giovedì 2 agosto 2012

La Grande Muraglia e la pelle di don Abbondio


Narra Jorge Luis Borges nel racconto intitolato La muraglia e i libri (apre la raccolta "Altre inquisizioni", edito da Feltrinelli) di "quel Primo imperatore Shih Huang Ti", (vissuto ai tempi delle nostre guerre puniche) il quale, ordinata la costruzione della Grande Muraglia cinese, "dispose anche che venissero dati alle fiamme tutti i libri scritti prima di lui" e condannò centinaia di intellettuali ad essere seppelliti vivi. Lo stesso imperatore ordinò che mai a corte si parlasse di morte e "si gloriò, in iscrizioni che sono rimaste, del fatto che tutte le cose, sotto il suo impero, avessero il nome che loro si addice".
Bruciare i libri, in cui si deposita il passato e la Tradizione che per sua natura misura e giudica; costruire una lunga muraglia che isola e chiude all'interno di confini conosciuti, negando valore a tutto ciò che non è noto (al lontano e al futuro); infine pretendere di aver concluso l'avventura del linguaggio identificando l'essenza delle cose nei nomi assegnati dall'uomo, sono operazioni che vanno tutte nella stessa direzione e mirano a congelare la vita nell'inerzia di un contingente senza aperture e senza fioritura, un presente che, pretendendosi perfetto, respinge il seme della nascita. Ciò che non nasce, infatti, non muore.
Di Shih Huang Ti si racconta che fu ossessionato dall'idea della propria mortalità, al punto da inviare diversi uomini scelti in un luogo misterioso della tradizione taoista in cui si diceva vivessero creature immortali. Quegli uomini scelti però non trovarono traccia di simili creature e perciò non tornarono dal loro imperatore, che a sentire una simile notizia si sarebbe di certo infuriato vendicandosi su di loro. Preferirono fuggire lontano, in Giappone, lasciando il loro signore in preda a dubbi angosciosi e sospetti sull'esito della spedizione..
Le mura dell'imperatore ossessionato dalla morte, e noto anche per l'esercito di terracotta di cui fu il committente, sono in grande scala l'equivalente della "pelle" di don Abbondio. Un involucro isolante destinato alla perpetuazione del sistema.
Posto di fronte all'imprevisto e a quel minimo di rischio che ogni esistenza porta con sé, il curato di Manzoni si appella sempre ai sacrosanti diritti della sua pelle, sopra la quale, in termini di dignità ed importanza, non riesce a intravedere nulla - "egli (Renzo) pensa alla morosa, ma io penso alla pelle, il più interessato sono io": La pelle, per un individuo che non conosce carezze, è l'equivalente di un guscio che non solo ripara, cosa buona in sé, ma soprattutto separa. Ritaglia la propria figura dalla corrente della vita, per farla durare il più possibile. Per don Abbondio "vita" e "pelle" sono sinonimi e conservano entrambi un significato ristretto e mortificante: la pelle è la vita che si porta a casa scampando il pericolo. Il godimento meschino della pura sopravvivenza.
Shih Huang Ti sostenne che l'essenza delle cose grazie a lui fosse per sempre correttamente nominata. La scia che questa affermazione si porta dietro è quella di un desolato silenzio - la fine di ogni recherche. Il silenzio che assorbe e annulla ogni slancio e ogni desiderio del nuovo. Il silenzio che zittisce la critica, il libero pensiero, e fa pendant con la viltà e l'ingiustizia. Per giustificare la fine di una storia d'amore o d'amicizia, spesso concludiamo che "non avevamo più niente da dirci". C'è infatti un silenzio non buono, fatto di assenza di significato da regalare e da accogliere. Un silenzio sabbioso come il deserto da cui è meglio fuggire.
Don Abbondio lotta malamente, da pover'uomo - pieno per fortuna di contraddizioni e debolezze- contro la parola e contro quella verità che nella parola si fa strada. Invano implora intorno a sé l'omertà protettiva del silenzio: "Giunto sulla soglia, si voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca, disse, con tono lento e solenne: - per amore del cielo! - e disparve". Si è confidato con la serva, e la serva per tradizione non sa tenere segreti. Senza la serva i Promessi Sposi d'altra parte non avrebbero storia, soprattutto non sarebbero un romanzo ma una tragedia. Renzo non verrebbe a conoscere il reale motivo della mancata celebrazione del suo matrimonio e i bravi inviati da don Rodrigo riuscirebbero a rapire Lucia in quella notte che viene ricordata come notte degli imbrogli.
Ci vuole un po' di umorismo (di commedia) per comprendere che non tutti i segreti sono fatti per essere taciuti. Che alcuni segreti sono figli non della rivelazione ma della menzogna e non meritano rispetto.
L'imperatore Shih Huang Ti questo però non poteva capirlo. La sua nascita aristocratica lo spingeva immancabilmente verso la tragedia, annoverandolo fra i suoi personaggi. E come ogni eroe tragico morì combattendo inutilmente il Fato, tradito dalla sua stessa ansia di immortalità. Per allungargli il più possibile la vita, si narra, gli veniva somministrato un medicamento a base di mercurio (sostanza che nelle pratiche di un certo taoismo, sotto forma di cinabro, genera immortalità). E il mercurio lo uccise.



2 commenti:

  1. Molto significativo soprattutto il particolare della serva....il ruolo dei servi è stato determinante nella storia...
    il prossimo libro del Manzoni che leggerò è:
    storia della colonna infame.

    Complimenti per gli interessanti spunti :)
    c.

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  2. La Storia della colonna infame è un libro molto interessante e d'intento molto nobile.
    Ciao.

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