venerdì 21 dicembre 2012

Conversazione su La danza della vita


Conversazione su La danza della vita,
di Nadia Agustoni

Un libro sul significato delle fiabe in rapporto al femminile è quello scritto da Roberta Borsani, saggista, scrittrice e insegnante, che dedica a questo tema un’interessante riflessione rileggendo per noi alcune celebri storie, Biancaneve, Rosaspina, La piccola fata e Hansel e Gretel; in quest’ultimo caso operando una riscrittura per evidenziare come la trama della fiaba, toccando la questione del cibo e della fame, a livello psicologico/simbolico incontri la complessa questione dell’anoressia/bulimia. Borsani in “La danza della vita” Lindau 2012, compie quasi un percorso iniziatico e porta noi lettori, tramite i personaggi delle favole, in zone d’ombra interiori affinché possiamo vedere da cosa siamo influenzati inconsciamente e come gli archetipi agiscano attraverso di noi. L’autrice, ricordandoci cosa significa avere un destino, parla di fate sagge e streghe cattive come di due estremi necessari per aiutarci a comprendere quale sia il nostro cammino e a realizzarlo. Importante, e non ultimo, ricorda che nelle fiabe anche le nozze di maschile e femminile “celebrano simbolicamente la riconciliazione degli opposti” ed è solo “sposando” dentro di noi tutti gli elementi costitutivi di una personalità che potremo avere una vita più armoniosa e creativa.
Seguendo il filo di altri autori ( Marie Louise Von Franz, Paola Santagostino, James G. Frazer tra gli altri) Roberta Borsani racconta perché le fiabe sono necessarie e fortificano, soprattutto aiutandoci nel quotidiano e nello svolgimento di quei compiti, che spesso mal compresi, ci mettono in conflitto con parti di noi che poi finiamo per ignorare fino a che diventano ferite troppo profonde.
La fiaba non rende il mondo semplice; ricorda a chi legge che la vita è pericolo e non tutti, non sempre, ce la fanno. La fiaba conduce dove è difficile pensare e nella fiaba, la portatrice di destino, non può non avere coraggio.

A Roberta Borsani ho posto alcune domande sul libro.

Nel libro lei accompagna la rilettura di ogni fiaba con un saggio dove spiega quale tipo umano corrisponda a una Biancaneve o a una Rosaspina. Parla a uomini e a donne, ma trattando del femminile nelle fiabe c’è una particolare attenzione ad ogni risvolto che riguardi queste ultime. Un esempio è in Biancaneve dove, tra l’altro, c’è un intero paragrafo su guerriere e guaritrici. Può dirci qualcosa su questo?

Da ragazza ero affascinata dalle eroine celebrate dall’epica, corrispondenti all’archetipo della greca Artemide. Poi mi sono resa conto che quel modello di eroismo era tutto di derivazione maschile e finiva per confermare l’idea che la donna potesse sì splendere, ma solo di una luce riflessa, secondaria e opaca rispetto al maschile. Invece gli stessi miti, riletti in controluce, rivelano tutta una sfera di virtù eroiche meno abbaglianti di una corazza da guerra, ma più tenaci ed estreme.
Nelle fiabe sono i personaggi femminili a confrontarsi con gli aspetti più oscuri della morte, con il macabro ad esempio, da cui il maschile tende a fuggire inorridito. L’eroismo femminile fa generalmente la sua comparsa quando la battaglia è finita, in mezzo ai corpi maciullati che hanno bisogno di essere ricuciti. Oppure nella stanza dell’orco, dove c’è da reggere il gioco estenuante dell’orrore e vince chi è più strategico: Mariuzza, della fiaba calabrese Le tre raccoglitrici di cicoria, ad esempio.
La guaritrice rappresenta una delle forme in cui si manifesta l’archetipo della Grande madre: Circe era chiamata Signora dei farmaci. I santuari mariani sono luoghi magici, dove si portano tuttora gli ammalati gravi per ottenere la guarigione, e ci vanno anche i non credenti. Ma si potrebbero fare mille esempi.

Nel suo ragionare su “La piccola fata” lei invita le donne a riconoscere “la nostra ferita di non amate” e ci ricorda che molte non vogliono nemmeno pensarci per non ritrovarsi poi arrabbiate e quindi cattive. Ma senza la forza di essere “cattive” cosa succede?

