare cose diverse da quelle del suo ruolo sociale, avvertendosi desiderabile e amabile come persona fragile (nonostante il peso) e bisognosa, potrebbe recuperare il sentimento di una sua personale e più intima regalità.
Il mito che sottende la fiaba e la accompagna nel suo viaggio verso le "nozze celesti" è quello della opposizione tra Yin e Yang che deve riconoscersi come complementare e amare per trovare l'accordo di una nuova armonia.
L'opposizione è interna agli stessi personaggi. Piumadoro è leggera e bianca, eppure viene da stirpi scure di carbonai usi a guadagnarsi il pane frugando nella nera terra. Piombofino viene invece da un'ascendenza illustre di regnanti, ma sprofonda come il più ignobile e ottuso dei metalli: il piombo. Solamente chi lo ama può ricordare la sua finezza d'animo, il nobile oro di cui è fatto. Piumadoro, che pure non l'ha mai veduto prima, riconosce in lui lo splendore originario e la natura preziosa di chi merita il miracolo. Vede il principio di un governo augusto, capace di rigenerare il regno.
Lo strumento di guarigione è un bacio, simbolo di intimità, freschezza, fortuna. Ciò che serve per rigenerarsi, liberandosi dei propri fantasmi interiori e dei malefizi che vengono dall'esterno (perché c'è sempe qualcuno che più o meno consciamente brama la cattiva sorte altrui).
E' per salvare Piombofino e il regno intero che Piumadoro trova l'entusiasmo per tornare a terra, rinunciando a una condizione esaltante ma inautentica ed effimera, drogata da un senso di vertiginosa onnipotenza. Scende a terra per diventare regina e compagna di un re che ha conosciuto la noia del trono come lei ha conosciuto quella delle pareti di casa. Così potranno governare con saggezza, dando un'impronta davvero originale e non convenzionale al regno.
La fiaba ci dice anche che la guarigione degli squilibri scatenati dalle fasi di passaggio, spesso viene da correnti naturali (il vento) e insieme spirituali (la Fata). Le storie degli adolescenti il più delle volte si risolvono bene, anche in assenza di un intervento terapeutico. A parte, ovviamente, i casi più drammatici dai risvolti seriamente patologici.

La tentazione dell'altezza e della vertigine è forte durante l'adolescenza e può condurre su strade di grande sofferenza. Piumadoro, dicono spesso gli studenti di prima superiore davanti a questa fiaba che ancora sa incantarli, ricorda un po' una ragazza anoressica. Comincia a perdere peso a 14 anni, l'età in cui le anoressie più ostinate e difficili esplodono, ed è infastidita dai limiti fisici (le pareti, il soffitto), simbolo di rapporti familiari rigidi e stereotipati, che hanno smarrito l'impulso creativo. Piombofino, per contro, rammenta quei giovani obesi che si seppelliscono nella propria carne, diventando spesso oggetto di scherno da parte dei coetanei.

Aggiungo qui un pagina del mio libro "La danza della vita" (Lindau), dove racconto una possibile storia di anoressia.


Come un filo di acciaio - Storie di anoressia


Cecilia ha 15 anni, studentessa al primo anno di liceo. Fino a sei mesi fa era una ragazza molto graziosa. Alta, snella, occhi luminosi e lunghi capelli sciolti sulle spalle. Poi ha smesso di mangiare, perdendo la bellezza di 22 chili: da 50, per un metro e 70 di altezza, a 28. La pelle è giallastra, gli occhi spenti, le labbra smorte, i capelli inerti.
Poco prima che iniziasse questo brutto periodo, aveva scritto sul suo diario:

Sono cambiate troppe cose quest’anno insieme alla scuola. Finché ero una ragazza di terza media mi sembrava di contare qualcosa, e scommetto che contavo nel mio mondo. Adesso ho l’impressione di non contare più nulla. Di non essere nulla.
Ieri sono stata a una festa. I ragazzi e le ragazze si tenevano la mano. Però c’era qualcosa che non mi tornava. Qualcosa di stonato. Ma probabilmente sono io che stono, mi sento così diversa…
Ieri ad esempio ero in macchina con i miei. Prima di salirci, avevo strappato un fiore da un vaso e non so perché. L’ho buttato dal finestrino e intanto mi venivano in testa queste parole: «Ho lasciato cadere un fiore come un soldato con le braccia aperte, come la mia giovinezza caduta senza profumo». So che sono parole orribili per una di quindici anni, ma mi sono venute in testa da sole, non posso farci niente.
Al liceo le sezioni sono tante: si arriva fino alla G. Certi prof. hanno gli occhi che sembrano di vetro: ci puoi passare attraverso e loro neanche se ne accorgono.
La geometria è bella: mi piace risolvere problemi. L’algebra invece non ha neanche un briciolo del fascino che le attribuivo (mi piaceva il nome, e invece!).
Io faccio sempre qualche errore di calcolo, non sono mai stata brava con i calcoli.
E invece è tempo di imparare a contare. Devo pur trovare un modo per tenere sotto controllo questo schifo che mi sta accadendo. Ho cominciato con le calorie. Quante ne contiene una mela, un cracker, un bicchiere di latte?
Mi do dei consigli: resta magra, anzi, fatti più magra. È il solo modo di fermare il tempo. Perché prima era bello, prima era bello. È un pensiero che ritorna ossessivo. Prima era bello. Quando ero piccola. Magra. Anche adesso sono magra, ma domani potrei ingrassare (ho questa sensazione) e perdere il controllo.


L’anoressia è una lotta contro il tempo, e non per arrivare il più in fretta possibile, ma per tornare indietro, nuotando anche controcorrente, e mettere in salvo… Mettere in salvo che cosa? L’infanzia, con la sua magia, le fantasie di una perfezione estatica che ora s’infrangono una dopo l’altra contro il grigiore della realtà.
Cecilia, come ogni anoressica, è una sognatrice. A lungo è rimasta nell’angolo di una stanza a immaginare quello che sarebbe stato. Qualcuno, tra gli adulti, in famiglia, ha in passato approvato e benedetto questo immaginare un po’ fuori misura, che proprio per la sua inconsistenza sul piano di realtà lasciava intatto l’ordine familiare.
Cecilia è stata una brava bambina. Si è accontentata di poco: doveva accontentarsi di poco. La sua mamma risponde al tipo che nel linguaggio della terapia familiare si definisce imitativa. Recita la parte di madre con la minor dose di coinvolgimento affettivo possibile. È spesso fredda e distante, senza tenerezza, limitando il più possibile i suoi interventi al mero accudimento. Davanti agli entusiasmi della figlia reagisce con l’ironia e la squalifica. L’infanzia (degli altri) la infastidisce.
Non che la madre dell’anoressica risponda necessariamente a questo quadro. Può presentare caratteristiche anche opposte ed essere invadente, ciarliera e soffocante. Avvertendo confusamente che la sua funzione materna è debole e inautentica, può mettere in atto comportamenti intrusivi, poco rispettosi della dignità e dell’autonomia dei figli. L’invadenza, indagata a fondo, è una simulazione di affetto dietro la quale certe madri cercano di rivivere attraverso la figlia la propria giovinezza non (o mal) vissuta. Anche la madre intrusiva e sconfinante è in sostanza una madre imitativa, come quella di Cecilia. Anzi, le due diverse modalità connesse all’imitazione del ruolo (anaffettività e invadenza) possono anche coesistere. Madri intrusive e ficcanaso, incapaci di autentico trasporto affettivo, ci sono eccome.
Quella in cui si trova inserita la ragazza anoressica è una catena intessuta di femminile negativo, narcisismo ferito e infanzia frustrata. Ogni anello della catena è costituito da una madre immatura, troppo invischiata nei bisogni inappagati della sua infanzia per poter vivere con soddisfazione il materno.
Il padre è lontano, assente oppure minaccioso o, ancora, imprevedibile. Delega la cura dei parenti alle donne. Lui lavora il più possibile, fuggendo una tenerezza e un’intimità imbarazzanti.
Cecilia, nell’infanzia, ha dovuto compensare la carenza di attenzioni mediante un’immaginazione smisurata. Il che poi, nell’adolescenza, l’ha resa un po’ diversa. Sospettosa e selettiva nei confronti di una realtà che, assaggiata, è amara. Bisogna berla però, e berla tutta, come una medicina. Pare che solo bevendola si diventi grandi. Cecilia non ci sta. Si rivolta, ritorna nel suo sogno. Può farlo perché molto di lei è rimasto «selvatico». Non coltivato. E il selvatico è difficile da estirpare, resiste con la tenacia delle erbe di campo. Questa è la ragione per cui adesso le stanno tutti addosso. Tutti a dire che «deve uscire», anche chi in passato benediva il suo starsene in un cantuccio a leggere e sognare. Ma adesso il suo rimanere fuori dai piedi, senza dare fastidio, come se non esistesse, non è più funzionale al sistema.
Adesso l’angolo della stanza è diventato una torre altissima. La ragazza che ha smesso di mangiare guarda dall’alto e nulla di quanto accade quaggiù, nei livelli bassi, la può toccare. È «fuori dimensione», ma non ondeggia come pensava, non è leggera come una piuma. Perché fa freddo in vetta alla torre, ci soffia l’alito ghiacciato della morte.
Chi la potrà salvare questa ragazza cava, senza sostanza e senza carne, sottile e dura come un filo di acciaio? La sua protesta è radicale, assoluta, e dilaga, non conosce quartieri. Non è più contro il padre o la madre, come qualche psichiatra vorrebbe. Ma contro il tempo, l’Orco. Contro Dio. Contro tutti i distruttori dell’Eden.





giovedì 6 settembre 2012

Nascere dalla spuma del mare. Il mito di Afrodite ed Edith Piaf.


