giovedì 12 dicembre 2013





"E sempre più sottili e trasparenti
diventavamo, sempre più staccati
dal mondo intorno a noi, ch'altro non era
che un gran deserto. Ho detto che ogni cosa
appariva per noi irriconoscibile;
pure, devo correggermi, una cosa,
la più importante, non era mutata.
L'amore che da giovani ci aveva
congiunti e accompagnati nell'età
di un nodo ancor più forte ci stringeva
su quell'ultimo istmo dell'esistere
ormai accerchiati dalla morte. puri
eravamo ed estatici, ma sempre
un uomo e la sua donna, necessari
l'uno all'altro, reciproco sostegno
e gioia, e il senso d'imminente fine
sempre ci rendeva uniti. 'Come
verrà?' ci chiedevamo qualche volta..."

"... ma non v'è addio. La voce
delle tue fronde e delle mie continua
perennemente il dialogo. Non era
molto più articolato il mio linguaggio
quando potevo parlarti. Ed un moto
m'anima ancora come m'animava
nell'umile mia vita. Quando il vento
scompiglia e tende i nostri rami, tanto
che le mie e le tue foglie come mani si sfiorino,
nella mia linfa sento ancora il palpito
che m'invadeva umana al tuo appressarti -
o immensamente amato, tu per sempre
amato, mio Filemone."

Margherita Guidacci, da Il buio e lo splendore, 1989

domenica 3 novembre 2013

Il femminismo divenuto ancella del capitalismo, di Nancy Fraser


Come femminista ho sempre pensato che, combattendo per l'emancipazione delle donne, stavo anche costruendo un mondo migliore - più egualitario, più giusto, più libero. Ultimamente ho cominciato a temere che gli ideali ai quali le femministe hanno aperto la strada vengano utilizzati per scopi molto diversi. Mi preoccupa, in particolare, che la nostra critica del sessismo fornisca oggi giustificazione a nuove forme di disuguaglianza e di sfruttamento.

Quasi fosse un crudele scherzo del destino, il movimento per la liberazione delle donne sembra essersi avviluppato in una relazione pericolosa con gli sforzi neoliberisti nel costruire la società del libero mercato. Questo potrebbe spiegare perché una serie di idee femministe, che un tempo facevano parte di una visione del mondo radicale, oggi vengono utilizzate a fini individualistici. In passato, le femministe criticavano una società dove si promuoveva il carrierismo, adesso viene consigliato alle donne di "affidarsi". Il movimento delle donne una volta aveva come priorità la solidarietà sociale, oggi festeggia le imprenditrici. La prospettiva di allora valorizzava la "cura" e l'interdipendenza umana, ora incoraggia il progresso individuale e la meritocrazia.

Ciò che si nasconde dietro tutto questo è un cambiamento di rotta del paradigma capitalista. Il capitalismo stato-assistito del dopoguerra ha lasciato il posto a una forma innovativa di capitalismo, "disorganizzato", globalizzato, neoliberista. La seconda ondata del femminismo è emersa come critica al capitalismo di prima maniera, ma infine è diventata ancella del capitalismo contemporaneo.

Con il senno di poi, possiamo sostenere che il movimento di liberazione delle donne ha contemporaneamente puntato a due diversi futuri possibili. In un primo scenario, esso ha disegnato un mondo in cui l'emancipazione di genere andava di pari passo con la democrazia partecipativa e la solidarietà sociale; nel secondo , ha promesso nuove forme di liberalismo, in grado di garantire alle donne, così come agli uomini, i "beni" dell'autonomia individuale, un ampliamento delle scelte , l'avanzamento meritocratico. Il femminismo di "seconda generazione" è stato, insomma, ambiguo in questo senso. Compatibile con entrambe le rappresentazioni della società, dunque suscettibile di due diverse concezioni della storia.

A mio parere, questa ambivalenza del femminismo in questi ultimi anni si è risolta a favore della seconda impostazione, quella liberista-individualista. Ma non perché noi donne siamo state vittime passive di seduzioni neoliberiste. Al contrario, noi stesse abbiamo direttamente contribuito a far raggiungere al capitalismo questo stadio di sviluppo attraverso tre blocchi di idee importanti.