Senza la forza di essere “cattive” (senza la forza di portare a livello della coscienza la propria rabbia) si rinuncia ad essere persone in senso pieno. Si abdica alla propria interiore regalità, sprofondando dentro un destino che è come scritto sull’acqua. Lo stereotipo del femminile idealizzato, disponibile e tollerante, rassicura gli uomini - che infatti lo celebrano ampiamente - ma annulla le donne disincarnandole. Purtroppo spesso sono le stesse donne, divenute madri, ad educare le figlie in tal senso, insegnando loro a disconoscere il negativo che portano in sé - il seme della propria ombra.
Peggio ancora, in certi contesti familiari e sociali, la donna è spinta ad avvertire la sua appartenenza al genere femminile come una menomazione, una colpa da farsi perdonare, rinunciando ad esempio alla sua vitalità e al suo desiderio di autoaffermazione. In questi casi l’ombra si ritira semplicemente più in fondo e trova vie più difficili e contorte di manifestarsi. Di certo non scompare.
Nella mia analisi della fiaba di Rosaspina ho insistito su questo punto: la fata tredicesima e Rosaspina non sono semplicemente antagoniste (come vorrebbe far credere il padre di Rosaspina). La principessa, senza la Tredicesima, non saprebbe elevarsi all’altezza della storia e la sua vita resterebbe scritta sull’acqua. Meglio sanguinare pungendosi con il fuso che abbarbicarsi intorno a un’immagine falsa e convenzionale di innocenza e mitezza. La fata Tredicesima è l’ombra di Rosaspina. Un elemento sgradevole ma ineliminabile.


Streghe e sorellastre, matrigne e padri sbadati sono in ogni destino femminile, e in fondo anche maschile, ma il trauma del pregiudizio colpisce bambine e donne in misura maggiore. Oggi assistiamo al genocidio delle bambine, a stupri etnici e di massa. A uccisioni ormai quotidiane nell’ambito della violenza domestica. Cose che bruciano, e però non trovano risposta adeguata come se le riflessioni del passato si fossero perdute. Come ci aiutano le fiabe contro la violenza?

Le fiabe insegnano che la violenza è dentro e fuori di noi e che possiamo combatterla e vincerla. Per vincere però non dobbiamo essere sole e infatti nella fiabe è fondamentale la figura dell’aiutante. A questo proposito serve ricordare che ciascuna di noi può essere sia la protagonista di una fiaba perseguitata e aggredita, sia una buona fata chiamata a dare il suo aiuto. Io, grazie a dio, qualche fata l’ho incontrata e spero di essere stata in alcune occasioni e con tutti i miei limiti, la fata di qualcun’altra.
C’è il personaggio di un romanzo un po’ strano di Ray Bradbury - L’estate incantata - che a me piace molto. Si chiama Lavinia Nebbs. Una notte uccide a forbiciate il Solitario, un pericoloso serial killer responsabile dello strangolamento di molte giovani. Poche ore prima di ucciderlo dichiara alle amiche terrorizzate di non avere affatto paura di lui. E’ solo un uomo, dice, solo un uomo.
I mass media ammantano i maschi violenti di uno splendore nefasto che li fa più potenti di quanto siano. Sono solo uomini, li possiamo vincere.
Ovviamente il discorso non vale per gli stupri etnici o di massa. Ma queste sono cose che vanno al di là della fiaba.

La fame è il tema di Hansel e Gretel. Tutti abbiamo fame, fame di qualcosa. Cos’è questa nera fame che devasta i corpi e l’anima?

La fame non è necessariamente nera e cattiva. La fame è Eros, ci apre al mondo e lo rende desiderabile. Vero che ogni fame presuppone una mancanza, fa soffrire. Se ciò che manca si fa troppo aspettare o si sottrae, magari con disprezzo, allora la fame può diventare intollerabile e generare risentimento, disistima di sé, vendetta e rivendicazione anche violenta (come nel caso della fata tredicesima, non invitata al banchetto). Ma anche quando l’oggetto desiderato non si fa indietro e la sua presenza ossessiva impedisce, prevenendola, l’esperienza della mancanza, l’effetto sarà emotivamente disastroso: insensibilità, ottusità e freddezza (come accade allo sposo della piccola fata).
L’equilibrio tra desiderio e disponibilità dell’oggetto è la base della stima di sé e dell’amore del mondo. E’ un equilibrio molto difficile però, anche perché, come spiega Peter Schellenbaum in La ferita dei non amati, in alcune persone la fame è così lacerante e irrimediabile da non poter del tutto essere spiegata con i traumi affettivi che l’infanzia porta con sé. Noi siamo abitati da una fame infinita, che niente può spegnere. E’ desiderio infinito di felicità, dice Leopardi. Io preferisco dire che è desiderio di essere amati
Il cibo e l’atto del nutrimento hanno un grande valore simbolico. Non parlano solo del piacere che spegne momentaneamente il desiderio. Dentro si mescolano molte cose: la tenerezza, la cura, l’accettazione, la conoscenza, e perfino il grado di civiltà di una comunità. Ho letto che negli Stati Uniti 6 milioni di bambini presentano i segni di una steatosi epatica (l’anticamera della cirrosi) per cause alimentari. In casa loro il più delle volte non esiste una cucina, solo un forno a microonde dove si scaldano schifezze precotte. Ecco, questi bambini sono come Hansel e Gretel. Una società matrigna che non accudisce, lo stato cinico e mal strutturato, infine i parenti carenzianti, li hanno abbandonati nel bosco. Prima del digiuno o del cibo avvelenato, c’è la mancanza di amore e di accudimento

