venerdì 21 settembre 2012

Fiabe dell'adolescenza: Piumadoro e Piombofino


Guido Gozzano ci ha lasciato una raccolta di fiabe di grande delicatezza, frutto del suo amore per tutto quanto, nel mondo della fantasia come nella realtà, sa evocare il sentimento liberante della leggerezza e la "grande tenerezza per le cose che vivono". Che si tratti di creature fatate, di farfalle dall'esistenza effimera - classificate con precisione da entomologo - di cetonie smeraldine o di nivei soffioni, la loro natura è quella della spuma.
Le sue fiabe parlano all'intimità di chi, a prescindere dell'età anagrafica, si trova a vivere il difficile momento di passaggio da uno stato all'altro. Lo scrittore, a causa delle precarie condizioni di salute che ne decretarono la morte all'età di soli 33 anni, si sentiva forse una sorta di guardiano delle soglie: sospeso nell'istante vertiginoso in cui la crisalide si muta in farfalla (E alle farfalle dedicò infatti un'opera rimasta incompiuta).

La fiaba Piumadoro e Piombofino racconta la storia di una povera fanciulla, la cui infanzia trascorre con la sola compagnia del nonno carbonaio, "amata dalle amiche e dalle vecchiette degli altri casolari". All'età di 14 anni si fa leggera, ma così leggera, che il nonno dapprima è costretto ad appendere quattro pietre all'orlo della sua gonna, per non farla trascinare via dal vento, poi a chiuderla in casa, dove però lei si annoia mortalmente e chiede al nonno di soffiarle addosso per farla volare su e giù nella stanza, come una piuma. Di lì a poco il nonno muore e Piumadoro è costretta ad uscire si casa, lasciandosi rapire dal vento e seguendo inerme le sue correnti,sempre come una piuma. E' vegliata però, per fortuna, dalla Fata dell'Adolescenza che la aiuta a superare prove importanti, donandole tre chicchi fatati (con i quali vince le tentazioni dell'illusione, che si presentano sotto forme diverse). La missione che affida alla fanciulla è di andare a cercare il reuccio delle Isole Fortunate, il quale poveretto soffre del problema opposto al suo. Lui è così pesante ma così pesante, da non potersi spostare: sprofonda ovunque, ad esempio nel pavimento della sala regale del Gran Consiglio, dove sta conficcato e impotente. I suoi parenti si disperano ma non sanno come aiutarlo. Un astrologo ha predetto che solo una stella venuta dal cielo lo salverà, e per questo dalle torri e dalle mura si scruta giorno e notte la volta celeste. Piumadoro giunge un meriggio attraverso l'aria celeste, accompagnata da un corteggio di cose leggere (soffioni, pieridi del biancospino, cetonie), simile a una cometa. Vedendo la testa del reuccio emergere dal pavimento le volerà accanto e sulla bocca poserà il fatidico bacio. Otto giorni più tardi verrà celebrato il matrimonio tra Piumadoro e Piombofino che, grazie a quel bacio, hanno ritrovato un normale rapporto con le leggi gravitazionali e con il mondo fisico: con il cielo, ma, soprattutto, con la terra. Piumadoro la fuggiva e Piombofino invece vi sprofondava come dentro le sabbie mobili rimanendovi imprigionato.
Piumadoro rappresenta bene la fanciulla che nell'età della pubertà preferisce vivere in una sfera ideale di sogni ariosi e sbrigliati, libera dal senso di realtà e felice a suo modo (la leggerezza la attira, tant'è che è Piumadoro stessa a chiedere di essere soffiata per vincere la noia delle pareti domestiche); felice abbastanza finché ha accanto il nonno che le permette da un lato di assaporare il piacere della sua leggerezza, dall'altro di non recidere completamente i legami (le quattro pietre e le pareti della casa) con la realtà fisica. Il nonno è sì un elemento maschile positivo, perché benevolo e protettivo, ma nella sostanza rimane infecondo e