La grande dea che presiede alla generazione ed alla moltiplicazione delle specie, diffondendo ovunque il soffio del "Desiderio bello", come scrive Esiodo, illumina la scena del divino delle civiltà più antiche. I Greci la chiamano Afrodite, da aphròs, schiuma.
Intorno alla sua nascita il mito ha fornito diverse spiegazioni. Una in particolare è stata immortalata dalla poesia e dalla pittura e ci mostra Afrodite mentre esce nuda dalla spuma del mare, acqua resa fertile dallo sperma emesso dai genitali di Urano, che ha subito l'aggressione del figlio Crono, convinto dalla madre Gea ad evirarlo con un falcetto di diamante.
Si potrebbe pensare ad una partogenesi al maschile, ma nel mito l'elemento femminile è presente - benché privo di quei caratteri antropomorfici che i genitali di Urano conservano - nell'immagine dell'acqua, elemento duttile, pervasivo, inarrestabile. Ovunque, infatti, è diffusa la capacità del femminile di accogliere la forza generativa del seme, come ovunque il seme maschile viaggia e feconda. Il mito della nascita di Afrodite si presta a molte possibili interpretazioni, più o meno profonde, ma per prima cosa ci rammenta la forza vitale esplosiva e incontenibile da cui si genera e si rigenera il mondo.E' la forza che fa nascere l'albero di fico dalla crepa di un vecchio muro - vecchio come Urano costretto a cedere il trono al figlio Crono.
Afrodite, divinità da cui viene il desiderio erotico, è l'estremo frutto di un re fecondatore che la regina ormai respinge (a ragione, visto che le sottrae i figli per nasconderli nelle viscere della terra - nel Tartaro - cioè di Gea: una sorta di aborto imposto con violenza. I figli nel grembo sono frutto benedetto da portare alla luce, ma ricacciati nel fondo oscuro delle visceri divengono rifiuti da espellere, cose "sporche" e di troppo ). I genitali di Urano ritrovano la loro forza generativa nel momento in cui vengono liberati dall'egoismo di un io cosciente maschile abbarbicato al potere e perciò non più prodigo, non più augusto ("che fa crescere"), non più generatore di vita e perciò abortifero.
La spuma del mare appare leggera e luminosa come un fiore, odorosa di salsedine, invitante. Un simbolo elementare e perfetto di seduzione. Afrodite, figlia della sovrabbondanza (nata dalle gocce di sperma dei genitali di Urano caduti nel mare), dispensa bellezza e desiderio attraverso cui da sempre si propaga all'infinito la vita e si perpetuano le specie.
Ogni creatura, in fondo, scaturisce da quella spuma soffice e benigna. Ogni creatura è, come la Venere del Botticelli, accolta e baciata dalle acque fin dalla nascita, a prescindere dalla volontà e dai progetti degli esseri umani. La carne del mondo ama la creatura fin da subito. Agli uomini, come sempre, spetta poi farsi portavoce della volontà ancora addormentata nella carne che generosamente segue l'impulso insito nella generazione ma nulla sa con coscienza. Fin dall'origine si profila il compito dell'uomo, che è di dare i nomi alle cose, cioè di portare in superficie, alla luce della coscienza, quello che è già scritto nell'essere attraverso caratteri preziosi e inconsci, i quali per essere colti richiedono vista e sensi acuti, liberi da pregiudizi e convenzioni. Molte filosofie hanno intuito questa particolare posizione dell'uomo rispetto al creato, che la barbarie in cui è caduto il pensiero ai giorni nostri nega, e mentre libera l'uomo dalla sua parentela con lo spirito dei segni profondi, lo consegna alla condizione di mera bestiola intelligente altamente adattabile.
La generosità che poeticamente presiede l'origine (ogni origine) viene ignorata e questa ignoranza alimenta noia, accidia, mancanza del senso di responsabilità che ogni uomo ha davanti alla realtà. L'idea dell'esistenza come di un essere-gettato.
Non c'è abbastanza seme, non c'è abbastanza acqua nelle coscienze. La vita continua a generare, ma in quelle zone dell'esistenza che la coscienza non raggiunge.
Le persone eccezionali sono persone generose: sono grandi perchè fanno essere grandi, trasmettendo il senso di meraviglia, maestosità e splendore che è nelle cose. La vita trova nel loro cuore il grembo di gestazione in cui tornare a nascere. Chi ha cancellato dentro di sé l'impulso a generare (da interpretare nel senso ovviamente più ampio possibile) si condanna alla meschinità.
Una possibile figura dei nostri giorni capace di incarnare in modo personale, sincero e appassionato l'archetipo di Afrodite è stata la cantante francese Edith Piaf. Ha avuto un'esistenza terribilmente complicata fin dall'inizio: partorita sulla strada dalla madre assistita da un poliziotto, ha vissuto un'infanzia disordinata e probabilmente senza tenerezza. Affamata di attenzioni ha sofferto la perdita di quello che è stato probabilmente il grande amore della sua vita, morto in un incidente aereo, come anni prima era morta di meningite la bambina avuta a soli 17 anni. Eppure di amore continuava a cantare, scrivendo talvolta lei stessa i testi struggenti delle sue canzoni, continuando ad innamorarsi e a fare innamorare.
Di Edith Piaf ricordo l'ultima uscita sulla scena, del 1963. L'artista, che per venticinque anni aveva catturato l'anima di milioni di ascoltatori, appare devastata dalla malattia, il colorito spento, le spalle curve e la capigliatura rada. Il pubblico la osserva attonito e avvilito. Ma la musica parte, si alza la sua voce, ed è ancora splendida, perfino più viva ed espressiva che in passato. La donna ha il fegato devastato dai farmaci, sta per morire. Eppure canta spalancando la gola in quel suo corpo da uccellino. Canta "Je ne regrette rien/ ni le bien qu'on m'a fait, ni le mal/ tout ça m'est bien egal.../C'est payé, balayé, oublié/ je me fous du passé....je repars a zéro...Je regrette rien/ car ma vie/car mes joies/aujourd'hui/ça commence avec toi...". Non rimpiange nulla, del passato ha dimenticato tutto, bene e male, che ai cuori liberi dal risentimento non appaiono infine poi così diversi. E' pronta a ricominciare da zero e in compagnia di un tu, che un tempo doveva essere un amore, con un nome e un volto, ma adesso...adesso può essere solo "l'amore". Un'anima generosa è sempre rivolta verso un tu ed è sempre innamorata. Sempre sul punto di generarsi di nuovo, accettando l'avventura di una nuova nascita.
Edith Piaf è stata la voce di Afrodite, di cui ha incarnato in profondità tutti gli aspetti. Afrodite degli amanti, madre della giovinezza e dell'erba verde (verde è il colore di Afrodite) che le nasce sotto i piedi. Afrodite gloriosa e regina di Cipro, "dalla corona d'oro" (Inni omerici, Ad Afrodite). Infine Afrodite Urania, dea della pietà celeste. Ci pensò forse l'astronoma sovietica Ljudmila Georgjevna Karachina che nel 1982, scoprendo un pianeta, classificato con il numero 3772, decise di denominarlo Edith Piaf.

Edith Piaf, Je ne regrette rien


mercoledì 8 agosto 2012

Prima del principio


All'inizio, per primo, fu il Caos
Esiodo, Teogonia

Caos. L'illimitato senza sagoma, impensabile, magmatico, da cui si doveva sollevare qualcosa, - la larva di un'identità - perché la Vita, bella, multiforme e stellata avesse luogo e si chiamasse Kòsmos. Mondo ordinato. Lindo, squillante, perfetto come il fiore di cicoria nato ai bordi di una strada polverosa. Simmetria ancora nuda.

Caos e Caso sono l'uno l'anagramma dell'altro. Se il primo regna, il secondo è legge.
Sono Caos e Caso, questa coppia oscura, a precedere la vita?
Questa è la domanda che tormenta ogni bambino, quando è ancora sul bordo dell'origine, incerto tra l'essere e il non essere. Mezzo nell'essere e mezzo... dove? L'abisso, il nulla, il vortice... cos'è che precede?