Lei dedica questo bellissimo libro a sua figlia Alice, ma vi ho letto un amore profondo per quello che sono le donne così come sono. “Quello delle donne è il lavoro eroico”, mi disse una volta un amico, ma oggi più che mai c’è un disconoscimento profondo, quasi rancoroso che non risparmia nessun ambiente sociale. Eppure il lavoro delle donne è ancora doppio lavoro, pagato meno o nulla. Nelle fiabe cos’è il rancore?


Il rancore nasce dall’incapacità di riconoscere la propria ombra, proiettandola invece su altri, i quali, proprio a causa di questa proiezione dalla natura un po’ medusea, vengono “cosificati”: cadono in un sonno mortale, si pietrificano.
Ciò che spinge molti maschi più o meno coscientemente a squalificare le donne e il loro lavoro, può essere inteso come una forma di rancore. Ma il rancore a sua volta nasce dalla paura di vederle così “capaci”, così piene di risorse. L’arretratezza di certe culture patriarcali ha trasformato la donna in una risorsa a disposizione del maschio, come un pezzo di terra, ma sotto sotto scorre la rabbiosa consapevolezza che la “risorsa” sfugge al possesso e alla conquista. E’ sempre un po’ più in là. Come quegli uccellini magici delle fiabe, che il protagonista insegue senza mai poterli catturare, finché si trova perduto in un bosco.
La donna, poi, è più complessa dell’uomo, emozionalmente più ricca e capace di fare da sé. Forse l’esperienza della maternità, che l’ha obbligata a confrontarsi con funzioni e modalità di relazione diverse, oppure l’esclusione forzata dalla partecipazione alla vita pubblica e il conseguente sviluppo della sfera interiore, sono all’origine della sua maggiore complessità.
Di sicuro è in atto da quasi un secolo il tentativo sistematico di annullare questa ricchezza del sapere e del vissuto femminile che è d’ostacolo a chi vuole un mondo di individui totalmente inetti, immaturi e dipendenti dal sistema. Noi donne dobbiamo resistere e le fiabe, il folclore, ci aiutano. Ci danno forza e magia.

L'intervista è stata pubblicata sul n.14 della rivista Quilibri e sul blog Poesia di Luigia Sorrentino

martedì 4 dicembre 2012

Bambine intraprendenti nella fiaba


La finta nonna (fiaba abruzzese)

