mercoledì 20 giugno 2012

La danza della vita



Nel corso dell’ultimo secolo arte e letteratura si sono spesso piegate a rappresentazioni degradanti della realtà umana e della vita, nella convinzione che un’immagine disincantata della realtà contribuisse al progresso delle coscienze. Bisognava perciò in primo luogo dissipare le illusioni che rivestono di veli ricamati ciò che per sua natura è brutto, deforme, squallido. E la vita stessa che ne risultava (nella luce sinistra di questo opaco minimalismo) era appunto brutta, deforme, squallida.
A me le fiabe – e tutte le fantastiche narrazioni del folclore – hanno detto proprio il contrario, e con questo lavoro spero di averlo fatto capire.
Con occhi non pregiudizialmente dubbiosi, ho guardato alle forme che il femminile ha assunto all’interno della produzione delle antiche fiabe. Personaggi, ambienti e situazioni si sono offerti come simboli “puri” di tante esistenze reali, e delle difficili prove con cui i singoli sono costretti a confrontarsi, insegnando loro anche i modi e le strategie da utilizzare per poterle superare. La positività dell’archetipo femminile nelle fiabe spesso si misura dalla capacità di individuare nel trascorrere del tempo le spinte concrete alla realizzazione personale, sacrificando le parti di sé involute e infantili.
Ovviamente il femminile non va identificato tout court con la donna né il maschile con il maschio. Le fiabe parlano per archetipi e guai a chi pensa o cerca nella propria di vita di immedesimarsi con l’archetipo: sindromi di Biancaneve, Cenerentola o Peter Pan non ci danno certo esempi di personalità compiute, ma piuttosto penose caricature di umanità.
Per questa ragione sbaglia anche chi pensa di manipolare il linguaggio arcaico e il simbolismo delle fiabe estraendone la sceneggiatura del proprio universo piccolo-borghese, interpretando ad esempio le nozze finali come una manifestazione del convenzionale rapporto tra i sessi.
Nella fiaba le nozze celebrano simbolicamente la riconciliazione degli opposti: maschile e femminile: “lo sposo e la sposa non fanno che scambiarsi, per così dire, ricolme coppe d’oro e d’argento e sono un tutt’ uno in un mistico abbraccio” (1). Chi ha imparato a sposare dentro di sé il maschile e il femminile, elementi costitutivi di ogni personalità, sarà certo più umile, armonioso, creativo e capace. Le sue parole non cercheranno di seminare disprezzo o discordia. La verità di cui si farà portatore non sarà nè risentita né arida. Le sue orecchie sapranno ascoltare. Le sue mani guarire.

NOTE

(1) William Butler Yeats, prefazione all’opera di Lady Augusta Gregory, Dei e guerrieri, Studio Tesi, 1986 (pag. XXIII)

(Il testo è tratto da: Roberta Borsani, La danza della vita. Comprendere il femminile attraverso le fiabe, Lindau, Torino 2012)

domenica 17 giugno 2012

Il fascino di Medusa


CANTO SERALE
di Georg Trakl
La sera, se andiamo per oscure vie,
smorte ci incontrano le nostre ombre.
Ora chi ha sete
beva le bianche acque dello stagno,
dolci i lamenti della nostra infanzia.
Morti in riposo sotto il folto sambuco
guardiamo grigi gabbiani.
Nubi primaverili coprono la città buia
che tace i tempi di monaci eletti.
Quando io presi la tua mano esile
battesti piano gli occhi rotondi:
ora è perduto.
Ma se una buia armonia penetra l’anima
appari tu bianca ai paesi autunnali del cuore.