Un bambino, anche quando è della misura di una lenticchia d'acqua, non può pensare a ciò che lo precede come a un abisso. Non può pensare il senza forma e senza legge. Un bambino, anche quando è ancora un cerchiolino, non può chiamare madre il Caos e non può chiamare padre il Caso. Perché se fossero loro a fargli da madre e da padre, allora il bambino sarebbe lo sputo di un che d' incomprensibile, buono solo a cadere.

Il bambino però non è uno sputo. Uno sputo non prova niente davanti a un fiore di cicoria e non si chiede cosa c'è prima del fiore. Che cosa gli fa da padre e da madre.
Uno sputo può solo cadere. Non riesce ad essere che è già stato. Uno sputo si ferma sempre prima della soglia dell'essere.
Il bambino invece "è" ed è "qui, adesso". Il suo presente è il suo impeto. Il traboccare capace di spingerlo alla luce. Così il cerchiolino si copre di gemme.
"Essere qui è splendido". Troppo, pensa il bambino, perché sua madre sia il Caos. Troppo, perché suo padre sia il Caso.

Anche Esiodo, in fondo (e forse senza saperlo, perfino senza volerlo), sentiva così. E perciò scrisse che, se all'inizio fu il Caos, "in seguito, quindi" vennero "la Terra dal largo petto, dimora sicura per tutti gli immortali, che abitano le cime del nevoso Olimpo, e il Tartaro Tenebroso nei recessi della Terra dalle larghe vie; quindi venne Eros, il più bello fra gli dei immortali, colui che scioglie le membra" (Teogonia, vv. 116-122).
Il bambino non riesce a capire quel "quindi", però. Si domanda in che modo vennero la Terra e l'Olimpo, il Tartaro ed Eros. Chi fece loro da madre e da padre? Quale misteriosa architettura si stese tra il Caos e la Terra - abisso il primo, giardino delle forme l'altra- rendendoli inspiegabilmente compagni?
Il bambino si agita e inquieta, ponendosi domande per cui non ha risposta (non c'è risposta, ma il bambino è ancora troppo piccolo - un cerchiolino!- per sospettarlo). Così, per calmarsi, si racconta una storia. La solita.
All'inizio, per primo, fu il Caos, in seguito, quindi, vennero la Terra dal largo petto... e il Tartaro tenebroso...e poi l'Olimpo scintillante di neve. E quindi Eros, il più bello fra gli immortali, colui che scioglie le membra, e sognandosi figlio suscita la schiuma da cui nasce Afrodite.
Nella schiuma il bambino riconosce- o crede di riconoscere- il soffice chiarore della madre di ogni madre, la corona di giunco del padre di ogni padre. Appagato, si ravvolge nel suo cerchio e si addormenta. Se sogna, le sue gemme si gonfiano, diventano testa, piedi, mani, braccia, gambe, cuore, reni...
Il bambino non è più un cerchiolino, dorme e sogna come il ramo di melo nelle ultime brine di marzo. (E che nessuno lo svegli).



giovedì 2 agosto 2012

La Grande Muraglia e la pelle di don Abbondio


Narra Jorge Luis Borges nel racconto intitolato La muraglia e i libri (apre la raccolta "Altre inquisizioni", edito da Feltrinelli) di "quel Primo imperatore Shih Huang Ti", (vissuto ai tempi delle nostre guerre puniche) il quale, ordinata la costruzione della Grande Muraglia cinese, "dispose anche che venissero dati alle fiamme tutti i libri scritti prima di lui" e condannò centinaia di intellettuali ad essere seppelliti vivi. Lo stesso imperatore ordinò che mai a corte si parlasse di morte e "si gloriò, in iscrizioni che sono rimaste, del fatto che tutte le cose, sotto il suo impero, avessero il nome che loro si addice".
Bruciare i libri, in cui si deposita il passato e la Tradizione che per sua natura misura e giudica; costruire una lunga muraglia che isola e chiude all'interno di confini conosciuti, negando valore a tutto ciò che non è noto (al lontano e al futuro); infine pretendere di aver concluso l'avventura del linguaggio identificando l'essenza delle cose nei nomi assegnati dall'uomo, sono operazioni che vanno tutte nella stessa direzione e mirano a congelare la vita nell'inerzia di un contingente senza aperture e senza fioritura, un presente che, pretendendosi perfetto, respinge il seme della nascita. Ciò che non nasce, infatti, non muore.
Di Shih Huang Ti si racconta che fu ossessionato dall'idea della propria mortalità, al punto da inviare diversi uomini scelti in un luogo misterioso della tradizione taoista in cui si diceva vivessero creature immortali. Quegli uomini scelti però non trovarono traccia di simili creature e perciò non tornarono dal loro imperatore, che a sentire una simile notizia si sarebbe di certo infuriato vendicandosi su di loro. Preferirono fuggire lontano, in Giappone, lasciando il loro signore in preda a dubbi angosciosi e sospetti sull'esito della spedizione..
Le mura dell'imperatore ossessionato dalla morte, e noto anche per l'esercito di terracotta di cui fu il committente, sono in grande scala l'equivalente della "pelle" di don Abbondio. Un involucro isolante destinato alla perpetuazione del sistema.
Posto di fronte all'imprevisto e a quel minimo di rischio che ogni esistenza porta con sé, il curato di Manzoni si appella sempre ai sacrosanti diritti della sua pelle, sopra la quale, in termini di dignità ed importanza, non riesce a intravedere nulla - "egli (Renzo) pensa alla morosa, ma io penso alla pelle, il più interessato sono io": La pelle, per un individuo che non conosce carezze, è l'equivalente di un guscio che non solo ripara, cosa buona in sé, ma soprattutto separa. Ritaglia la propria figura dalla corrente della vita, per farla durare il più possibile. Per don Abbondio "vita" e "pelle" sono sinonimi e conservano entrambi un significato ristretto e mortificante: la pelle è la vita che si porta a casa scampando il pericolo. Il godimento meschino della pura sopravvivenza.
Shih Huang Ti sostenne che l'essenza delle cose grazie a lui fosse per sempre correttamente nominata. La scia che questa affermazione si porta dietro è quella di un desolato silenzio - la fine di ogni recherche. Il silenzio che assorbe e annulla ogni slancio e ogni desiderio del nuovo. Il silenzio che zittisce la critica, il libero pensiero, e fa pendant con la viltà e l'ingiustizia. Per giustificare la fine di una storia d'amore o d'amicizia, spesso concludiamo che "non avevamo più niente da dirci". C'è infatti un silenzio non buono, fatto di assenza di significato da regalare e da accogliere. Un silenzio sabbioso come il deserto da cui è meglio fuggire.
Don Abbondio lotta malamente, da pover'uomo - pieno per fortuna di contraddizioni e debolezze- contro la parola e contro quella verità che nella parola si fa strada. Invano implora intorno a sé l'omertà protettiva del silenzio: "Giunto sulla soglia, si voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca, disse, con tono lento e solenne: - per amore del cielo! - e disparve". Si è confidato con la serva, e la serva per tradizione non sa tenere segreti. Senza la serva i Promessi Sposi d'altra parte non avrebbero storia, soprattutto non sarebbero un romanzo ma una tragedia. Renzo non verrebbe a conoscere il reale motivo della mancata celebrazione del suo matrimonio e i bravi inviati da don Rodrigo riuscirebbero a rapire Lucia in quella notte che viene ricordata come notte degli imbrogli.
Ci vuole un po' di umorismo (di commedia) per comprendere che non tutti i segreti sono fatti per essere taciuti. Che alcuni segreti sono figli non della rivelazione ma della menzogna e non meritano rispetto.
L'imperatore Shih Huang Ti questo però non poteva capirlo. La sua nascita aristocratica lo spingeva immancabilmente verso la tragedia, annoverandolo fra i suoi personaggi. E come ogni eroe tragico morì combattendo inutilmente il Fato, tradito dalla sua stessa ansia di immortalità. Per allungargli il più possibile la vita, si narra, gli veniva somministrato un medicamento a base di mercurio (sostanza che nelle pratiche di un certo taoismo, sotto forma di cinabro, genera immortalità). E il mercurio lo uccise.