Una mamma doveva setacciare la farina. Mandò la sua bambina dalla nonna, perché le prestasse il setaccio. La bambina preparò il panierino con la merenda: ciambelle e pan coll'olio; e si mise in strada. Arrivò al fiume Giordano. Fiume Giordano, mi fai passare?" "Sì, se mi dai le tue ciambelle." Il fiume Giordano era ghiotto di ciambelle che si divertiva a far girare nei suoi mulinelli. La bambina buttò le ciambelle nel fiume, e il fiume abbassò le acque e la fece passare. La bambina arrivò alla Porta Rastrello. Porta Rastrello, mi fai passare?" "Sì, se mi dai il tuo pan coll'olio." La Porta Rastrello era ghiotta di pan coll'olio perché aveva i cardini arrugginiti e il pan coll'olio glieli ungeva. La bambina diede il pan coll'olio alla porta e la porta si aperse e la lasciò passare. Arrivò alla casa della nonna, ma l'uscio era chiuso. "Nonna, nonna, vienimi ad aprire." "Sono a letto malata. Entra dalla finestra." "Non ci arrivo." "Entra dalla gattaiola." "Non ci passo." "Allora aspetta". Calò una fune e la tirò su dalla finestra. La stanza era buia. A letto c'era l'Orca, non la nonna, perché la nonna se l'era mangiata l'Orca, tutta intera dalla testa ai piedi, tranne i denti che li aveva messi a cuocere in un pentolino, e le orecchie che le aveva messe a friggere in una padella. "Nonna, la mamma vuole il setaccio." "Ora è tardi. Te lo darò domani. Vieni a letto." "Nonna ho fame, prima voglio cena." "Mangia i fagioletti che cuociono nel pentolino." Nel pentolino c'erano i denti. La bambina rimestò col cucchiaio e disse: "Nonna, sono troppo duri." "Allora mangia le frittelle che sono nella padella." Nella padella c'erano le orecchie. La bambina le toccò con la forchetta e disse: "Nonna, non sono croccanti." "Allora vieni a letto. Mangerai domani." La bambina entrò in letto, vicino alla nonna. Le toccò una mano e disse: "Perché hai le mani così pelose, nonna?" "Per i troppi anelli che portavo alle dita." Le toccò il petto. "Perché hai il petto così peloso, nonna?" "Per le troppe collane che portavo al collo." Le toccò i fianchi. "Perché hai i fianchi così pelosi, nonna?" "Perché portavo il busto troppo stretto." Le toccò la coda e pensò che, pelosa o non pelosa, la nonna di coda non ne aveva mai avuta. Quella doveva essere l'Orca, non la nonna. Allora disse: "Nonna, non posso addormentarmi se prima non vado a fare un bisognino." La nonna disse: "Va' a farlo nella stalla, ti calo io per la botola e poi ti tiro su." La legò con la fune, e la calò nella stalla. La bambina appena fu giù si slegò, e alla fune legò una capra. "Hai finito?" disse la nonna. "Aspetta un momentino". Finì di legare la capra. "Ecco, ho finito, tirami su." L'Orca tira, tira, e la bambina si mette a gridare: "Orca pelosa! Orca pelosa!" Apre la stalla e scappa via. L'Orca tira e viene su la capra. Salta dal letto e corre dietro alla bambina. Alla Porta Rastrello, l'Orca gridò da lontano: "Porta Rastrello, non farla passare!" Ma la Porta Rastrello disse: "Sì, che la faccio passare perché m'ha dato il pan coll'olio." Al fiume Giordano l'Orca gridò: "Fiume Giordano, non farla passare!" Ma il fiume Giordano disse: "Sì che la faccio passare perché m'ha dato le ciambelle." Quando l'Orca volle passare, il fiume Giordano non abbassò le sue acque e l'Orca fu trascinata via. Sulla riva la bambina le faceva gli sberleffi.