inaffidabile. Per limiti di età non può offrire un modello di adultità indispensabile a chi cresce accanto a un vecchio e a vecchiette o ad altre fanciulle (le coetanee) che la amano, ma non possono garantire alcuna guida inziatica. Piombofino invece è schiacciato da un peso che lo tira verso il basso, molto più doloroso da sopportare dell' inconsistenza di Piumadoro, anche perché espone al disprezzo e al ridicolo. Si tratta forse del senso della sua responsabilità di reuccio che non lo lascia libero di vivere spontaneamente i desideri dell'età, e lo inchioda ai doveri, riservandogli solamente i sogni dell'uomo "de panza", autoritario, fermo, senza poesia. E' vigilato da parenti che lo amano però non possono aiutarlo, per quanto ricchi e potenti: il problema va al di là delle loro capacità, perché loro stessi non sanno vedere oltre il trono, il castello, tutti simboli di magnificenza e di potere cui sono tenacemente attaccati. Nessuno di loro infatti lascia il castello per andare alla ricerca di una soluzione, tutti aspettano fermi (come paralizzati) che questa piova dal cielo. Una corte opprimente, quella del reuccio.
Il peso di Piombofino può rappresentare anche quello di chi non si sente "all'altezza". Il giovane ha l'età per essere chiamato "altezza" dai suoi sudditi, ma lui non si sente pronto ed è tormentato dal senso di inferiorità rispetto alle qualità che il suo ruolo sociale evoca. Per questo si intristisce e sprofonda, smascherando la "bassezza" avvertita di fronte al modello convenzionale e idealizzato di re. Soltanto se tornasse a sperare e a sognare cose diverse da quelle del suo ruolo sociale, avvertendosi desiderabile e amabile come persona fragile (nonostante il peso) e bisognosa, potrebbe recuperare il sentimento di una sua personale e più intima regalità.
Il mito che sottende la fiaba e la accompagna nel suo viaggio verso le "nozze celesti" è quello della opposizione tra Yin e Yang che deve riconoscersi come complementare e amare per trovare l'accordo di una nuova armonia.
L'opposizione è interna agli stessi personaggi. Piumadoro è leggera e bianca, eppure viene da stirpi scure di carbonai usi a guadagnarsi il pane frugando nella nera terra. Piombofino viene invece da un'ascendenza illustre di regnanti, ma sprofonda come il più ignobile e ottuso dei metalli: il piombo. Solamente chi lo ama può ricordare la sua finezza d'animo, il nobile oro di cui è fatto. Piumadoro, che pure non l'ha mai veduto prima, riconosce in lui lo splendore originario e la natura preziosa di chi merita il miracolo. Vede il principio di un governo augusto, capace di rigenerare il regno.
Lo strumento di guarigione è un bacio, simbolo di intimità, freschezza, fortuna. Ciò che serve per rigenerarsi, liberandosi dei propri fantasmi interiori e dei malefizi che vengono dall'esterno (perché c'è sempe qualcuno che più o meno consciamente brama la cattiva sorte altrui).
E' per salvare Piombofino e il regno intero che Piumadoro trova l'entusiasmo per tornare a terra, rinunciando a una condizione esaltante ma inautentica ed effimera, drogata da un senso di vertiginosa onnipotenza. Scende a terra per diventare regina e compagna di un re che ha conosciuto la noia del trono come lei ha conosciuto quella delle pareti di casa. Così potranno governare con saggezza, dando un'impronta davvero originale e non convenzionale al regno.
La fiaba ci dice anche che la guarigione degli squilibri scatenati dalle fasi di passaggio, spesso viene da correnti naturali (il vento) e insieme spirituali (la Fata). Le storie degli adolescenti il più delle volte si risolvono bene, anche in assenza di un intervento terapeutico. A parte, ovviamente, i casi più drammatici dai risvolti seriamente patologici.

