domenica 22 gennaio 2012

La morte scandalosa


Davanti alle polemiche suscitate dalla pièce teatrale di Romeo Castellucci (che non ho visto e su cui pertanto non spendo una parola) il mio pensiero va alle grandi rappresentazioni della morte (meglio sarebbe dire dell'uomo che muore) di cui sono stati capaci grandi artisti. E' la morte in grande stile, personale e irripetibile che firma una esistenza altrettanto personale e altrettanto irripetibile. Fra tutte ricordo in particolare la morte dello starets Zosima, figura di grande spessore spirituale del romanzo I fratelli Karamazov.
Zosima è un uomo religioso di grande santità e tutti si aspettano che la sua dipartita sia accompagnata da un qualche evento miracoloso, pari per grandezza e dignità allo starets.
In effetti qualcosa di straordinario succede, ma tutto diverso da quanto ci si aspettava. Un odore nauseabondo di decomposizione si diffonde ovunque, penetrando ogni anfratto e ogni fessura, e martoriando i sensi di chi è costretto suo malgrado a farci i conti . E' una puzza impossibile da ignorare ma anche da comprendere, "scandalosa". Davanti all'evento inaspettato prevale il disgusto per la carne dell'uomo che in vita è stato amato e onorato, e, insieme al disgusto, il dubbio: possibile...?

La fragilità dell'uomo davanti alla morte è messa impietosamente a nudo da un altro scrittore russo: Lev N.Tolstoj, autore de La morte di Ivan ll'ic . Il lettore che si avventura nella lettura di questo breve, sconvolgente romanzo, accompagna a poco a poco il protagonista nella sua discesa agli inferi, raccontata lucidamente e senza abbellimenti di alcun genere. Lo sguardo del narratore è lucido e obiettivo, spietato nei confonti delle ipocrise con cui spesso il morente deve confrontarsi.
Il calvario di Ivan si può riportare tutto sotto la categoria della denudazione. Il morente progressivamente si spoglia dei panni che l'hanno finora rivestito, nascondendo a sé medesimo lo spettacolo della sua fragilità. Via la finta devozione della moglie, via quella della figlia, via la compassione degli amici...
Davanti alla morte l'uomo è nudo, e si potrebbe anche dire che un uomo nudo è un uomo morto. Per questo nei lager e in certe atroci esperienze carcerarie l'individuo viene costretto a spogliarsi e a rimanere in quella condizione per ore.
Qualche giorno fa un mio alunno mi chiedeva "Perché i prigionieri dei campi di sterminio non si sono ribellati?. Erano loro,lì, i più numerosi". La risposta ovviamente è complessa, ma una spiegazione possibile l'ha data poco dopo la lettura di una pagina di Primo Levi: i prigionieri lasciati per un giorno e una notte nudi. Ad attendere.
Nel 2010 ho assistito alla rappresentazione teatrale dell'opera di Tolstoj originalmente interpretata dal giovane regista Claudio Autelli (non ha invaso dell' odore di cacca il teatro e quindi se n'è parlato poco). Il morente e stralunato Ivan passava attraverso l'inferno della malattia (tra perdita di autonomia e pannoloni vari) e della progressiva emarginazione, cui era condannato da rapporti umani senza amore e senza verità, dalla superficialità dei familiari troppo invischiati nelle illusorie soddisfazioni della vita per potersi avvicinare con rispetto alla morte (accompagnata per sua natura da un'imperdonabile "mancanza di decoro" che oggi fa applaudire a chiunque decida di farsi fuori da solo e tanto compostamente, da bravo), fino a trovarsi nudo. Nudo davanti allo sguardo impressionato del pubblico Più nudo di un Cristo in croce.