da Fiabe italiane, raccolte e trascritte da Italo Calvino, ed. Einaudi, 1956

Le analogie tra questa fiaba e Cappuccetto rosso sono numerose ed evidenti. Una mamma "destinante" e iniziatica invia la figlia nel mondo affidandole un incarico, una serie di prove che la bambina deve superare lungo il viaggio; una nonna divorata da un'orca che della nonna assume le sembianze per trarre in inganno la bambina e divorarla.
Non c'è nessun cacciatore però, la bambina è molto intraprendente e se la cava grazie alla sua astuzia e alla sua generosità. Non c'è quella ricchezza di richiami simbolici e allusioni di carattere sessuale, che invece abbondano in Cappuccetto. La paura di cui si narra è quella (primordiale, elementare, animale) di essere mangiato La madre di tutte le paure.
L'esperienza che segna il nostro ingresso nel mondo passa attraverso l'atto del nutrirsi, che inizialmente è un succhiare. Poppare il latte è piacere innocente perché la bocca attaccata al seno non taglia, non strappa, non ferisce. E infatti l'Arcadia dei pastori che vivono di latte e dolci ricotte ha fornito a poeti e pittori i simboli per rappresentare la mitica età aurea, ancora ignara dei danni che provoca il ferro (le armi, la guerra). Nella fiaba abruzzese la bambina che la madre manda dalla nonna (una catena di relazioni tutte al femminile, una sorta di dinamica matrioska) porta infatti nel paniere merende innocue, la cui preparazione non sottende spargimento di sangue. Ciambelle e pane all'olio. Le prime hanno qualcosa di ludico, tant'è che il fiume Giordano ne chiede alla bambina per giocare. Cedendogliele è come se la bambina sapesse di dover rinunciare a qualcosa della sua infanzia, qualcosa di regressivo (la ciambella ricorda nella sua forma sia il seno materno che l'uroboros, un legame di simbiosi totale con la madre). La rinuncia rappresenta un sacrificio, che però in questo caso non si presenta sotto raffigurazioni simboliche cruenti o drammatiche. Questa bambina è infatti molto ben orientata in senso iniziatico, non oppone resistenza al cambiamento e alla crescita, a differenza di tante sue colleghe. La ragione potrebbe risiedere nell'atteggiamento fiducioso e aperto della madre che mandandola dalla nonna, non la assilla con inutili e ambigue proibizioni, davanti alle quali le anime curiose provano voglia di trasgredire. La madre ha educato bene la sua bambina. Le risorse necessarie a superare le prove più dure della vita sono così ben interiorizzate da guidarla ovunque, come un istinto, senza bisogno di raccomandazioni assillanti.
La mamma, però, non ha il setaccio. Il setaccio serve per togliere grumi dalla farina, oppure per separare elementi fini da quelli grossi. E' uno strumento di affinamento che solo la nonna possiede. La nonna che vive lontano, in un luogo certo isolato se l'orca la può aggredire e divorare senza che nessuno se ne accorga. Un po' come la nonna di Cappuccetto, che vive ai margini del bosco, in quella zona di confine delicata, che ne fa una creatura della Soglia.
La madre di questa fiaba ha evidentemente completato il suo compito educativo. La figliola ha sviluppato l'intelligenza delle cose del mondo, è piena di coraggio e di fiducia. E' inoltre ben nutrita: se rinuncia senza problemi a pane e ciambelle è perché la sua fame in passato è stata riconosciuta e saziata. Ma per il pieno sviluppo delle sue facoltà è indispensabile un intervento spirituale più alto, che va molto al di là dell'adattamento nel mondo. Esso richiede l'intervento della Grande madre: lei non si lascia sedurre dalla forme ingannevoli in cui rimane irretito l'uomo spiritualmente poco evoluto che spesso abita la città, tutto preso dal suo ruolo sociale. Conosce e accetta il mutamento in cui solo l'apparenza muore, la sostanza resta. Per questo può anche lasciarsi divorare, se il momento lo richiede, purché lo spirito trionfi nel nuovo (la bambina). Che la fiaba alluda a un progresso spirituale può attestarlo anche il nome che viene attribuito al fiume: "Giordano", come quello in cui opera San Giovanni Battista: acqua battesimale, morte e rinascita nello spirito. "Giordano" significa etimologicamente "colui che scende" (il Giordano scorre per buona parte sotto terra, sotto al livello del mare: è il fiume più basso della terra). E' necessario scendere molto in basso, in zone oscure e infere, per conoscere il vero battesimo e partecipare alla rigenerazione della carne e dello spirito. colui che rinascerà dalla morte si fa battezzare nel punto simbolicamente più basso del creato, così che nessuno strato del reale, per quanto infimo possa essere, resti escluso dalla resurrezione.
La Porta Rastrello rafforza l'immagine del setaccio. E' con il rastrello che si tolgono i sassi e si prepara la terra alla semina. I denti di questa porta lasciano intatta la ragaza che accetta di ungerli con l'olio del suo pane: l'olio è un'immagine di civiltà e di dominio degli istinti attraverso la mediazione dell'intelligenza (è Atena la dea dell'olivo), ma è anche un simbolo sacramentale. L'unzione con l'olio compare nelle cerimonie di molti culti religiosi. Gli antichi sacerdoti egizi si cospargevano di olio il capo, prima di celebrare i sacri riti. Presso i cattolici l'olio compare nei sacramenti della Cresima e dell' Estrema Unzione.
Questa Porta Rastrello - una porta che seleziona, sceglie, scarta - ha bisogno dell'olio per ammettere l'iniziato a esperienze profonde, sancendo il passaggio da uno stato all'altro. Se si spalanca davanti alla bambina che fugge è perché riconosce in lei i segni di una regalità che merita elezione.