La tentazione dell'altezza e della vertigine è forte durante l'adolescenza e può condurre su strade di grande sofferenza. Piumadoro, dicono spesso gli studenti di prima superiore davanti a questa fiaba che ancora sa incantarli, ricorda un po' una ragazza anoressica. Comincia a perdere peso a 14 anni, l'età in cui le anoressie più ostinate e difficili esplodono, ed è infastidita dai limiti fisici (le pareti, il soffitto), simbolo di rapporti familiari rigidi e stereotipati, che hanno smarrito l'impulso creativo. Piombofino, per contro, rammenta quei giovani obesi che si seppelliscono nella propria carne, diventando spesso oggetto di scherno da parte dei coetanei.

Aggiungo qui un pagina del mio libro "La danza della vita" (Lindau), dove racconto una possibile storia di anoressia.


Come un filo di acciaio - Storie di anoressia


Cecilia ha 15 anni, studentessa al primo anno di liceo. Fino a sei mesi fa era una ragazza molto graziosa. Alta, snella, occhi luminosi e lunghi capelli sciolti sulle spalle. Poi ha smesso di mangiare, perdendo la bellezza di 22 chili: da 50, per un metro e 70 di altezza, a 28. La pelle è giallastra, gli occhi spenti, le labbra smorte, i capelli inerti.
Poco prima che iniziasse questo brutto periodo, aveva scritto sul suo diario:

Sono cambiate troppe cose quest’anno insieme alla scuola. Finché ero una ragazza di terza media mi sembrava di contare qualcosa, e scommetto che contavo nel mio mondo. Adesso ho l’impressione di non contare più nulla. Di non essere nulla.
Ieri sono stata a una festa. I ragazzi e le ragazze si tenevano la mano. Però c’era qualcosa che non mi tornava. Qualcosa di stonato. Ma probabilmente sono io che stono, mi sento così diversa…
Ieri ad esempio ero in macchina con i miei. Prima di salirci, avevo strappato un fiore da un vaso e non so perché. L’ho buttato dal finestrino e intanto mi venivano in testa queste parole: «Ho lasciato cadere un fiore come un soldato con le braccia aperte, come la mia giovinezza caduta senza profumo». So che sono parole orribili per una di quindici anni, ma mi sono venute in testa da sole, non posso farci niente.
Al liceo le sezioni sono tante: si arriva fino alla G. Certi prof. hanno gli occhi che sembrano di vetro: ci puoi passare attraverso e loro neanche se ne accorgono.
La geometria è bella: mi piace risolvere problemi. L’algebra invece non ha neanche un briciolo del fascino che le attribuivo (mi piaceva il nome, e invece!).
Io faccio sempre qualche errore di calcolo, non sono mai stata brava con i calcoli.
E invece è tempo di imparare a contare. Devo pur trovare un modo per tenere sotto controllo questo schifo che mi sta accadendo. Ho cominciato con le calorie. Quante ne contiene una mela, un cracker, un bicchiere di latte?
Mi do dei consigli: resta magra, anzi, fatti più magra. È il solo modo di fermare il tempo. Perché prima era bello, prima era bello. È un pensiero che ritorna ossessivo. Prima era bello. Quando ero piccola. Magra. Anche adesso sono magra, ma domani potrei ingrassare (ho questa sensazione) e perdere il controllo.


L’anoressia è una lotta contro il tempo, e non per arrivare il più in fretta possibile, ma per tornare indietro, nuotando anche controcorrente, e mettere in salvo… Mettere in salvo che cosa? L’infanzia, con la sua magia, le fantasie di una perfezione estatica che ora s’infrangono una dopo l’altra contro il grigiore della realtà.
