domenica 4 marzo 2012

A proposito di Henry


"La Quiete dopo la tempesta ", "A un vincitore di pallone" sono poesie di Giacomo Leopardi conosciute, credo, da tutti. L'idea che della vita si scopra la bellezza solo nel momento estremo del pericolo, quando appunto si rischia di perderla, non è poi tanto originale. Il linguaggio di Leopardi però sì che lo è, accogliendo le struggenti risonanze del nostro sentire laddove si fa enigmatico e contraddittorio, perché enigmatica e contraddittoria è l'umana natura, che "tant'alto" sente. "Tant' alto" da vivere costantemente con la mente volta a un orizzonte irraggiungibile, capace nella sua lontananza di splancare e illuminare il presente, oppure al contrario di squalificarlo: perché il presente rispetto all'aldilà ideale è l'aldiqua fiorito, godibile, grazioso ma pur sempre imperfetto e precario..
L'esperienza del rischio e del pericolo è stata oggi in gran parte ridimensionata, in termini di frequenza e di importanza, dalla tecnologia. La sicurezza e il benessere sono diventati per gli uomini dal secondo dopoguerra condizioni di vita normali e scontate. Sarà per questo che anche la vita ci appare scontata, banale, quasi mai preziosa? I momenti in cui essa si rivela nella sua labilità, come un bene da difendere e preservare, sono rari e percepiti di solito come terribili. Ad essi giungiamo del tutto impreparati, rendendoci conto solo all'improvviso che il nostro modo di vivere il tempo come una distesa orizzontale (il tempo "spazializzato", direbbe Bergson) di istanti successivi induce a sperimentare la rottura della continuità in una sola maniera: l'orrido, il baratro. La vita e la morte ci appaiono così del tutto inconciliabili, mancando ogni elemento di mediazione.
Eppure la vita non è mai stata tanto impietosamente analizzata, cosificata e mortificata nei suoi slanci, come nelle filosofie portanti dell'ultimo secolo. Sistemi di pensiero in cui l'esistenza fatica a trovare un riscatto dallo scacco cui sembra costituzionalmente votata. Mai la vita nella storia del pensiero è stata così imbevuta di morte, eppure - al tempo stesso - mai nella vita sociale è stato rimosso con tanta veemenza il pensiero della morte. Rimandato a spazi e tempi "altri", con cui l'edonismo gaudente non vuole aver nulla a che fare. E' negli ospedali che si nasce (esponendosi al rischio) e si muore. Negli ospizi ci si ammala e ci si avvicina invecchiando al gran passo. Fuori non deve trapelare niente. Resta la morte di cui si parla nei telegiornali, nel cinema. Ma quella non è mica vera.
Che pensiero terribile, in effetti, quel "non essere più". Un pensiero in cui non ci si inoltra se non accettando un viaggio all'inferno -"Ogne viltà convien che qui sia morta" - eppure si deve. O la nostra esistenza rimane monca, incompleta, come un bel racconto senza epilogo. Come una strada alberata che sfocia su uno spiazzo di terra polverosa.
La vita potrebbe anche non avere un suo significato e il nostro essere qui sulla terra non differire poi tanto da quello di semplici formiche che hanno colonizzato il pianeta. E' una possibilità di cui ci si deve far carico, che va accettata e poi (se si vuole) superata, fornendo una risposta diversa e "vera", non una fuga dall'angoscia del nulla. Perché la fede laica o religiosa in una prospettiva trascendente non abbia una natura puramente consolatoria.
Una delle possibili risposte è quella che crede di poter sottrarre l'uomo alla morte attraverso la memoria. Una risposta "classica" di cui non a caso è espressione l'arte classica, che è fortemente monumentale.
"Classiche" in questo senso sono state molte delle espressioni culturali e artistiche, e molte epoche della storia antica. La memoria come luogo di una perennità che la natura matrigna ci nega, masticandoci con i denti aguzzi di Kali. Per questo la damnatio memoriae è la condanna che fin dagli antichi egizi spetta a chi non è degno di essere strappato alla distruzione.
Va da sé però che sono pochi quelli che saranno ricordati. Il classico ha perciò già in sé lo struggimento che spinge verso la disperazione romantica: la disperazione fatta di aspirazione all'eterno assoluto da un lato, consapevolezza del proprio essere transeunte dall'altro, da cui la sete di gloria personale, la ricerca esasperata degli atti belli, eroici, che sottraggano all'oblio.