mercoledì 20 giugno 2012

La danza della vita



Nel corso dell’ultimo secolo arte e letteratura si sono spesso piegate a rappresentazioni degradanti della realtà umana e della vita, nella convinzione che un’immagine disincantata della realtà contribuisse al progresso delle coscienze. Bisognava perciò in primo luogo dissipare le illusioni che rivestono di veli ricamati ciò che per sua natura è brutto, deforme, squallido. E la vita stessa che ne risultava (nella luce sinistra di questo opaco minimalismo) era appunto brutta, deforme, squallida.
A me le fiabe – e tutte le fantastiche narrazioni del folclore – hanno detto proprio il contrario, e con questo lavoro spero di averlo fatto capire.
Con occhi non pregiudizialmente dubbiosi, ho guardato alle forme che il femminile ha assunto all’interno della produzione delle antiche fiabe. Personaggi, ambienti e situazioni si sono offerti come simboli “puri” di tante esistenze reali, e delle difficili prove con cui i singoli sono costretti a confrontarsi, insegnando loro anche i modi e le strategie da utilizzare per poterle superare. La positività dell’archetipo femminile nelle fiabe spesso si misura dalla capacità di individuare nel trascorrere del tempo le spinte concrete alla realizzazione personale, sacrificando le parti di sé involute e infantili.
Ovviamente il femminile non va identificato tout court con la donna né il maschile con il maschio. Le fiabe parlano per archetipi e guai a chi pensa o cerca nella propria di vita di immedesimarsi con l’archetipo: sindromi di Biancaneve, Cenerentola o Peter Pan non ci danno certo esempi di personalità compiute, ma piuttosto penose caricature di umanità.
Per questa ragione sbaglia anche chi pensa di manipolare il linguaggio arcaico e il simbolismo delle fiabe estraendone la sceneggiatura del proprio universo piccolo-borghese, interpretando ad esempio le nozze finali come una manifestazione del convenzionale rapporto tra i sessi.
Nella fiaba le nozze celebrano simbolicamente la riconciliazione degli opposti: maschile e femminile: “lo sposo e la sposa non fanno che scambiarsi, per così dire, ricolme coppe d’oro e d’argento e sono un tutt’ uno in un mistico abbraccio” (1). Chi ha imparato a sposare dentro di sé il maschile e il femminile, elementi costitutivi di ogni personalità, sarà certo più umile, armonioso, creativo e capace. Le sue parole non cercheranno di seminare disprezzo o discordia. La verità di cui si farà portatore non sarà nè risentita né arida. Le sue orecchie sapranno ascoltare. Le sue mani guarire.

NOTE

(1) William Butler Yeats, prefazione all’opera di Lady Augusta Gregory, Dei e guerrieri, Studio Tesi, 1986 (pag. XXIII)

(Il testo è tratto da: Roberta Borsani, La danza della vita. Comprendere il femminile attraverso le fiabe, Lindau, Torino 2012)

domenica 17 giugno 2012

Il fascino di Medusa


CANTO SERALE
di Georg Trakl
La sera, se andiamo per oscure vie,
smorte ci incontrano le nostre ombre.
Ora chi ha sete
beva le bianche acque dello stagno,
dolci i lamenti della nostra infanzia.
Morti in riposo sotto il folto sambuco
guardiamo grigi gabbiani.
Nubi primaverili coprono la città buia
che tace i tempi di monaci eletti.
Quando io presi la tua mano esile
battesti piano gli occhi rotondi:
ora è perduto.
Ma se una buia armonia penetra l’anima
appari tu bianca ai paesi autunnali del cuore.

(Traduzione di Giaime Pintor)


Una mortale bellezza abita questi versi. Un fascino paralizzante cui non possiamo sottrarci: il fascino di Medusa. La dea dalla chioma serpentiforme in cui il Medioevo volle leggere l'allegoria del rimorso. Infatti Dante fa innalzare teste di Medusa ai diavoli posti a guardia delle città di Dite (il cuore dell'Inferno). Vogliono arrestare il suo viaggio fatale (che ricondurrà i vivi sulla retta via) e non trovano nulla di meglio che pietrificarlo con il rimorso: quello che non induce al pentimento, ma al contrario irretisce nella tela dei sensi di colpa senza soluzione, intossicando e uccidendo.
Fino a cinquant'anni fa la gente affollava i confessionali spinta dal desiderio di essere perdonata, sciogliendo il ghiaccio del rimorso nella malinconica dolcezza del perdono. Per la stessa ragione (non la sola ovviamente) negli ultimi cinquant'anni ha invece assiduamente frequentato lo studio degli analisti. Con una differenza: l'assoluzione del confessionale lasciava aperto lo spazio alla consapevolezza del proprio male. L'assoluzione che promette la psicanalisi (troppo coinvolta nel determinismo causa-effetto delle scienze fisiche) richiede spesso il ricononoscimento di uno statuto vittimario che sollevi il soggetto da ogni colpa, collimando in un'assoluzione che è in sostanza una giustificazione. Un processo giustificativo che non soddisfa l'interiorità dello stesso soggetto e presto o tardi lo espone nuovamente alla cattiva coscienza e al rimorso.
In realtà sarebbe meglio riconoscere che siamo tutti della stessa specie cui appartiene Erode - insieme a Francesco d' Assisi, Zarathustra, e Teresa di Calcutta ovviamente. Il male ci tocca e noi non possiamo non toccarlo, più o meno da vicino. Vero è che (e qui ha ragione la psicanalisi) non è possibile misurare con esattezza il male morale e stabilire con la certezza di un giudice la reponsabilità spirituale del reo. Lo spirito rifugge sdegnato i nostri sistemi di misurazione.

Di Trakl si scrive che si macchiò dell'infrazione del tabù fondamentale su cui si regge l'umana civiltà: la proibizione dell'incesto. Qualcosa di terribile accadde tra lui e la sorella Grete ("Non fiorì quella notte alcuna stella,/e nessuno, nessun per noi pregò./Solo, nel buio, un demone ghignò. Maledetti voi tutti! E il fatto avvenne"). Alcuni anni più tardi Trakl morì di overdose di cocaina (poco dopo aver tentato il suicidio). Grete, perso il bambino che aspettava dal marito, si sparò. Il tragico epilogo aleggiava da sempre come un'oscura premonizione sui versi del poeta. Versi che evocano (anche se più corretto sarebbe forse dire materializzano, perché il termine evocare ha una trasparenza che manca nelle atmosfere allucinate di Trakl) un mondo di cose sottratte al logos. Cose che posano chiuse e indecifrabili, eternamente identiche a se stesse. In attesa. In attesa di un evento terribile che è già accaduto e sempre si ripete.
Questo del poeta austriaco è il mondo di Medusa. Il mondo cosificato in cui i diavoli speravano di mutare il mutevole e vivo peregrinare di Dante (che mai non posa, ma va, scorre) cui Virgilio intimò di non guardare: "Volgiti indietro, e tien lo viso chiuso:/ che se il Gorgon si mostra, e tu il vedessi,/ nulla sarebbe del tornar mai suso".
Nessuno può infatti guardare nell'occhio di Medusa senza cedere alla sua malia. Che è fatta non di pentimento ma di rimorso: senso di colpa non finalizzato, autolesionistico (un mordere se stessi): frutto del narcissimo ferito di chi non accetta e si rimprovera la propria imperfezione - "possibile che io, proprio io...". E' un sentimento disperato dal quale si può fuggire solo facendosi "cosa". Senza storia, senza libertà e perciò senza responsabilità. Ecco perché il rimorso, se non sublimato dall'umiltà del pentimento, può condurre al suicidio.
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La frantumazione del soggetto operata dal pensiero contemporaneo rappresenta, da questo punto di vista, una comoda ma vana fuga dalle responsabilità della storia personale. Liberarsi della propria storia, negando la possibilità stessa di un io narrante, è al servizio dell'irreponsabilità e di un sentimento di innocenza (di cui si nutre poi ogni forma di vittimismo) che è falso.
Qualche tempo fa mi capitò di leggere un articolo in cui si raccontava la storia di un' adolescente, che, consumato (brutta espressione ma in questo caso appropriata)un rapporto sessuale con un coetaneo incontrato a una festa, si mise all'affannosa ricerca di un ospedale in cui le venisse rilasciata la ricetta della pillola del giorno dopo. Ciò che mi stupì nell'articolo fu che, di fronte alle difficoltà che la ragazza incontrò peregrinando sola da un ospedale all'altro in cerca di un medico non obiettore (non si capisce perché ma i medici possono obiettare anche su questa pillola che in verità non è abortiva), l'autore non esitò a definire la ragazza come una povera "innocente". Un aggettivo che mi sembrò davvero inappropriato. Inesperta certo sì (e perciò non consapevole delle difficoltà che in certe regioni d'Italia può incontrare una donna che voglia assumere la pillola del giorno dopo), ma innocente... Leggere e scrivere la sua storia come una storia di innocenza violata è fuorviante e più al servizio dell'ideologia che della verità (ma chi non crede al soggetto di solito non crede neppure alla verità).