Cecilia, come ogni anoressica, è una sognatrice. A lungo è rimasta nell’angolo di una stanza a immaginare quello che sarebbe stato. Qualcuno, tra gli adulti, in famiglia, ha in passato approvato e benedetto questo immaginare un po’ fuori misura, che proprio per la sua inconsistenza sul piano di realtà lasciava intatto l’ordine familiare.
Cecilia è stata una brava bambina. Si è accontentata di poco: doveva accontentarsi di poco. La sua mamma risponde al tipo che nel linguaggio della terapia familiare si definisce imitativa. Recita la parte di madre con la minor dose di coinvolgimento affettivo possibile. È spesso fredda e distante, senza tenerezza, limitando il più possibile i suoi interventi al mero accudimento. Davanti agli entusiasmi della figlia reagisce con l’ironia e la squalifica. L’infanzia (degli altri) la infastidisce.
Non che la madre dell’anoressica risponda necessariamente a questo quadro. Può presentare caratteristiche anche opposte ed essere invadente, ciarliera e soffocante. Avvertendo confusamente che la sua funzione materna è debole e inautentica, può mettere in atto comportamenti intrusivi, poco rispettosi della dignità e dell’autonomia dei figli. L’invadenza, indagata a fondo, è una simulazione di affetto dietro la quale certe madri cercano di rivivere attraverso la figlia la propria giovinezza non (o mal) vissuta. Anche la madre intrusiva e sconfinante è in sostanza una madre imitativa, come quella di Cecilia. Anzi, le due diverse modalità connesse all’imitazione del ruolo (anaffettività e invadenza) possono anche coesistere. Madri intrusive e ficcanaso, incapaci di autentico trasporto affettivo, ci sono eccome.
Quella in cui si trova inserita la ragazza anoressica è una catena intessuta di femminile negativo, narcisismo ferito e infanzia frustrata. Ogni anello della catena è costituito da una madre immatura, troppo invischiata nei bisogni inappagati della sua infanzia per poter vivere con soddisfazione il materno.
Il padre è lontano, assente oppure minaccioso o, ancora, imprevedibile. Delega la cura dei parenti alle donne. Lui lavora il più possibile, fuggendo una tenerezza e un’intimità imbarazzanti.
Cecilia, nell’infanzia, ha dovuto compensare la carenza di attenzioni mediante un’immaginazione smisurata. Il che poi, nell’adolescenza, l’ha resa un po’ diversa. Sospettosa e selettiva nei confronti di una realtà che, assaggiata, è amara. Bisogna berla però, e berla tutta, come una medicina. Pare che solo bevendola si diventi grandi. Cecilia non ci sta. Si rivolta, ritorna nel suo sogno. Può farlo perché molto di lei è rimasto «selvatico». Non coltivato. E il selvatico è difficile da estirpare, resiste con la tenacia delle erbe di campo. Questa è la ragione per cui adesso le stanno tutti addosso. Tutti a dire che «deve uscire», anche chi in passato benediva il suo starsene in un cantuccio a leggere e sognare. Ma adesso il suo rimanere fuori dai piedi, senza dare fastidio, come se non esistesse, non è più funzionale al sistema.
Adesso l’angolo della stanza è diventato una torre altissima. La ragazza che ha smesso di mangiare guarda dall’alto e nulla di quanto accade quaggiù, nei livelli bassi, la può toccare. È «fuori dimensione», ma non ondeggia come pensava, non è leggera come una piuma. Perché fa freddo in vetta alla torre, ci soffia l’alito ghiacciato della morte.
Chi la potrà salvare questa ragazza cava, senza sostanza e senza carne, sottile e dura come un filo di acciaio? La sua protesta è radicale, assoluta, e dilaga, non conosce quartieri. Non è più contro il padre o la madre, come qualche psichiatra vorrebbe. Ma contro il tempo, l’Orco. Contro Dio. Contro tutti i distruttori dell’Eden.