Ma, anche nel caso in cui si arrivi a questa sorta di perennità, tormenta la consapevolezza che quanto viene ricordato ha poco a che fare con la sostanza della persona: l'oggetto del ricordare è più "cosa" e si presta a tutte le possibili interpretazioni, sempre interessate, dei posteri. La memoria dei grandi personaggi assume spesso non a caso l'aspetto del culto feticistico che nulla ha da spartire con la continuità che dovrebbe ispirare il rispetto del passato. Già in età antica la venerazione degli antenati e dei defunti si traduce facilmente in una serie di cerimonie complicate di cui bisogna ossessivamente rispettare modi e gesti onde non incappare nell'ira vendicativa dei Mani. Il culto degli antenati assume aspetti ossessivi, perfino persecutori, avvelenando, più che nutrendo, la vita.
"Lascia che i morti seppelliscano i loro morti" (Luca, (9, 57-62)) risponde Gesù a un giovane che vorrebbe seguirlo ma gli chiede il tempo di seppellire il padre...è un messaggio di sconvolgente novità che ancora oggi fa discutere (leggere in proposito "Disputa immaginaria fra un rabbino e Gesù" di Jacob Neusner). La prospettiva escatologica della salvezza ("tu va’ e annunzia il regno di Dio"), riconosce nel monumento (la sepoltura) i segni ancora della morte, con cui evidentemente Gesù sente di non aver nulla da spartire. Rifiuto non solo del paganesimo e del suo culto della morte, ma anche della tendenza classica alla monumentalità. Rifiuto però dello stesso struggimento romantico, che si strazia della labilità d'ogni cosa. Forse perché lo struggimento romantico di per se stesso può portare sì alla fede, ma solo come risposta consolatoria, come rimozione dell'angoscia divenuta insostenibile. E non è questo l'atteggiamento giusto.
La riposta al problema della morte è autentica e non codarda se nasce dalla vocazione del proprio essere vissuto come irriducibile alla sua dimensione terrena e al presente, ma non in un contesto di svilimento di quello stesso presente nel quale soltanto si vive trovandovi la propria carnale contingenza. La fatica a scrivere il finale della propria vita spesso scaturisce dall'insoddisfazione di chi non ha saputo vivere la pienezza del presente, di chi si lascia alle spalle rimpianti e occasioni perdute. E le occasioni perdute sono quelle che hanno a che fare con l'amore. Nessun richiamo al carpe diem edonistico, che invita non a vivere nell'amore, ma a consumare gli amori. Il carpe diem è la tiritera degli uomini che dopo una seperazione riscoprono il piacere di vivere su meetic e siti d'incontri a caccia di erotismo. Illudendosi con ciò di ringiovanire e divenendo invece più vecchi, cinici e smaliziati.
C'è un vecchio film con Harrison Ford, "A proposito di Henry" (di M. Nichols,1991), che dice molte cose in proposito. Un uomo di mezza età perde completamente la memoria dopo una grave ferita alla testa. Si riprende per fortuna, reimparando a parlare, a camminare, a leggere e a scrivere. Scopre con infantile innocenza la bellezza di vivere con la propria famiglia, trovando nella moglie una compagna meravigliosa. Presto però emergono dalla sua vita precedente particolari che lo riempiono di orrore: è stato un avvocato di successo ma senza scrupoli, un marito bugiardo e infedele, un padre indifferente. Ora, sfumata la possibilità di una brillante carriera, perdute le amanti e le molte ghiotte occasioni di avventura, le rimane la grande occasione di vivere da uomo vero, riconvertito a se stesso, l'ultima parte della sua vita, cercando di riparare ai danni che in passato ha provocato. Il nuovo Henry, a differenza del vecchio, un giorno sarà pronto per il grande salto. Quello vecchio sarebbe stato dilaniato dai terribili effetti dell'inautenticità (che procede sempre per rimozione). E vivere, così senza amore, senza intensità emotiva, senza verità, sarebbe stato per lui davvero inutile.



4 commenti:

  1. come diceva illich -e Aristotele prima ancora- il punto è vivere bene, non meglio.

    è proprio come oggi avvertiamo il tempo, fonte di insensatezza più che di senso, come spazio omogeneo di scorrimento (il tempo oggi scorre, non più viene per passare) che meglio reclama un eternità esentata da un prima e un dopo.

    bel post

    da

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  2. a proposito di henry è un gran bel film

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  3. "... Tutti gli uomini vivono ravvolti in lenze da balena. Tutti sono nati con capestri intorno al collo; ma è solamente quando vengono presi nel rapido, fulminio giro della morte, che i mortali diventano consci dei muti, sottili, onnipresenti pericoli della vita. E se voi foste un filosofo, sebbene seduto in una lancia baleniera non sentireste in cuore un briciolo di terrore più che seduto davanti al vostro fuoco serale con un attizzatoio, e non un rampone, accanto”

    Moby Dick, cap. LX

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    1. bella citazione, da uno dei miei romanzi preferiti.

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