Se noi riconosciamo la possibilità che vi sia invece un soggetto narrante afffidabile che racconta la sua storia (ma che non si esaurisce mai completamente nella storia), e intendiamo al contempo la sua storia come mai conchiusa ma dialetticamente aperta all'evento-avvento (il nuovo, la nascita), ecco che questa stessa storia diventa in potenza una storia di salvezza, versando acqua rigenerativa (quanto di più contrario alla pietra di Medusa) nella zolla del già-stato. La figura del pellegrino è un'allegoria perfetta : c'è la dinamicità di un andare finalizzato (speranzoso di un fine che va oltre le cose - non reificabile) da un lato, e c'è la bisaccia del pellegrino che si porta dietro la memoria della sua finitezza (e del suo male), dall'altro. Infatti Virgilio consiglia a Dante di guardare indietro (che è come rivolgersi al passato) per non guardare Medusa: invita cioè a filtrare e proteggere la propria memoria (conoscenza di ciò che sta dietro) attraverso un guardare umano, guidato da un maestro che rappresenta e preserva la tradizione (Virgilio stesso ad esempio), per non affidarsi all'occhio spietato di una presunta oggettività accecante. Dante infatto deve non solo volgersi indietro, ma deve anche nascondere la sua vista ("tien lo viso chiuso"), sottrendola ad una perlustrazione predatoria e assassina.
La letteratura ci ha lasciato splendidi quadri di esistenze redente ( e non raggelate) dalla memoria del male commesso: Jean Valjean, ad esempio, ma anche il manzoniano frate Cristoforo (meno riuscito, l'Innominato). Gente che non ha guardato in faccia a Medusa (come invece Anna Karenina o Madame Bovary: perché, se il vittimismo va bandito, resta il fatto che i condizionamenti sociali e la disponibilità della comunità al perdono hanno una grande importanza. Si sa che alle donne si è perdonato molto meno che all'uomo, soprattutto a proposito della morale sessuale).
Se poi si debba e sia davvero risolutivo tagliare la testa di Medusa, questa è un'altra questione. La perentorietà violenta dell'atto di Perseo (eroe solare) è tipica del logos occidentale che si illude di poter cancellare la dimensione delle ombre (con cui confinano il mito, la tradizione e in sostanza ogni narrazione) con la semplicità della negazione: zac, un colpo di lama e Medusa non esiste più.
Illusione. La chioma anguiforme di Medusa è lì a ricordarci un potere oscuro e incessantemente rigenerativo, più ostinato e caparbio di qualsiasi lama. Quello delle cose che strisciano. Disseccata la pelle, la sostanza vive.
Infatti la testa di Medusa, ancorchè staccata dal corpo, continuò per un pezzo a pietrificare con lo sguardo (e del suo malefico potere Perseo non esitò a servirsi pietrificando o ricattando i nemici: come a dire, chi conosce i rimorsi del prossimo, l'ha in pugno). Alla fine la testa fu donata ad Atena, dea dell'intelligenza femminile, della giustizia e della tessitura. Colei che donò a Perseo lo specchio, attraverso il quale fissare Medusa senza essere mutato in sasso. Di questo però parleremo un'altra volta.

lunedì 21 maggio 2012

Storie di donne


Due storie al femminile apparentemente lontane, per certi versi opposte.
C'è quella di Angela, donna non più giovane immigrata da una regione del sud. Proviene da un ambiente chiuso e retrogrado, in cui è il bisogno economico a far da padrone. Il matrimonio con un uomo decisamente grezzo è stato combinato dalla famiglia. Ne sono nati due figli, di cui il secondo è malato psichico, il primo ha, per ora, alcune fragilità. Lei rimane incinta per la terza volta: vorrebbe abortire, ma viene convinta da alcuni antiabortisti a non farlo. Il terzo figlio nasce e, ahimè, è disabile psichico, mentre le condizioni mentali del più grande peggiorano. Angela si ritrova a far da madre a tre ragazzi disabili psichici, più o meno gravi. Uno socialmente pericoloso, in trattamento sanitario obbligatorio. Il marito muore lasciandola vedova. Chi le aveva consigliato di mettere al mondo il terzo figlio si è intanto defilato per benino. Forse è troppo impegnato a combattere la sua battaglia contro l'aborto, non ha tempo per lei che il figlio infine l'ha messo al mondo uniformandosi ai dettami celesti. Nessun frutto dell'atto creativo deve andare sprecato.
Romina è invece di famiglia colta e benestante. Eppure ha tribulato parecchio nell'infanzia, con una diagnosi poco chiara di tratti (forse) autistici. Scolasticamente non ha avuto problemi, ha frequentato un liceo linguistico privato con successo, pervendendo a un'apparente normalità sul piano delle prestazioni, sebbene le sue relazioni sociali siano sempre assai difficoltose. Romina è umorale, alterna slanci di eccessiva fiducia nei confronti degli altri, esponendosi troppo personalmente, a sentimenti di persecuzione. Un giorno fa proclami razzisti, un altro si mostra in compagnia di immigrati africani, sudamericani, asiatici, di cui non sa nulla. Resta incinta di uno studente straniero di passaggio, ospitato nell'appartamento che i suoi, per togliersela dai piedi, le hanno affittato in una città universitaria. La famiglia si trova davanti al fatto piuttosto tardi e subito la costringe al ricovero in una clinica: vuole farla abortire. Romina grida per giorni e giorni che lei quel figlio lo desidera con tutta se stessa. Grida talmente forte da sembrare davvero pazza . Gli psicofarmaci la rendono a poco a poco più arrendevole. "Ragionevole", come la vogliono i parenti, secondo i quali la ragazza è troppo instabile per potersi permettere un figlio, e, considerando la sua storia, chi potrebbe dire di no?
Dopo l'aborto, Romina cerca di dimenticare riprendendosi la vita di tutti i giorni, provando perfino a costruirsi un'esistenza da integrata - impiegata in un'agenzia di viaggi - ma non ce la fa. I "tratti autistici" riaffiorano più potenti di prima. Diventa paziente fissa del reparto psichiatrico della sua città.

Due storie di violenza, che però difficilmente troverete raccontate insieme. Appartengono, potenzialmente, a due bandiere diverse.
Quella di Angela non la racconteranno mai i soldati di Cristo, con le lugubri croci che si portano in giro sulla spalla come scuri. Quella di Romina, invece, non verrà mai raccontata dalle femministe che, identificando in maniera quasi esclusiva la libertà femminile nella assoluta disposizione del proprio corpo e nella facoltà di abortire, non hanno aspetti meno funerei dei loro nemici. Facendo del corpo lo strumento principale di rivendicazione, le femministe non riescono a liberare la donna dalla identificazione donna-corpo, donna-piacere, donna-strumento di riproduzione, che è stata all'origine del suo asservimento.

In ogni caso, le due storie di Angela e Romina hanno anche questo in comune: sono storie di donne che nessuno ha saputo ascoltare, storie che nessuna legge sull'aborto può risolvere - Perché quasi mai una storia è una storia di aborto imposto o negato e basta. Leggendole, ciò di cui si sente la mancanza è un tessuto sociale e legami comunitari accoglienti capaci sia di aiutare le donne a interpretare in modo consapevole i loro desideri profondi, nel rispetto della particolare delicatezza di ogni situazione, sia di sostenerle fino in fondo, giorno dopo giorno, nella scelta - qualsiasi scelta, purché matura e cosciente.

mercoledì 9 maggio 2012

SALVATE IL SOLDATO RIGONI STERN di Girolamo De Michele


Questo testo esce in contemporanea su Carmilla e altri blog accomunati dalla difesa della scuola.