La nonna a letto malata e la sua casa è chiusa, la bambina non sa come accedervi.
In Cappuccetto la malattia della nonna è l'elemento che mette in moto la vicenda. Ammalandosi la nonna diventa elemento iniziatico, costringendo la nipotina a mettersi in viaggio.
La sorgente del femminile buono, della fecondità che si tramanda, è inquinata da un male sconosciuto e oscuro. Il femminile si fa indietro - o forse qualcosa di ancora più grande del femminile. E' il numinoso (il divino) a indietreggiare e la giovane vive in solitudine l'ora che decide la sua natura eroica. Viene a mancare l'elemento di mediazione (il ponte-fice) che le permetterebbe di entrare nella casa della nonna (il grande corpo del femminile con tutti suoi misteri, oppure, in senso più spirituale, il tempio in cui siedono i sacerdoti). L'orca invita la bambina perché entri dalla finestra, come un ladro: giustamente la bambina rifiuta, il suo destino è un altro. Inoltre la finestra è troppo alta per lei che ha bisogno di apprendere le cose segrete prima di essere ammessa ai piani alti, ossia alle esperienze superiori che hanno luogo nella casa della nonna. Ed ecco che l'orca l'invita a passare dalla gattaia: un passaggio che ora invece umilierebbe la piccina, costretta a regredire nella condizione di creatura animale (natura senza spirito). Di nuovo giustamente rifiuta: la gattaia è troppo piccola per lei, non può contenere la sua statura che ha conosciuto già alcuni gradi dell'evoluzione.
L'orca è come quei cattivi maestri che non sanno comprendere le tappe del cammino spirituale del discepolo, assegnando loro prove troppo alte o, al contrario, negando la necessità della prova. Nel primo caso propongono un accesso solo astratto alle verità più nobili, che, non adeguatamente elaborate e assimilate mediante l'esperienza, si trasformano in strumenti di manipolazione ideologica e di seduzione delle coscienze, facendo perdere di vista la sostanza spirituale e le finalità del vero sapere. L'idealismo cieco, il manicheismo e il terrorismo sono il prodotto di chi passa dalla finestra, approdando a un mondo di idee senza fondamento e senza contatto con la terra. Nel secondo caso propongono una pedagogia senza iniziazione - cosiddetta "buonista"- bloccando la crescita e costringendo ad andare a quattro zampe chi invece potrebbe già camminare diritto.
La bambina costringe l'orca a tirarla su con la fune: a fare cioè quel che un buon maestro farebbe di sua iniziativa, quando guida il discepolo verso l'alto. Così sperimenta la sua superiorità: l'orca tira il filo e si sobbarca la fatica di sollevare il peso, ma è la bambina che la obbliga. Intanto misura le forze di quella nonna che dovrebbe essere malata, eppure è in grado di sollevarla agilmente.
In cima la stanza non è luminosa come dovrebbe essere una stanza dell'ultimo piano. Somiglia piuttosto a un antro tenebroso, quello in cui dormono le belve. Non c'è luce, verbo, rivelazione. Ma la penombra dei sotterranei.
La finta nonna invita la bambina a un riposo che lei in verità non può concedersi. Non è infatti la protagonista di storie come La bella addormentata, pronta a ricevere l'iniziazione di un sonno magico nella stanza più alta di una torre dove una vecchia esperta di fili e orditi fila. Qui c'è un'orca che al massimo, ispirata da altri, può tirare di forza un filo, ma non possiede l'arte della tessitura. Ha una sua astuzia - una sorta di magia elementare e involuta, che si risolve in una lettura deformata della realtà: i denti, presentati come fagioli; le orecchie della nonna, presentate come frittelle. La sua magia è di scarso valore e potrebbe avere effetto solo su un bambino molto piccolo, ancora incapace di distinguere tra realtà e illusione. Molte sono le ricostruzioni menzognere e stranianti che i fanciulli sono costretti ad accettare negli anni della loro infanzia, e anche più tardi. Tali ricostruzioni forniscono la base su cui poi si fonda l'attitudine a sviluppare una propensione negativa al sogno, fuga o rielaborazione fantastica di esperienze troppo dolorose per essere accettate. I bambini che hanno dovuto negare i propri sentimenti negativi di delusione, umiliazione, dolore - benedicendo la mano che li aveva percossi e fingendo a se stessi un'infanzia felice - manterranno facilmente da grandi l'abitudine a disconoscere la sofferenza, l'insensibilità altrui, l'abbandono, attraverso la falsificazione ideologica dei propri vissuti: leggendo una carezza dentro uno schiaffo, la sollecitudine nell'invadenza, la purezza nell'indifferenza.
La donna il cui marito (o l'uomo la cui moglie) passa gran parte delle serate in compagnia di amici, per prolungare un'adolescenza ormai lontana, può faticare a riconoscere il suo stato di abbandono se nell'infanzia ha subito l'abile induzione a negare, o a reinterpretare in chiave fantastica e consolatoria, la sua solitudine.
L'orca non riconosce i bisogni della bambina per quello che sono, altrimenti non proporrebbe denti per fagioli. Vuole solo sperimentare quale sia il suo potere di controllo sulla bambina. Questa però è molto furba e, per esempio, ha imparato a simulare bisogni che non ha. Sa che l'orca, avendo a sua volta l'obbligo di simulare un'apparenza materna sufficientemente seduttiva, non può sottrasi del tutto davanti alla dichiarazione di un bisogno come quello della fame. Se lo facesse rivelerebbe la sua natura matrigna. Inoltre è dichiarando il proprio bisogno che la bambina riesce per ora ad evitare una odiosa intimità divorante con l'orca che la reclama nel suo letto.
Simulare necessità di accudimento inesistenti è una cosa che fanno gli individui oppressi da una madre invadente e pervasiva. E' un modo di tenerla occupata e distante: il bisognoso è incompleto per definizione: ciò che gli manca è altro da lui. Simulare il bisogno durante l'infanzia può rappresentare un'istintiva difesa contro il negativo del femminile dilagante e distruttivo di identità. Il bisogno implica infatti una distanza tra chi dà e chi riceve, evoca due ruoli diversi contro la minaccia dell'assimilazione. Inoltre costringe la madre a sviluppare il femminile positivo, quello di Flora -la dea con il cesto - inibendo il negativo divorante (Kalì). La distruttrice finisce così per essere distrutta. Gli anni, infatti, passano: i figli generalmente crescono e le mamme generalmente invecchiano. Ma i bisognosi non crescono mai. Restano sempre "poverini" e l'"orca" - madre in apparenza amatissima - paga spesso l'antica invadenza cucinando e rassettando per il resto dei suoi giorni.
I fagioli hanno alle spalle un complesso simbolismo: seminati germogliano e danno vita a una nuova pianta. Dimorano a lungo sottoterra, dove covano nell'oscurità la rigenerazione, passando attraverso uno stato di confusione, in cui il verde intatto della nuova vita e il marcio infero della decomposizione giungono a toccarsi. Per designare il re dei Saturnali (giorni carnescialeschi di commistione morte-vita e di sovvertimento dei ruoli,) si usava nell'antica Roma estrarre un fagiolo. Ancora oggi è spesso il fagiolo a fare da segnalatore in un gioco così evidentemente rituale come quello dell'oca - gioco che imita la ruota del destino in cui spesso si intrattengono le famiglie nelle feste di passaggio dal vecchio al nuovo anno.
Ma i fagioli della fiaba sono denti: ciò che resta di una povera vecchia, la sua parte più dura. la brutalità dei suoi appetiti senza cuore né carne: senza più anima né propulsione.
Le orecchie evocano in modo caricaturale l'immagine dell'ascolto che è il presupposto dell'empatia, intesa come capacità di entrare in risonanza con il mondo. Nessuna musica e nessuna voce le condurrà alla Rivelazione. Denti e orecchie sono morti per sempre, non conosceranno né gustosi assaggi né risvegli.
E tuttavia si potrebbe anche dire che proprio questi denti e queste orecchie denunciano con chiarezza la vera identità della donna che riposa nel letto. Non è la nonna, ma l'orca, che certo ha divorato la nonna, ingoiando tutto, tranne i denti e le orecchie. Ha ingoiato tutto, facendone carne e sangue del suo corpo di orca, ma non questi elementi che certo hanno opposto tutta la loro resistenza all'assimilazione: del resto chi resiste "stringe i denti" e di ciò che rifiuta dice "non è pane per i miei denti". Le orecchie, organi enigmatici che accolgono praticando una selezione di suoni tutta interna, invisibile, silenziosa, non sono cose da orca. L'orca non sa ascoltare: tutta la sua vitalità sta nell'atto aggressivo del fagocitare l'altro da sé, masticarlo, digerirlo, assimilarlo. Come una ruota di trasformazione vorticosa, puro divenire in cui le individualità si dissolvono maciullate dai denti della nuda volontà di vita. L'orca è Kalì, tutta denti e braccia. La stritolatrice.
La scena della bambina distesa accanto all'orca, di cui tocca le varie parti del corpo (mani, petto, fianchi), troppo pelose per essere umane e infine la coda che denuncia sine dubio la natura dell'orca, sono fuori dall'ordinario anche per una fiaba: la protagonista esplora attivamente il corpo mostruoso dell'orca con un'audacia e una fredda capacità di analisi che non sono affatto infantili.
Il maschile della bambina ( freddezza, audacia, determinazione) si è messo in moto ed è venuto in soccorso al femminile, fatto di ascolto, riflessione, prudenza. Tutte le risorse, maschile e femminili, devono mobilitarsi per dare uno sbocco positivo alla situazione di immenso pericolo.