giovedì 6 settembre 2012

Nascere dalla spuma del mare. Il mito di Afrodite ed Edith Piaf.


La grande dea che presiede alla generazione ed alla moltiplicazione delle specie, diffondendo ovunque il soffio del "Desiderio bello", come scrive Esiodo, illumina la scena del divino delle civiltà più antiche. I Greci la chiamano Afrodite, da aphròs, schiuma.
Intorno alla sua nascita il mito ha fornito diverse spiegazioni. Una in particolare è stata immortalata dalla poesia e dalla pittura e ci mostra Afrodite mentre esce nuda dalla spuma del mare, acqua resa fertile dallo sperma emesso dai genitali di Urano, che ha subito l'aggressione del figlio Crono, convinto dalla madre Gea ad evirarlo con un falcetto di diamante.
Si potrebbe pensare ad una partogenesi al maschile, ma nel mito l'elemento femminile è presente - benché privo di quei caratteri antropomorfici che i genitali di Urano conservano - nell'immagine dell'acqua, elemento duttile, pervasivo, inarrestabile. Ovunque, infatti, è diffusa la capacità del femminile di accogliere la forza generativa del seme, come ovunque il seme maschile viaggia e feconda. Il mito della nascita di Afrodite si presta a molte possibili interpretazioni, più o meno profonde, ma per prima cosa ci rammenta la forza vitale esplosiva e incontenibile da cui si genera e si rigenera il mondo.E' la forza che fa nascere l'albero di fico dalla crepa di un vecchio muro - vecchio come Urano costretto a cedere il trono al figlio Crono.
Afrodite, divinità da cui viene il desiderio erotico, è l'estremo frutto di un re fecondatore che la regina ormai respinge (a ragione, visto che le sottrae i figli per nasconderli nelle viscere della terra - nel Tartaro - cioè di Gea: una sorta di aborto imposto con violenza. I figli nel grembo sono frutto benedetto da portare alla luce, ma ricacciati nel fondo oscuro delle visceri divengono rifiuti da espellere, cose "sporche" e di troppo ). I genitali di Urano ritrovano la loro forza generativa nel momento in cui vengono liberati dall'egoismo di un io cosciente maschile abbarbicato al potere e perciò non più prodigo, non più augusto ("che fa crescere"), non più generatore di vita e perciò abortifero.
La spuma del mare appare leggera e luminosa come un fiore, odorosa di salsedine, invitante. Un simbolo elementare e perfetto di seduzione. Afrodite, figlia della sovrabbondanza (nata dalle gocce di sperma dei genitali di Urano caduti nel mare), dispensa bellezza e desiderio attraverso cui da sempre si propaga all'infinito la vita e si perpetuano le specie.
Ogni creatura, in fondo, scaturisce da quella spuma soffice e benigna. Ogni creatura è, come la Venere del Botticelli, accolta e baciata dalle acque fin dalla nascita, a prescindere dalla volontà e dai progetti degli esseri umani. La carne del mondo ama la creatura fin da subito. Agli uomini, come sempre, spetta poi farsi portavoce della volontà ancora addormentata nella carne che generosamente segue l'impulso insito nella generazione ma nulla sa con coscienza. Fin dall'origine si profila il compito dell'uomo, che è di dare i nomi alle cose, cioè di portare in superficie, alla luce della coscienza, quello che è già scritto nell'essere attraverso caratteri preziosi e inconsci, i quali per essere colti richiedono vista e sensi acuti, liberi da pregiudizi e convenzioni. Molte filosofie hanno intuito questa particolare posizione dell'uomo rispetto al creato, che la barbarie in cui è caduto il pensiero ai giorni nostri nega, e mentre libera l'uomo dalla sua parentela con lo spirito dei segni profondi, lo consegna alla condizione di mera bestiola intelligente altamente adattabile.
La generosità che poeticamente presiede l'origine (ogni origine) viene ignorata e questa ignoranza alimenta noia, accidia, mancanza del senso di responsabilità che ogni uomo ha davanti alla realtà. L'idea dell'esistenza come di un essere-gettato.
Non c'è abbastanza seme, non c'è abbastanza acqua nelle coscienze. La vita continua a generare, ma in quelle zone dell'esistenza che la coscienza non raggiunge.
Le persone eccezionali sono persone generose: sono grandi perchè fanno essere grandi, trasmettendo il senso di meraviglia, maestosità e splendore che è nelle cose. La vita trova nel loro cuore il grembo di gestazione in cui tornare a nascere. Chi ha cancellato dentro di sé l'impulso a generare (da interpretare nel senso ovviamente più ampio possibile) si condanna alla meschinità.
Una possibile figura dei nostri giorni capace di incarnare in modo personale, sincero e appassionato l'archetipo di Afrodite è stata la cantante francese Edith Piaf. Ha avuto un'esistenza terribilmente complicata fin dall'inizio: partorita sulla strada dalla madre assistita da un poliziotto, ha vissuto un'infanzia disordinata e probabilmente senza tenerezza. Affamata di attenzioni ha sofferto la perdita di quello che è stato probabilmente il grande amore della sua vita, morto in un incidente aereo, come anni prima era morta di meningite la bambina avuta a soli 17 anni. Eppure di amore continuava a cantare, scrivendo talvolta lei stessa i testi struggenti delle sue canzoni, continuando ad innamorarsi e a fare innamorare.
Di Edith Piaf ricordo l'ultima uscita sulla scena, del 1963. L'artista, che per venticinque anni aveva catturato l'anima di milioni di ascoltatori, appare devastata dalla malattia, il colorito spento, le spalle curve e la capigliatura rada. Il pubblico la osserva attonito e avvilito. Ma la musica parte, si alza la sua voce, ed è ancora splendida, perfino più viva ed espressiva che in passato. La donna ha il fegato devastato dai farmaci, sta per morire. Eppure canta spalancando la gola in quel suo corpo da uccellino. Canta "Je ne regrette rien/ ni le bien qu'on m'a fait, ni le mal/ tout ça m'est bien egal.../C'est payé, balayé, oublié/ je me fous du passé....je repars a zéro...Je regrette rien/ car ma vie/car mes joies/aujourd'hui/ça commence avec toi...". Non rimpiange nulla, del passato ha dimenticato tutto, bene e male, che ai cuori liberi dal risentimento non appaiono infine poi così diversi. E' pronta a ricominciare da zero e in compagnia di un tu, che un tempo doveva essere un amore, con un nome e un volto, ma adesso...adesso può essere solo "l'amore". Un'anima generosa è sempre rivolta verso un tu ed è sempre innamorata. Sempre sul punto di generarsi di nuovo, accettando l'avventura di una nuova nascita.
Edith Piaf è stata la voce di Afrodite, di cui ha incarnato in profondità tutti gli aspetti. Afrodite degli amanti, madre della giovinezza e dell'erba verde (verde è il colore di Afrodite) che le nasce sotto i piedi. Afrodite gloriosa e regina di Cipro, "dalla corona d'oro" (Inni omerici, Ad Afrodite). Infine Afrodite Urania, dea della pietà celeste. Ci pensò forse l'astronoma sovietica Ljudmila Georgjevna Karachina che nel 1982, scoprendo un pianeta, classificato con il numero 3772, decise di denominarlo Edith Piaf.

Edith Piaf, Je ne regrette rien