mercoledì 8 agosto 2012

Prima del principio


All'inizio, per primo, fu il Caos
Esiodo, Teogonia

Caos. L'illimitato senza sagoma, impensabile, magmatico, da cui si doveva sollevare qualcosa, - la larva di un'identità - perché la Vita, bella, multiforme e stellata avesse luogo e si chiamasse Kòsmos. Mondo ordinato. Lindo, squillante, perfetto come il fiore di cicoria nato ai bordi di una strada polverosa. Simmetria ancora nuda.

Caos e Caso sono l'uno l'anagramma dell'altro. Se il primo regna, il secondo è legge.
Sono Caos e Caso, questa coppia oscura, a precedere la vita?
Questa è la domanda che tormenta ogni bambino, quando è ancora sul bordo dell'origine, incerto tra l'essere e il non essere. Mezzo nell'essere e mezzo... dove? L'abisso, il nulla, il vortice... cos'è che precede?

Un bambino, anche quando è della misura di una lenticchia d'acqua, non può pensare a ciò che lo precede come a un abisso. Non può pensare il senza forma e senza legge. Un bambino, anche quando è ancora un cerchiolino, non può chiamare madre il Caos e non può chiamare padre il Caso. Perché se fossero loro a fargli da madre e da padre, allora il bambino sarebbe lo sputo di un che d' incomprensibile, buono solo a cadere.

Il bambino però non è uno sputo. Uno sputo non prova niente davanti a un fiore di cicoria e non si chiede cosa c'è prima del fiore. Che cosa gli fa da padre e da madre.
Uno sputo può solo cadere. Non riesce ad essere che è già stato. Uno sputo si ferma sempre prima della soglia dell'essere.
Il bambino invece "è" ed è "qui, adesso". Il suo presente è il suo impeto. Il traboccare capace di spingerlo alla luce. Così il cerchiolino si copre di gemme.
"Essere qui è splendido". Troppo, pensa il bambino, perché sua madre sia il Caos. Troppo, perché suo padre sia il Caso.

Anche Esiodo, in fondo (e forse senza saperlo, perfino senza volerlo), sentiva così. E perciò scrisse che, se all'inizio fu il Caos, "in seguito, quindi" vennero "la Terra dal largo petto, dimora sicura per tutti gli immortali, che abitano le cime del nevoso Olimpo, e il Tartaro Tenebroso nei recessi della Terra dalle larghe vie; quindi venne Eros, il più bello fra gli dei immortali, colui che scioglie le membra" (Teogonia, vv. 116-122).
Il bambino non riesce a capire quel "quindi", però. Si domanda in che modo vennero la Terra e l'Olimpo, il Tartaro ed Eros. Chi fece loro da madre e da padre? Quale misteriosa architettura si stese tra il Caos e la Terra - abisso il primo, giardino delle forme l'altra- rendendoli inspiegabilmente compagni?
Il bambino si agita e inquieta, ponendosi domande per cui non ha risposta (non c'è risposta, ma il bambino è ancora troppo piccolo - un cerchiolino!- per sospettarlo). Così, per calmarsi, si racconta una storia. La solita.
All'inizio, per primo, fu il Caos, in seguito, quindi, vennero la Terra dal largo petto... e il Tartaro tenebroso...e poi l'Olimpo scintillante di neve. E quindi Eros, il più bello fra gli immortali, colui che scioglie le membra, e sognandosi figlio suscita la schiuma da cui nasce Afrodite.
Nella schiuma il bambino riconosce- o crede di riconoscere- il soffice chiarore della madre di ogni madre, la corona di giunco del padre di ogni padre. Appagato, si ravvolge nel suo cerchio e si addormenta. Se sogna, le sue gemme si gonfiano, diventano testa, piedi, mani, braccia, gambe, cuore, reni...
Il bambino non è più un cerchiolino, dorme e sogna come il ramo di melo nelle ultime brine di marzo. (E che nessuno lo svegli).



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