Di nuovo la ragazzina comprende che un finto materno si può aggirare fingendo il bambino che lei già non è più. Simulando bisogni materiali davanti ai quali la stritolatrice si sente a suo agio, nel suo ruolo di dispensatrice di mero accudimento, inteso come annullamento dei bisogni e non come cura.
La ragazza ha da fare un bisognino: un esigenza "bassa", che richiede una discesa nella stalla, nelle zone più intime e segrete, dove si annida la forza espulsiva dell'animale. Saggia decisione: gli animali, quando sono spaventati da un grave pericolo e stanno per darsi alla fuga, si liberano dei loro escrementi, divenendo così più leggeri e veloci.
L'orca cala la fanciulla senza protestare in basso: l'istintiva semplicità di certe esigenze è qualcosa a lei così familare da non insospettirla nemmeno un po'. L'istinto, la materialità dei bisogni elementari, è la sua forza e la sua debolezza.
La stalla offre alla bambina una possibilità di fuga. La bambina inganna l'orca legando alla fune una capra. Un animale, umile, innocente, placido, si offe al posto della protagonista: succede in moltissime fiabe (I polmoni e il fegato di Biancaneve sono sostituiti da quelli di un cinghiale; in altre narrazioni popolari sono gli occhi e il sangue di un agnello a salvare la protagonista). Del resto l'orca, questa cattiva madre senza capacità iniziatica, non merita discepoli migliori di una capra. Mentre l'orca tira, la bambina grida "orca pelosa!", un grido liberatorio e trionfante. Infatti segue la fuga.