Lo stupore di quanto l'uomo sia poca cosa davanti alla morte si ripete ogni giorno, qui sulla terra, soprattutto se la morte sopraggiunge al termine di una lunga agonia che priva via via l'individuo di tutti gli orpelli in cui noi (sbagliando evidentemente) facciamo concidere la nostra "dignitate hominis".
Io credo che un cristiano non dovrebbe mai scandalizzarsi se l'immagine del disfacimento viene accostata a Cristo. Forse altre religioni possono temere l'accostamento della morte (come della sconfitta e della dissoluzione) al loro dio, il cristianesimo no. Cristo ha sudato sangue nell'orto degli ulivi, ha pianto davanti alla morte e il suo costato, trafitto da una lancia, ha dato sangue e acqua. Liquidi corporei niente affatto piacevoli. Gesù si è anche confrontato in vita con molte piaghe e malattie e il cadavere di Lazzaro che era già in putrefazione.
Possiamo anche credere che questi racconti siano un po' come agiografie, mescolano verità e leggenda, ma la sostanza non cambia. Credenti o meno, bisogna riconoscere che la figura di Gesù non può essere sporcata dall'accostamento alla materia. E usare la materia, la bruttezza, lo schifo per squalificare il cristianesimo è inutile.
Per la stessa ragione un cristiano non dovrebbe mai scandalizzarsi, neppure se il volto di Cristo è infangato. La differenza tra il cristianesimo e altre religioni sta proprio nel fatto che il primo non teme nulla di ciò che esiste, in qualsiasi forma sia. Che profumi o che puzzi.
Come ha osservato Kierkegaard, è il cristianesimo la religione dello scandalo. Di che mai il cristiano si potrà scandalizzare?
Gli elegantoni, i figli di un umanesimo cortigiano che con il fango non si è mai confrontato, possono scandalizzarsi. Loro hanno un sacco di "dignitate hominis" da difendere. E possono gridare all'ingiustizia cosmica se l'ideale coltivato va in pezzi, cascando nella pozzanghera.
Un cristiano no. Tant'è vero che l'arte e la poesia di epoche fortemente religiose come il Medioevo o il Barocco hanno espresso senza censure (Jacopone da Todi, per dirne solo uno) il mistero della della carne, corruttibile casa dello spirito.

giovedì 5 gennaio 2012

La Compagnia del Libro recensisce Persuasori di morte


di Carlo Cammarella

Ogni volta che il cadavere di una giovane donna viene ripescato da una palude, il commissario Realis prova l’impulso di abbandonare il suo lavoro. Succede anche questa volta, con la differenza, però, che la vittima, Fiammetta Usleghi, non si è uccisa di sua sponte dopo il solito pestaggio del marito o del malvivente di turno, ma porta i segni di un’arma da fuoco con la quale è stata colpita a morte. Comincia così il romanzo di Roberta Borsani, “Persuasori di morte”, in una palude situata nei pressi di una cittadina pimontese, un luogo in cui la vita scorre serena e lineare, almeno fino all’inizio di questa triste vicenda. Una volta rinvenuto il cadavere gli indizi sembrano convergere tutti verso un giovane prete, Don Gabrio, un personaggio forse poco ortodosso, ma molto amato dalla popolazione del paese in cui risiede. Ad esempio Fiammetta, una ragazza con gravi problemi psichiatrici, riesce a confidarsi soltanto con lui e con Miriam, sorella di Don Gabrio, nonché donna dal fascino sorprendente e dal passato piuttosto ambiguo.
L’incriminazione del giovane uomo di Chiesa sembra dunque inevitabile, ma quando gli indizi sono troppo lineari e soprattutto quando le testimonianze sembrano mettere sotto scacco una persona in un modo così plateale, Realis comincia ad avere qualche dubbio. Dietro a questo omicidio, infatti, che sarà il primo di una lunga serie, sembrano nascondersi dei personaggi misteriosi, che hanno dato vita ad uno strano e distorto meccanismo chiamato “Il grande Gioco”. In base alle sue regole, i partecipanti cercano di mettere alle strette una vittima prescelta, detta “il topo”, per spingerla verso il suo totale annientamento. Ognuno fa la sua puntata, ognuno scommette sul destino di una persona, su quanto potrà resistere e su quali saranno le sue prossime mosse. Via via che il commissario prosegue con le indagini scoprirà che dietro all’omicidio di Fiammetta si cela un gruppo di persone ossessionate da un perverso delirio di onnipotenza e dalla mania di indagare, in una maniera completamente distorta, sul comportamento e sulle azioni umane.
Insomma, in questo romanzo firmato Roberta Borsani, di elementi da analizzare ce ne sono davvero tanti. A partire dalla trama, che sebbene molto lineare, segue le indagini del commissario fino ad una risoluzione finale tutt’altro che scontata. Sono molti anche i connotati metafisici, o legati al soprannaturale, che fuoriescono da un romanzo in perfetto stile noir, ma particolarmente attento alla psicologia umana e a tutte le sue stranezze. Non aspettatevi, quindi, un giallo in cui l’assassino si scopre soltanto alla fine, ma un’indagine meticolosa e accurata attraverso la quale il commissario Realis verrà a contatto con un mondo fatto di malvagità e delirio di potere. Il punto focale in cui ruota la storia è, infatti, il movente degli omicidi e il disegno che spinge questi personaggi a compiere le loro azioni (...)

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