Lo scorso maggio gli studenti del secondo anno di istruzione superiore (licei e istituti tecnici e professionali) sono stati sottoposti alle prove dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di istruzione e di formazione (INVALSI). Lo scopo di queste prove di “valutazione esterna” in italiano è di “accertare la capacità di comprensione del testo e le conoscenze di base della lingua italiana” (vedremo dopo le finalità più generali dell’INVALSI). Per verificare queste capacità e conoscenze è stato chiesto agli studenti di leggere dei testi e rispondere a un certo numero di “domande a risposta chiusa” [1]. Uno dei testi era il racconto di Mario Rigoni Stern “Sulle nevi di gennaio”, compreso all’interno della raccolta Aspettando l’alba e altri racconti (Einaudi, Torino 2004, in appendice). Il racconto, originariamente pubblicato su “La Stampa” del 19 gennaio 1994 col titolo “Sul Don, quel lontano inverno”, fa parte del “Ciclo del Don”: e infatti nel Meridiano Rigoni Stern è inserito, dopo i romanzi, tra i racconti della seconda guerra mondiale (alle pp. 859-863].
In questo testo il Narratore racconta, con lo stile che gli è abituale, le ultime ore di un soldato ferito durante la ritirata di Russia. Al termine della breve narrazione apprendiamo che le scene di un amore alla vigilia della partenza per la guerra che intercalano lo svolgersi degli eventi (il soldato, ferito, viene raccolto da un commilitone che sta conducendo una slitta) erano il delirio che precede la morte del soldato. E scopriamo che l’alpino che lo ha caricato sulla slitta era, forse, quello stesso contadino che lo trasportò sulla propria slitta, assieme alla sua morosa, in quella notte serena che il morente rammemorava mentre moriva. A suo modo, nella sua brevità, il racconto può considerarsi esemplare della produzione di Mario Rigoni Stern, e nella sua capacità di condensare molti dei temi trattati nelle più distese narrazioni romanzesche costituisce una significativa prova di raggiunta maturità e perfezione del narratore di Asiago: uno di quei salici nani cui Rigoni Stern paragonava, a fronte dei grandi alberi della letteratura, se stesso [2].
Rigoni Stern, forse per essere un salice nano nella foresta della letteratura, è un autore che non sempre si riesce ad affrontare a scuola: c’era quindi da rallegrarsi del fatto che, dovendo fare un test di misurazione, gli studenti avessero occasione di incontrarlo. Ma l’allegria ha ceduto il posto ad altri sentimenti, una volta esaminate le domande preparate dagli esaminatori, e le risposte indicate come “esatte”.
La seconda domanda, che ha per scopo “Riconoscere e comprendere il significato letterale e figurato di parole ed espressioni; riconoscere le relazioni tra parole”, chiede agli studenti di indicare il significato dell’espressione “soldati sbandati” all’interno del passo «il conducente bestemmiò e si guardò attorno: una moltitudine di soldati sbandati, di muli, di slitte era ferma su un grande spazio bianco. Erano tutti in attesa che lì, dove si sentiva sparare, si riprendesse a camminare». La risposta “esatta” era: “Sono in ritirata e non sanno dove andare”. In realtà l’uso del termine “sbandati” è, in questo testo, quello del lessico militare: «Isolato, disperso, non più in contatto con gli altri componenti del proprio reparto» (vocabolario Treccani); nessuna delle scelte possibili contemplava questa opzione. Non è questione di poco conto: quella di Rigoni Stern è un’anabasi (senza epica), e in un’anabasi si sa sempre dove andare – verso casa. Se i soldati in questo frangente sono fermi è perché là dove devono passare c’è battaglia, non perché hanno perso la direzione o la guida. I soldati in ritirata sapevano dove andare, benché sbandati, ossia non più irregimentati nei reparti di appartenenza, perché guidati da altri, magari giovani sottufficiali come lo stesso Rigoni Stern.
Dietro questa parola – anzi: dietro al sintagma “moltitudine di soldati sbandati” c’è dunque un profondo messaggio etico: la guerra non ha spezzato il legame di umanità che, più profondo delle appartenenze politiche o militari, accomuna gli uomini, e grazie al quale i soldati sono tornati a casa. Solo estrapolando il racconto dal suo contesto – il ciclo del Don, all’interno della più generale narrativa di Rigoni Stern – è possibile un simile fraintendimento. Ma Rigoni Stern non ha scritto per i test di misurazione e valutazione esterna.
La terza domanda (“Ricostruire il significato di una parte più o meno estesa del testo, integrando più informazioni e concetti, anche formulando inferenze complesse”) chiede allo studente “Quale frase riassume meglio la prima parte del racconto”. Incredibile a dirsi, la risposta “esatta” non è la C (“Il conducente di una slitta non esita a gettare via il carico per far posto a un ufficiale ferito”), ma “Un ufficiale gravemente ferito riesce a stento a farsi trasportare su una slitta”. Questa risposta è errata sia dal punto di vista letterale – l’ufficiale ferito, che non ha la forza di parlare, non chiede di essere soccorso, si limita a mormorare «sono stato ferito» –, sia dal punto di vista di una corretta interpretazione del gesto dell’alpino che conduce la slitta: che ha un ordine (impartitogli da un maggiore) da rispettare, ma viola quest’ordine gettando via le due casse di carte che dovrebbe trasportare e, senza parole ma con una bestemmia, soccorre il ferito. Le storie di Rigoni Stern sono piene di personaggi che scelgono il bene piuttosto che il male o l’ignavia di chi rispetta gli ordini senza curarsi delle conseguenze: e compiono il bene senza perdere tempo in inutili parole o giustificazioni. La risposta “esatta” fraintende questo aspetto, che è per l’Autore uno dei caratteri di quell’umanità che resiste all’orrore della guerra.
Con la quarta domanda, allo scopo di “Individuare informazioni date esplicitamente nel testo” si chiede allo studente di interpretare un brusco gesto della ragazza. Ebbene: la risposta “esatta” – “[la ragazza] è irritata con se stessa per essere caduta” – è errata, perché è la scusa innocente che la giovane usa per entrare in relazione, alla festa, col giovane alpino che ha in precedenza allontanato. È l’Autore a indicarci, con l’uso dell’indiretto libero, il contrasto tra l’aspetto buffo della ragazza in tuta da sci caduta nella neve, «così tutta bianca e il viso imbronciato», e quello leggiadro alla festa: «Senza la tenuta da sci, ora, in quel vestito, appariva leggera, luminosa e sorridente». È evidente che in quel frangente, come proponeva la risposta B, la ragazza si era vergognata del proprio aspetto. E sembra altrettanto evidente che questa domanda dimostra che all’interno dei tempi e delle modalità della rilevazione INVALSI gli studenti non riescono a cogliere le informazioni che l’Autore dà loro con lo stile letterario. Ma, di nuovo: Rigoni Stern scriveva letteratura, non compilava testi per la misurazione degli apprendimenti.
La settima domanda, che mira a “Sviluppare un’interpretazione del testo, a partire dal suo contenuto e/o dalla sua forma, andando al di là di una comprensione letterale”, chiede allo studente di scegliere tra diverse interpretazioni del racconto della corsa in slitta. In questo caso si induce lo studente a pensare che le diverse, altrettanto legittime risposte proposte siano tra loro alternative: quella “esatta” è “Rendere l’atmosfera incantata di quel viaggio sotto le stelle”; sarebbero invece errate sia “Analizzare i sentimenti reciproci dei due giovani”, sia “Descrivere realisticamente il paesaggio notturno sotto la neve”. Come se uno dei tratti caratteristici della narrazione di Mario Rigoni Stern non sia la capacità di descrivere al tempo stesso il mondo interiore dei sentimenti e quello esteriore della natura, e mostrare le relazioni che si tendono da questa a quello. Con le parole di Eraldo Affinati, curatore del Meridiano: «Il realismo integrale di Mario Rigoni Stern non conosce la distinzione fra interiorità ed esteriorità perché il visibile a tutti esiste, senza inganni o falsificazioni, quindi no va truccato» [3]. Permettete una breve digressione. Mi è capitato di ascoltare, in apertura di un incontro con Gabriele Lolli su matematica e Lezioni americane di Calvino [4], un accorato grido di dolore lanciato contro la «distruzione della matematica» ad opera di didattiche che intendono la matematica come una tecnica che mira al risultato esatto, e non come una scienza che apre alla dimensione del problema, all’interno della quale sono possibili più risposte equivalenti. È quello che l’autore di questi test cerca di fare alla letteratura: instillare l’idea che se un narratore dice A, non può al tempo stesso dire B e C. È questo il modello di scuola che vogliamo?
La domanda B12, che mira a “Ricostruire il significato globale del testo, integrando più informazioni e concetti, anche formulando inferenze complesse”, suggerisce, con la risposta “esatta”, che il sorriso sul volto dell’alpino ferito sia dovuto al fatto che “la corsa in slitta gli ha ricordato un momento felice della sua vita”. Dovendo scegliere tra altre risposte, alcune delle quali peraltro plausibili (“Perché il freddo intenso non gli fa più sentire il dolore della ferita”, “Perché il tepore delle coperte gli è stato di conforto”), lo studente è orientato a scegliere la A. Ma la domanda è: queste risposte sono adeguate a ricostruire una scena all’interno della quale il sorriso di cui si chiede la ragione è sul volto di un soldato che scopriamo essere morto durante il trasporto? Il delirio che precede e accompagna la morte può essere chiamato “un felice ricordo”? E soprattutto: l’autore delle domande ha capito che l’alpino, al termine del racconto, muore? Perché l’insieme delle domande, esatte o meno, lascia intendere proprio questo fraintendimento.
E veniamo, infine, alla domanda cruciale: quella che ha per obiettivo “Sviluppare un’interpretazione del testo, a partire dal suo contenuto e/o dalla sua forma, andando al di là di una comprensione letterale”. Secondo l’autore di questi test, il Narratore con questo testo non vuole “Dichiarare apertamente la sua avversione alla guerra ed esortare i giovani a evitarla” – chi ha barrato la casella corrispondente a questa risposta avrebbe “sbagliato”; lo scopo dell’Autore sarebbe di “Mostrare come la guerra modifica profondamente il modo di comportarsi e il destino delle persone”. Chiunque abbia solo sfogliato un testo di Mario Rigoni Stern sa quale è lo scopo della sua narrativa, che in questo racconto viene condensata e cristallizzata nel tragico finale: ma ciò non sembra accadere con l’estensore di questi (così li chiama burocratese imperante) “item”.
Le prove INVALSI, peraltro, hanno «una “vocazione” esterna alla singola istituzione scolastica»: «la competenza dell’INVALSI a distribuire agli studenti test per la verifica delle conoscenze e abilità degli stessi deriva dalla legge […] Nessuna norma attribuisce questa competenza (diversa essendo la valutazione periodica dell’apprendimento e del comportamento degli studenti spettante ai docenti) alle istituzioni scolastiche. Né conseguentemente agli organi amministrativi (organi collegiali e dirigente scolastico) che tali istituzioni compongono né al personale docente a titolo “individuale”. […] Detto in altre parole, la legge non attribuisce alle istituzioni scolastiche (e dunque agli organi amministrativi di queste o al suo personale docente) un ruolo decisionale in materia» (così l’Avvocatura dello Stato, parere dell’11 giugno 2009, avv. Paolucci). Nondimeno, queste prove aventi “vocazione esterna” producono effetti sulla didattica, perché inducono gli studenti a orientare la propria interpretazione di un autore che, seppure importante, potrebbero incontrare in questa sede per la prima e, forse, unica volta, nella direzione indicata dal combinato degli item e delle risposte designate come “esatte”. In un convegno del CESP dedicato alle prove INVALSI, l’insegnante Matteo Vescovi ha illustrato le giustificazioni delle risposte date dagli studenti. La risposta più significativa è stata: «Lo so che ci sono anche altre risposte vere, ma so che di solito l’INVASI mi chiede la risposta più superficiale» [5].
In un saggio di alcuni anni fa [6] Hans Magnus Henzensberger ricostruiva il modo in cui l’uso di strumenti come questo pervertono la letteratura e trasformano i grandi letterati in «fornitori di randelli» ad opera di «tecnocrati che non sono capaci di metere insieme neanche una sola frase in tedesco» – gli odierni tecnocrati italiani, per contro, si compiacciono di usare termini come “criticità” credendolo sinonimo di “problema”, per il solo fatto di averlo sentito usare in questa accezione da un ministro diplomatosi in un liceo parificato. Era il 1976, e di acqua sotto i ponti ne è passata: ma evidentemente non è vero che conoscere gli errori del passato serve ad impedire la loro riproposizione nel futuro. Oggi, in Italia, qualche oscuro tecnocrate (la lettera del Commissario Straordinario dell’INVALSI ai dirigenti scolastici dell’11 ottobre scorso assicura trattarsi di «gruppi di esperti provenienti dal mondo della scuola e dell’università») esterno alla scuola prepara un test di rilevazione, lo inserisce in una busta che, sigillata, viene inviata alle scuole, nelle quali il dirigente si limita a trasmettere detta busta ai “somministratori”, che si consiglia dover essere docenti esterni tanto alla classe quanto alla materia, e da questi nelle mani e nelle menti degli studenti, che appongono sotto sorveglianza le loro debite crocette; questi test sono poi restituiti ai correttori, che con l’ausilio di uno scanner (quando va bene), o a mano conteggiano le risposte e trasmettono all’INVALSI gli esiti, affinché il «gruppo di esperti» esterno alla scuola elabori una misurazione (che viene spesso disinvoltamente spacciata, o confusa, o scambiata per “valutazione”), che a sua volta viene di nuovo trasmessa alle scuole. In nessuno di questi passaggi è attiva una qualche intelligenza critica che, esaminando i testi delle prove, può esercitare un legittimo diritto di interdizione fondato sul riconoscimento del danno che queste prove causano a cose come didattica, apprendimento, formazione, pensiero critico e altre sciocchezze. Coloro che lavorano nella scuola come insegnanti o dirigenti sono invitati a dismettere le proprie vesti e le proprie intelligenze e rivestire per un giorno quelle del passacarte, del burocrate cieco, sordo e muto al servizio di una macchina ottusa: come personaggi kafkiani, sono misuratori, e dunque misurano.
E così, di obbedienza a un ordine in ottemperanza a una direttiva, accade che il sergente Mario Rigoni Stern, scampato alla guerra, alla neve e ai lager nazisti venga impallinato dalla scuola italiana, senza che alcuna delle persone coinvolte nella gestione dei diversi segmenti del processo si senta responsabile dell’accaduto.
Il giornalista Chris Hedges, che dopo aver raccontato la guerra in Irak è tornato negli Stati Uniti per raccontare un’altra guerra, quella dichiarata al sistema di istruzione pubblico attraverso l’introduzione dei test di valutazione, cita nel suo articolo-manifesto Perché gli Stati Uniti distruggono il loro sistema di istruzione Hannah Arendt: «Il male più grande che sia stato perpetrato è il male commesso dai nessuno, ovvero dagli esseri umani che rifiutano di essere persone». Vi sembra eccessivo? «Il superamento di test a scelta multipla celebra e premia una forma peculiare di intelligenza analitica, apprezzata dai gestori e dalle imprese del settore finanziario che non vogliono che dipendenti pongano domande scomode o verifichino le strutture e gli assiomi esistenti: vogliono che essi servano il sistema. Questi test creano uomini e donne che sanno leggere e far di conto quanto basta per occupare posti di lavoro relativi a funzioni e servizi elementari. I test esaltano quelli che hanno i mezzi finanziari per prepararsi ad essi, premiano quelli che rispettano le regole, memorizzano le formule e mostrano deferenza all’autorità. I ribelli, gli artisti, i pensatori indipendenti, gli eccentrici e gli iconoclasti – quelli che pensano con la propria testa – sono estirpati», scrive ancora Chris Hedges. Vi sembra che esageri?
Ma c’è un’altra finalità di questa macchina anonima che «effettua verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti e sulla qualità complessiva dell’offerta formativa delle istituzioni di istruzione, effettua le rilevazioni necessarie per la valutazione del valore aggiunto realizzato dalle scuole; formula proposte per la piena attuazione del sistema di valutazione dei dirigenti scolastici, definisce le procedure da seguire per la loro valutazione, formula proposte per la formazione dei componenti del team di valutazione e realizza il monitoraggio sullo sviluppo e sugli esiti del sistema di valutazione» [7]. Nel rapporto Un sistema di misurazione degli apprendimenti per la valutazione delle scuole: finalità e aspetti metodologici, predisposto da tre “tecnici” su mandato del precedente governo, si suggeriva di approntare tali valutazione del sistema istruzione al fine di «studiare se e come collegare i risultati della valutazione a misure di natura premiante o penalizzante per i budget delle singole scuole», attraverso «a) reclutamento e rimozione dei presidi sulla base della performance ottenuta, b) reclutamento e rimozione degli insegnanti, formazione e aggiornamento, c) governance (sic!) delle scuole», per arrivare a un sistema di tipo britannico «che premia le singole scuole (o circoscrizioni scolastiche) con un budget correlato al ranking (sic!) della scuola». Una proiezione effettuata dalla Fondazione Agnelli [8] calcola che, se applicati criteri di valutazione consimili, sarebbe possibile tagliare, rispetto a quanto già operato dal ministro Gelmini, ulteriori 17.400 posti di lavoro nelle scuole. E dalla lettera di chiarimento al governo italiano che la BCE ha inviato lo scorso agosto apprendiamo, leggendo il punto 13 – «Quali saranno le caratteristiche del programma di ristrutturazione delle singole scuole che hanno conseguito un risultato insoddisfacente nei test INVALSI?» – che effettivamente il governo italiano ha promesso di utilizzare i test INVALSI per operare ulteriori riduzioni di bilancio nel settore scolastico. Uno degli autori del rapporto in questione, Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, è esponente di punta della più grande lobby nel settore dell’istruzione privata, e cioè Comunione e Liberazione: c’è bisogno di dire altro?
Enzensberger concludeva il suo saggio con queste parole: «Buttate nel più vicino cestino dei rifiuti tutte le copie del Manuale di direttive per l’insegnamento del tedesco che vi capitano a tiro! Sabotate più che potete le Deliberazioni della Conferenza permanente dei ministri della pubblica istruzione! Combattete il turpe vizio dell’interpretazione! Combattete quello ancora più turpe della giusta interpretazione!»
Di cos’altro abbiamo bisogno per fare lo stesso ai documenti e ai rapporto INVALSI, ai test e alle pratiche che trasformano l’istruzione in una fabbrica di ottusa mediocrità a vantaggio dei mercanti dell’istruzione privata?