(Traduzione di Giaime Pintor)


Una mortale bellezza abita questi versi. Un fascino paralizzante cui non possiamo sottrarci: il fascino di Medusa. La dea dalla chioma serpentiforme in cui il Medioevo volle leggere l'allegoria del rimorso. Infatti Dante fa innalzare teste di Medusa ai diavoli posti a guardia delle città di Dite (il cuore dell'Inferno). Vogliono arrestare il suo viaggio fatale (che ricondurrà i vivi sulla retta via) e non trovano nulla di meglio che pietrificarlo con il rimorso: quello che non induce al pentimento, ma al contrario irretisce nella tela dei sensi di colpa senza soluzione, intossicando e uccidendo.
Fino a cinquant'anni fa la gente affollava i confessionali spinta dal desiderio di essere perdonata, sciogliendo il ghiaccio del rimorso nella malinconica dolcezza del perdono. Per la stessa ragione (non la sola ovviamente) negli ultimi cinquant'anni ha invece assiduamente frequentato lo studio degli analisti. Con una differenza: l'assoluzione del confessionale lasciava aperto lo spazio alla consapevolezza del proprio male. L'assoluzione che promette la psicanalisi (troppo coinvolta nel determinismo causa-effetto delle scienze fisiche) richiede spesso il ricononoscimento di uno statuto vittimario che sollevi il soggetto da ogni colpa, collimando in un'assoluzione che è in sostanza una giustificazione. Un processo giustificativo che non soddisfa l'interiorità dello stesso soggetto e presto o tardi lo espone nuovamente alla cattiva coscienza e al rimorso.
In realtà sarebbe meglio riconoscere che siamo tutti della stessa specie cui appartiene Erode - insieme a Francesco d' Assisi, Zarathustra, e Teresa di Calcutta ovviamente. Il male ci tocca e noi non possiamo non toccarlo, più o meno da vicino. Vero è che (e qui ha ragione la psicanalisi) non è possibile misurare con esattezza il male morale e stabilire con la certezza di un giudice la reponsabilità spirituale del reo. Lo spirito rifugge sdegnato i nostri sistemi di misurazione.

Di Trakl si scrive che si macchiò dell'infrazione del tabù fondamentale su cui si regge l'umana civiltà: la proibizione dell'incesto. Qualcosa di terribile accadde tra lui e la sorella Grete ("Non fiorì quella notte alcuna stella,/e nessuno, nessun per noi pregò./Solo, nel buio, un demone ghignò. Maledetti voi tutti! E il fatto avvenne"). Alcuni anni più tardi Trakl morì di overdose di cocaina (poco dopo aver tentato il suicidio). Grete, perso il bambino che aspettava dal marito, si sparò. Il tragico epilogo aleggiava da sempre come un'oscura premonizione sui versi del poeta. Versi che evocano (anche se più corretto sarebbe forse dire materializzano, perché il termine evocare ha una trasparenza che manca nelle atmosfere allucinate di Trakl) un mondo di cose sottratte al logos. Cose che posano chiuse e indecifrabili, eternamente identiche a se stesse. In attesa. In attesa di un evento terribile che è già accaduto e sempre si ripete.
Questo del poeta austriaco è il mondo di Medusa. Il mondo cosificato in cui i diavoli speravano di mutare il mutevole e vivo peregrinare di Dante (che mai non posa, ma va, scorre) cui Virgilio intimò di non guardare: "Volgiti indietro, e tien lo viso chiuso:/ che se il Gorgon si mostra, e tu il vedessi,/ nulla sarebbe del tornar mai suso".
Nessuno può infatti guardare nell'occhio di Medusa senza cedere alla sua malia. Che è fatta non di pentimento ma di rimorso: senso di colpa non finalizzato, autolesionistico (un mordere se stessi): frutto del narcissimo ferito di chi non accetta e si rimprovera la propria imperfezione - "possibile che io, proprio io...". E' un sentimento disperato dal quale si può fuggire solo facendosi "cosa". Senza storia, senza libertà e perciò senza responsabilità. Ecco perché il rimorso, se non sublimato dall'umiltà del pentimento, può condurre al suicidio.
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La frantumazione del soggetto operata dal pensiero contemporaneo rappresenta, da questo punto di vista, una comoda ma vana fuga dalle responsabilità della storia personale. Liberarsi della propria storia, negando la possibilità stessa di un io narrante, è al servizio dell'irreponsabilità e di un sentimento di innocenza (di cui si nutre poi ogni forma di vittimismo) che è falso.
Qualche tempo fa mi capitò di leggere un articolo in cui si raccontava la storia di un' adolescente, che, consumato (brutta espressione ma in questo caso appropriata)un rapporto sessuale con un coetaneo incontrato a una festa, si mise all'affannosa ricerca di un ospedale in cui le venisse rilasciata la ricetta della pillola del giorno dopo. Ciò che mi stupì nell'articolo fu che, di fronte alle difficoltà che la ragazza incontrò peregrinando sola da un ospedale all'altro in cerca di un medico non obiettore (non si capisce perché ma i medici possono obiettare anche su questa pillola che in verità non è abortiva), l'autore non esitò a definire la ragazza come una povera "innocente". Un aggettivo che mi sembrò davvero inappropriato. Inesperta certo sì (e perciò non consapevole delle difficoltà che in certe regioni d'Italia può incontrare una donna che voglia assumere la pillola del giorno dopo), ma innocente... Leggere e scrivere la sua storia come una storia di innocenza violata è fuorviante e più al servizio dell'ideologia che della verità (ma chi non crede al soggetto di solito non crede neppure alla verità).