La bambina è finalmente fuori dalla casa della nonna che non è più casa accogliente, di conoscenza e di esperienza. La abita un materno che non fa nascere, che trattiene, divora, annulla. E' un cattivo grembo senza più nutrimento e riposo, senza più forza generativa. La bambina, scaltra e intraprendente, si mette al mondo da sola, usando una corda (immagine del cordone ombelicale), passando attraverso stretti passaggi (la botola), e catapultandosi fuori attraverso i piani più bassi, la stalla. La stalla fornisce l'ambiente ideale per l'emancipazione dell'eroe anche nella fiaba La finta nonna. Per sconfiggere l'orca (una versione di femminile negativo particolarmente feroce: peggiore certo della matrigna, e perfino della strega, per la "matta bestialità" dei suoi appetiti e per il suo porsi su un piano di inganno affettivo) occorre la forza, il fiuto dell'animale: l'intelligenza non basta. Tant'è che l'esperienza centrale della presa di coscienza e della rivelazione di verità è sostanzialmente tattile e avviene nel tepore del letto, nello stretto spazio in cui due corpi distesi giacciono, l'uno accanto all'altro, in un'intimità di percezioni esplorative. Le mani dicono con certezza quello che la mente sospetta: la nonna nel letto non è la nonna vera, che certo inviterebbe a ben altre esperienze conoscitive: non a letto, non sdraiata mollemente, non in quel tepore ambiguo da bestiola. E' un'intimità molto pericolosa: è quella che spesso impedisce alle vittime di di molestie di denunciare il molestatore. Rappresenta una forma di contagio psicologico e morale da cui non èp facile prendere le distanze.
Gridando "Orca pelosa, Orca pelosa!" la piccina smaschera alla luce del sole la finta nonna e e insieme annuncia il trionfo della sua coscienza, che la libera dai piluccamenti di senso emotivo propri degli esseri subumani.
Il suo viaggio di ritorno è perciò tutto un premio da parte della realtà alla sua generosa accortezza e alla sua lungimiranza. L'andare e venire attraverso passaggi delicati - il fiume Giordano (fiume della nscita), la Porta Rastrello - ci ricordano certi giochi, come quello dell'Oca, o del Serpente, la cui origine antica ci cala nella dimensione dei labirinti iniziatici. La bambina che torna a casa ha perso la nonna, il materno positivo e sapiente, passato attraverso la macina del femminile distruttivo (necessario, perché il femminile si rigeneri attraverso sempre nuove incarnazioni della Grande Madre), ma è pronta è sostituirla. Bambina, mamma, nonna sono tre aspetti del femminile, come tre volti di un progressivo splendore. La triplice dea: Artemide, la vergine, falce di luna, appena partorita già così intraprendente da aiutare la mamma Latona a mettere al mondo il fratellino Febo - somiglia alla protagonista della nostra fiaba, vero? - Selene dal volto splendente, chiamata nell'antico frigio Méne, "misura", fonte cioè dell'equilibrio in cui risiede la saggezza di tutte le cose. E poi c'è Ecate, la luna che brilla sull'oltretomba e protegge i ladri: luna "nera" parente della morte ma necessaria perché una nuova luce (una nuova falce) sorga: maestra dei passaggi, con un piede nelle verità profonde, insondabili (la vera nonna) e un piede nella notte tenebrosa (l'Orca).
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