sabato 10 marzo 2012

Credenti e non credenti. Basta.


Quando qualcuno cerca di ridurre la complessità anche poco omogenea e talvolta perfino contraddittoria della mia persona e della mia esperienza del mondo a una sola categoria, appioppandomi la definizione di "credente", mi viene dapprima da ridere, poi però mi metto sull'attenti. Secondo me sta cercando di fregarmi.
Credente è ovviamente chi crede. Ma, mi chiedo, come può questa cosa (il credere) distinguere un individuo dagli altri? E questi ultimi possono ( e come possono) essere in assoluto definiti non credenti? Perché tutti sono credenti in qualche misura. La nostra vita inizia con una serie infinita di minuscoli atti di fede più o meno inconsapevoli. Io credo di essere quella che fin dall'inizio chiamarono Roberta, o Marta, o Gianna. Credo in un sacco di cose di me che mi sono state raccontate e di cui non ho ricordo ma do per buono che appartengano alla mia storia. E poi credo in principi, ideali, filosofie, ideologie e narrazioni che ho scelto e in cui ho deciso di riporre la mia fede. Come tutti. Perché tutti hanno principi, ideali, filosofie, ideologie e narrazioni, scelte e assunte consapevolmente, ma sempre con una buona dose di fede.
Quando la gente chiede se sei credente o ti definisce tale, intende dire di solito che il tuo è un credere diverso dal suo, minimalista, capillare, al servizio della sopravvivenza si potrebbe dire, ideologicamente (questa è la pretesa) neutro. Il tuo è assoluto e pretende di fondare sul credere il senso stesso della tua esistenza personale, ma anche del mondo intero, della storia universale: perché è un credere in Dio.
E' così che finisci incastonata (ma si potrebbe anche dire inchiodata quando a definirti è l'epicureo beffardo di sicura fede - ma lui non lo sa - materialista), dentro un credere che tu, solo tu, sai quanto sia pieno di dubbi, lacerazioni, domande, solitudini, proteste, indagini e disanime sconsolate, rabbiose; tu sai quanto sia fragile e quanto poco duri il tuo credere (un istante) contro le intere notti insonni di dubbio. L'altro però dice che sei credente e questo gli basta per dedurre una serie di particolari del tuo modo di vedere, sentire, immaginare. Mai l'assale il dubbio che quelle sue deduzioni siano il frutto ancora di narrazioni fatte oggetto di un atto di fede - e pure grossolane.
L'affermazione del credere e il criterio di demarcazione per distinguere credente e non credente sono ricondotti alla questione della sussistenza o insussistenza di Dio. Io sono credente se penso che Dio esista (magari credente non praticante se non frequento i riti e non mi riconosco nelle mitologie delle narrazioni religiose di tipo confessionale). Se penso che Dio non esista sono un non credente. Bene, Cartesio ha vinto ancora una volta. Pensare di credere/non credere diventa la base della fede religiosa/dell'ateismo. La gioiosa partecipazione dei sensi, delle emozioni o dei sentimenti più profondi al riconoscere nell'albicocco che si copre di gemme il caldo flusso della vita generata dall'Uno non è contemplata, ad esempio. Perché possono provarla anche gli atei e i materialisti. Neppure l'intima sensazione del mistero che scaturisce da un'origine trascendente e remota e giunge in molte diramazioni fino a noi quando entriamo in una spoglia chiesetta romanica, potremmo dire pertanto che conta. E anche la pietà che ci spinge a rinunciare a una parte della nostra sicurezza o del nostro piacere per condividerla con il nostro prossimo di cui ci riconosciamo fratelli, non ha nessuna rilevanza sul piano della fede. Sono tutte cose che provano anche gli atei (anche loro belli imbalsamati nella definizione). Conta il pensare di credere (che poi, se si considerano le basi di quel credere, diventa un credere di credere, ma anche di non credere ovviamente). E poi lo schierarsi. Se fosse solo uno schierarsi dalla parte di Dio avrebbe già senso (perché comunque si sceglie quando si decide di pensare di credere o di non credere). Ma per chi distribuisce patenti di credo religioso o di credo materialista, lo schierarsi (lo so per esperienza e se voi non lo sapete ancora date un'occhiata in giro) è totale, distribuisce meriti e torti fra l'una e l'altra parte, rendendo impossibile ogni confronto. Sono lontani i tempi in cui l'indomito Giacomo Leopardi, l'agnostico e fremente Giovanni Pascoli, il regista Ingmar Bergman, lo scrittore Par Lagerkvist indagavano da non disposti, o non abbastanza disposti a credere, lo spazio del sacro e della fede religiosa, muovendosi con grande rispetto (e perciò come non provare rispetto per la loro tragica ricerca, come non capire e non riconoscere parente stretto lo scudiero epicureo del Settimo Sigillo, che davanti al mistero della vita e della morte, dell'essere e del nulla, metafisicamente "protesta"?).
Abbiamo relativizzato la differenza tra sani di mente e folli, normalità e devianza, natura e cultura...ma tra credenti e non credenti resta spalancato l'abisso, eppure dialogare dovrebbe essere più stimolante che difficile. Sicuramente non impossibile, a meno che non lo si voglia.
Perciò ho imparato a diffidare di chi mi definisce credente, ma anche non credente (non abbastanza magari). Secondo me sta cercando di fregarmi.

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