lunedì 20 febbraio 2012

Il nuovo catarismo


In terra di Francia si combattè sanguinosamente nel XIII secolo la battaglia contro una delle dottrine gnostiche più importanti e più insidiose che abbia investito l'Europa occidentale. Quella catara.
Il modo in cui il mondo cattolico affrontò questa sfida fu inaccettabile per la violenza della repressione che affidò all'esercito guidato dal brutale Simone di Monfort.

La violenza però non paga. Mai. Con la forza si estirpano le radici dei grandi alberi ma i semi che i rami fioriti hanno lasciato cadere qua e là si diffondono comunque, trasportati dai venti invisibili.
La sostanza del catarismo - ossia il disprezzo per la carne pensata come opposta allo spirito e tollerabile tutt'al più come materia indegna di ogni riguardo e di cui si può fare ciò che si vuole - è risorta proprio in Francia nel razionalismo cartesiano e nel dualismo materia-spirito. Ha prosperato in quelle utopie che non sorgevano per illuminare la via e ispirare il cambiamento ma insegnavano il disprezzo per il presente, coprivano le acque della Senna di teste ghigliottinate, nutrivano le spaventose ideologie totalitarie, e più tardi il terrorismo. Perfino il dibattito sul corpo e sulla sessualità ha risentito negli ultimi quarant'anni del catarismo semprevivo, producendo quel meccanicismo grossolano per cui la sessualità "educata" si riduce in sostanza a fare sesso sicuro.
Di longevità del catarismo e della sua gnosi parla anche l'economia della grande finanza, l'esplosione tecnologica e la virtualità dei mondi in cui entrambe ci sospingono.
Mondi in cui l'uomo come persona svapora, sopravvivendo semplicemente come fantasma di cui è lecito parlare per ipotesi.

La Francia ha ospitato anche pensatori di razza che hanno richiamato l'attenzione sul carattere "personale" dell'essere umano, irrudicibile a "cosa" (cogitans o extensa che sia) e mai scomponibile. L'attenzione di cui hanno goduto non è stata pari al loro spessore teorico però.
Sarà per questo che in Francia hanno cercato e trovato rifugio i terroristi, approfittando della dottrina Mitterand. E da quello che si racconta, non se la passano male.
Di recente filosofi (o pseudo tali) e salonnières di dubbia vocazione hanno difeso ad esempio un terrorista italiano, impegnandosi personalmente perché non venisse estradato in Italia. Purtroppo parte della nostra intellighenzia ha pensato bovinamente di seguirne l'esempio, senza forse rendersi conto (oppure rendosi conto ma perseverando diabolicamente nell'errore) che dietro il terrorismo sta una weltanshauung che è quanto di più lontano ci possa essere dal popolo e dal proletariato. Ma occorre dire che da Robespierre in poi i rivoluzionari di professione hanno smesso di fidarsi del popolo, questo materialone gaudente che non cerca che la gioia dei sensi e pensa poco. I sacerdoti della giusta causa sanno invece che il grande cambiamento giunge al termine di un percorso duro, in cui sono richiesti molti sacrifici. Anche quella della propria e altrui umanità. Il killer terrorista e la sua vittima passano entrambi attraverso un processo di disumanizzazione e di spersonalizzazione, divenendo le maschere di un canovaccio in cui uno è il puro vendicatore, l'altro la macchia da eliminare, il male. Una identificazione, questa, che lo storico Mosse ha visto operare nella Germania nazista e che,a suo avviso, può bastare a spiegare l'odio spietato di tanti "bravi" tedeschi (uomini qualsiasi, non orchi) contro l'ebreo. Se l'ebreo "è" il male...be', allora, si può solo cancellare.
Il terrorista che rinuncia alla sua umanità, a una vita di affetti e relazioni, diventa un po' come l'automa - il Golem - buono solo a operare sulla base di spaventose semplificazioni.
In lui si ripresentano sotto mentite spoglie la rinuncia e il contemptus mundi del monaco. Ciò che però ne fa qualcosa di assolutamente unico è la totale incapacità di pensare e accettare la trascendenza. La salvezza (il paradiso, l'eden) deve essere qui, e subito. E che sia per tutti. Obbligatoria.
Se a qualcuno interessa vedere perfettamente risssunta e concentrata in un'opera d'arte questa oscura parabola che si innerva nel razionalismo settecentesco e giunge fino a noi, può leggere su La Capanna in Paradiso La scatola di Le Courbusier.