Se noi riconosciamo la possibilità che vi sia invece un soggetto narrante afffidabile che racconta la sua storia (ma che non si esaurisce mai completamente nella storia), e intendiamo al contempo la sua storia come mai conchiusa ma dialetticamente aperta all'evento-avvento (il nuovo, la nascita), ecco che questa stessa storia diventa in potenza una storia di salvezza, versando acqua rigenerativa (quanto di più contrario alla pietra di Medusa) nella zolla del già-stato. La figura del pellegrino è un'allegoria perfetta : c'è la dinamicità di un andare finalizzato (speranzoso di un fine che va oltre le cose - non reificabile) da un lato, e c'è la bisaccia del pellegrino che si porta dietro la memoria della sua finitezza (e del suo male), dall'altro. Infatti Virgilio consiglia a Dante di guardare indietro (che è come rivolgersi al passato) per non guardare Medusa: invita cioè a filtrare e proteggere la propria memoria (conoscenza di ciò che sta dietro) attraverso un guardare umano, guidato da un maestro che rappresenta e preserva la tradizione (Virgilio stesso ad esempio), per non affidarsi all'occhio spietato di una presunta oggettività accecante. Dante infatto deve non solo volgersi indietro, ma deve anche nascondere la sua vista ("tien lo viso chiuso"), sottrendola ad una perlustrazione predatoria e assassina.
La letteratura ci ha lasciato splendidi quadri di esistenze redente ( e non raggelate) dalla memoria del male commesso: Jean Valjean, ad esempio, ma anche il manzoniano frate Cristoforo (meno riuscito, l'Innominato). Gente che non ha guardato in faccia a Medusa (come invece Anna Karenina o Madame Bovary: perché, se il vittimismo va bandito, resta il fatto che i condizionamenti sociali e la disponibilità della comunità al perdono hanno una grande importanza. Si sa che alle donne si è perdonato molto meno che all'uomo, soprattutto a proposito della morale sessuale).
Se poi si debba e sia davvero risolutivo tagliare la testa di Medusa, questa è un'altra questione. La perentorietà violenta dell'atto di Perseo (eroe solare) è tipica del logos occidentale che si illude di poter cancellare la dimensione delle ombre (con cui confinano il mito, la tradizione e in sostanza ogni narrazione) con la semplicità della negazione: zac, un colpo di lama e Medusa non esiste più.
Illusione. La chioma anguiforme di Medusa è lì a ricordarci un potere oscuro e incessantemente rigenerativo, più ostinato e caparbio di qualsiasi lama. Quello delle cose che strisciano. Disseccata la pelle, la sostanza vive.
Infatti la testa di Medusa, ancorchè staccata dal corpo, continuò per un pezzo a pietrificare con lo sguardo (e del suo malefico potere Perseo non esitò a servirsi pietrificando o ricattando i nemici: come a dire, chi conosce i rimorsi del prossimo, l'ha in pugno). Alla fine la testa fu donata ad Atena, dea dell'intelligenza femminile, della giustizia e della tessitura. Colei che donò a Perseo lo specchio, attraverso il quale fissare Medusa senza essere mutato in sasso. Di questo però parleremo un'altra volta.