Note al testo

[1] L’intero fascicolo delle prove è scaricabile qui: http://www.invalsi.it/snv1011/ (quella di italiano per le scuole secondarie è l’Appendice 9.
[2] Mario Rigoni Stern, “Al lettore”, in Meridiano Rigoni Stern, Mondadori, Milano 2003, p. 3.
[3] Meridiano Rigoni Stern, Introduzione, p. xxxv.
[4] L’incontro verteva sul testo dello stesso Gabriele Lolli Discorso sulla matematica. Una rilettura delle Lezioni americane di Italo Calvino, Bollati Boringhieri, Torino 2011.
[5] L’intervento di Matteo Vescovi è visibile qui: http://www.youtube.com/watch?v=SaM8FJ5UDEQ&list=PLE487A195677EC751&index=2&feature=plpp_video.
[6] Hans Magnus Henzensberger, “Modesta proposta per preservare la gioventù dai prodotti della poesia”, in Mediocrità e follia. La banalità della cultura e l’indifferenza civile di una società opulenta, Garzanti, Milano 1988, pp. 20-33 (il saggio è però del 1976).
[7] Cito dal sito dell’INVALSI, qui: http://www.invalsi.it/invalsi/istituto.php?page=chisiamo.
[8] Fondazione Giovanni Agnelli, Rapporto sulla scuola in Italia 2010, Laterza, Bari 2010, pp. 137-44.

Appendice

Sulle nevi di gennaio

Si era appoggiato alla slitta con il braccio destro, quello sinistro lo teneva infilato davanti, dentro il cappotto. Quando una pallottola della raffica l’aveva colpito, aveva sentito solamente un colpo secco, come una sassata.
Dopo aveva avvertito un po’ di caldo lungo il fianco, ed era il sangue che colava. Infine più niente, perché il freddo aveva saldato la ferita.
Erano le ginocchia, ora, che facevano fatica a sostenerlo, e poi i piedi erano attanagliati nella neve. Si lasciò andare e tenendosi con il braccio si fece trascinare. La slitta si fermò. L’alpino che conduceva il mulo per la briglia si girò e lo vide: – Via! Stáccati! – gli gridò. – Il mio mulo non ce la fa più.
Non rispose, non aveva forza per parlare, nemmeno per staccare il braccio dal bordo. Il conducente si avvicinò adirato e minaccioso. Vide che era un ufficiale, sulla manica aveva ancora i gradi: – Stáccati dalla mia slitta, – gli ordinò. Ciglia e sopracciglia del tenente erano incrostate di neve ghiacciata, il passamontagna da sotto l’elmetto gli scendeva sul volto:
– Sono stato ferito, – disse con fatica aprendo gli occhi.
Il conducente bestemmiò e si guardò attorno: una moltitudine di soldati sbandati, di muli, di slitte era ferma su un grande spazio bianco. Erano tutti in attesa che lì, dove si sentiva sparare, si riprendesse a camminare. Guardò ancora quell’uomo appeso alla sua slitta e, maledicendo, slegò le funicelle che tenevano fermo il telo che copriva il carico. Sempre imprecando scaricò nella neve due casse piene di carte che un maresciallo di maggiorità gli aveva fatto caricare e nello spazio lasciato dalle casse sistemò il ferito e lo coprì. Ora, il tenente disteso su un po’ di paglia e sotto le coperte non sentiva più freddo, nessun dolore. C’era una profonda quiete.

…saliti sull’Altipiano per le esercitazioni invernali, un giorno di gennaio, dopo una marcia lunga e faticosa, si erano acquartierati nella vecchia caserma. Finite le escursioni tra Vezzena e Marcesina per Portule, Cima XII, Ortigara e Fiara, ora gli allievi godevano di un periodo di relativo riposo e si addestravano sul Kaberlaba. Fu qui che la conobbe. Durante una discesa l’aveva vista cadere fuori dalla pista sollevando una nuvola di neve farinosa. Si era precipitato giù come un falchetto per aiutarla. Era proprio buffa: tutta così bianca, il viso imbronciato…
Fu lui a scusarsi per averle dato una mano a risollevarsi sugli sci: lei, come fu in piedi, senza dire grazie riprese la discesa indispettita e crucciata. La rivide alla Casetta Rossa, dove con il plotone e un sergente erano entrati per bere vin brulé. Lei si era avvicinata per dirgli: – Mi scusi, ero proprio arrabbiata per quella stupida caduta.
– Così tutta piena di neve mi sembrava un pupazzo, – aveva risposto lui. – Questa sera viene al ballo della Croce Bianca? Domani noi partiamo per Bassano.
Non credeva di rincontrarla, ma quando la festa era già avviata la vide comparire. Senza la tenuta da sci, ora, in quel vestito, appariva leggera, luminosa e sorridente.
Ballarono. C’erano ragazzi e ragazze arrivati per le gare studentesche, ufficiali e allievi ufficiali degli alpini, maestri di sci.
– Qui dentro c’è tanta confusione e fa anche troppo caldo. Davanti all’albergo ho visto delle slitte in sosta ed è una notte molto bella e serena. Perché non andiamo a fare una corsa con la slitta?
– Con questo freddo? – Vada a mettersi qualcosa di lana. L’aspetto. O l’accompagno? Dove abita? – Qui, in questo albergo. Mi aspetti nella hall. Attese con la mantellina sul braccio e il cappello in mano. Lei giunse subito, vestita da neve; sorrideva imbarazzata e un poco anche confusa. Le slitte erano sulla strada in attesa dei clienti, i contadini stavano insieme a parlottare e battevano i piedi. Si avvicinarono alla prima della fila, era dipinta di bianco con fiori alpestri azzurri e rossi sulle fiancate. Il cavallo, con una coperta sul dorso, stava mangiando la biada nella musetta.
– Volete fare un giro? – chiese il contadino.
Salirono sul sedile posteriore, con la schiena rivolta al guidatore. Si avvolsero insieme in una coperta, con un’altra si coprirono le gambe fino ai piedi. Il contadino sfilò la musetta dalla testa del cavallo dicendo: – Basta Baldo, finirai dopo quando ritorneremo –. Levò la coperta dalla groppa e salì al sedile di guida; si avvolse nel mantello, con la coperta del cavallo si coprì le ginocchia e infilò i piedi dentro il sacco del fieno: – Vai Baldo, – disse facendo leggermente schioccare la frusta. – Dove vogliono andare? – Dove vuole, non abbiamo preferenze. Per i prati, dentro il bosco, – disse lui. …andava la slitta nella notte che rifletteva le stelle nei cristalli di neve, lieve scivolava come su una nuvola nel cielo, e il campanello di bronzo sul collare del cavallo tintinnava a ogni passo.
– Vai Baldo! – disse il contadino toccandolo leggermente con la frusta. E il cavallo prese il trotto, dapprima leggero e poi via via più veloce e disteso. Infilò una strada che s’inoltrava nel bosco.
La luna che stava sorgendo illuminava gli alberi sul dosso della montagna e la luce si diffondeva tra i rami carichi di neve…

Si alzò la tormenta. Un vento radente sollevava come sabbia del deserto la neve della steppa, e come degli spettri gli uomini silenziosi camminavano curvi contro quel vortice. Andarono così tutta la notte, molti cadevano e non si rialzavano, alcune slitte restavano ferme nella neve.
Venne un’alba livida, senza luce, e lontano, confuso nel bianco, apparve un villaggio. A lato della pista un ufficiale incitava chi aveva ancora forza ad andare avanti, perché non tutti potevano trovare posto in quelle isbe. Solo qualche chilometro, diceva, e troverete altri villaggi dove riposare al caldo.

…la slitta scivolava su grandi cristalli luminosi, e il cavallo Baldo ora galoppava sfiorando la neve. Ogni tanto scuoteva la testa come volesse far sentire più squillante il campanello di bronzo. Il corpo di lei si era abbandonato contro il suo, la testa nell’incavo della spalla, le braccia in un reciproco abbraccio. Il respiro era leggero e sembrava quasi il respiro di una piccola bambina.
– Dormi? – le chiese.
– No, – rispose sottovoce – guardo le stelle e il bosco.
– Hai freddo?
– Oh no, qui sotto c’è un bel tepore.

Il conducente fece fermare il mulo nel centro del villaggio, vicino a una casa con il portico. Guidò la slitta dentro il cortile. Slegò il mulo e lo condusse sotto quel portico, dove c’era del fieno sparso; ne raccolse una bracciata e gliela depose davanti al muso. Domani mattina, pensò, ne caricherò un bel po’. Con le mani pulì dalla neve il telo che copriva la slitta e slegò le funicelle che lo tenevano fermo alla forza del vento della steppa. Scostò il telo e la coperta. Il volto aveva un’espressione di serena felicità: sorrideva e gli occhi socchiusi avevano una luce sconosciuta. Guardando bene quel viso gli parve di riconoscere l’allievo ufficiale che in una notte di gennaio, con una bella ragazza, aveva portato con la slitta in una corsa per i prati e dentro il bosco. Lo prese sotto le braccia, lo trascinò dietro la casa, scavò nella neve, adagiò il corpo e con le mani ricoperse quel viso sorridente e quegli occhi felici.

(Tratto e adattato da: Mario Rigoni Stern, Aspettando l’alba e altri racconti, Einaudi, Torino, 2004)