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sabato 12 ottobre 2013

giovedì 12 settembre 2013

mercoledì 28 agosto 2013

In ascolto dell'Aldilà


"Il silenzio dei morti pesa sui vivi" (Pavel Evdokimov). Chi perde una persona cara, ancor più se si trova coinvolto nelle necessità intime dell'assistenza durante gli ultimi giorni, sperimenta profondamente la morte, e, se il legame con il morente è molto stretto, come quello fra due compagni di vita o due amici fraterni, muore in parte esso stesso. Se sopravvive alla perdita lo fa con un senso di amputamento bruciante, destinato a rimanere in gran parte incompreso, anche perché incomunicabile e così sostanziale, sottile, da accompagnare ogni attività quotidiana e renderne possibile lo svolgimento restando invisibile come un tormento vergognoso e segreto.
Soprattutto l'angoscia della morte scatena mille dubbi a proposito del senso della vita, del tempo e dell'eternità. Possibile che il muro che separa i vivi dai morti sia così spesso da non consentire mai, nemmeno per la brevità di un istante, un contatto? Alcune persone, che esibiscono, o alle quali sono state riconosciute, capacità medianiche, sostengono di aver avuto accesso a "quel" mondo, magari per pochi istanti, ma le religioni confessionali avvisano che un tale accesso è sgradito a Dio e spiritualmente pericoloso. E tuttavia chi si è dovuto separare brutalmente dalla persona amata fatica ad accettare questa sorta di divieto d'accesso, trovando insufficiente garanzia nell'astrattezza del credere alla salvezza eterna non sostanziato dall'esperienza dei sensi (immagini, voci, carezze...) in grado di testimoniare la realtà dell'aldilà. Spesso il superstite passa molto del suo tempo a cercare nella vita quotidiana i segni misteriosi che possono giungere da Altrove e manifestarsi in arcane corripondenze (che agli occhi di altri sono pure coincidenze), imprevisti, fatti d'importanza anche modesta un po' sorprendenti.. Chi resta sulla terra ha un dolore troppo grande, un dolore che esige a gran voce il miracolo. Miracolosa sarebbe la rivelazione chiara e convincente (al di là d'ogni ragionevole dubbio) che l'Aldilà esiste. Un luogo di altra natura, oltre il tempo e lo spazio fisico dove lo spirito "si libera". Il problema è che una simile rivelazione non viene, non è possibile. Forse perché Dio pretende da noi una fede incrollabile, disposta a resistere l'assalto delle tentazioni e dei dubbi più radicali, come sostengono talvolta i sacerdoti? Non credo. L'uomo non è fatto per sopportare a lungo e senza gravi conseguenze la privazione affettiva, l'assenza prolungata dei propri cari. Entrambe portano diritte alla disperazione o ad una fede religiosa di superficie, stereotipata.
Tra i religiosi mancano oggi uomini dotati delle indispensabili capacità psicopompe , preparati ad accompagnare sulla "soglia", facendo fare esperienza della morte a chi muore e a chi resta in modo spiritualmente degno, infondendo fiducia e speranza. I sacerdoti spesso giungono al capezzale del morente per una veloce estrema unzione e poi s'involano, spaventati o imbarazzati essi stessi dallo strazio dei parenti. Eppure la buona novella consiste nella resurrezione di Gesù e nella sconfitta della morte.
Il contatto con la morte avviene all'interno di una striscia di terra tenebrosa che l'uomo religioso dovrebbe conoscere e perfino frequentare abitualmente, nell'intimità del suo cuore. Come minimo non dovrebbe temerlo. E invece, ripeto, oggi scarseggiano figure in grado di svolgere le mansioni che nelle età antiche svolgevano donne e uomini "sacri" dotati di virtù medianiche, come la nota Sibilla cumana, protagonista, accanto ad Enea, del VI libro dell'Eneide. Il cristianesimo parla non solo di sopravvivenza delle anime, ma addirittura di resurrezione dei corpi, qualcosa di così misterioso e difficile da comprendere che, se non si cerca di portare un po' di chiarore sul concetto illuminandone seppur fiocamente il senso profondo, diventa impossibile crederci. La riduzone dell'esperienza religiosa a discorso apologetico e persuasivo ("dottrina"), ha eliminato tutti le componenti energetico- affettive ma anche l'afflato squisitamente personale che tale esperienza dovrebbe portare con sé. Il sacerdote continua a celebrare ma i suoi gesti si spogliano pian piano del loro significato rituale, perché non hanno il sostegno del carisma.
Eppure la storia delle civilità antiche testimonia nelle sue origini l'importanza che il contatto con il mondo dei defunti riveste qui sulla terra. La letteratura lo dimostra ampiamente. Ulisse viene guidato da Circe (anche lui, il grande guerriero ha bisogno di una guida) nel mondo sotterraneo, dove trova tra i volti noti Tiresia, ancora ricco di capacità profetiche e in grado di illuminargli il lungo viaggio, evitandogli errori fatali. L' Enea virgiliano attinge negli Inferi la forza e la chiarezza di visione per affrontare terribili fatiche, guerre che insanguineranno il Tevere, riconoscere gli alleati e i nemici. La letteratura cristiana è ricca di viaggi nell'aldilà, per citarne alcuni il testo apocrifo La visione di San Paolo, Il Purgatorio di san Patrizio, Il viaggio di san Brandano, fino ad arrivare alla Divina Commedia. Purtroppo la storia della Chiesa nell'età moderna, sotto la pressione degli attacchi del razionalismo di origine settecentesco e delle filosofie materialiste, è caratterizzata da un progresivo allontanamento da pratiche sospette di commistione con la magia.Eppure, com'è noto, proprio negli ambienti dell'alta borghesia illuminista e progressista, fra i politici in particolare, si fa ricorso di frequente a cartomanti e spiritisti. Non è facile distinguere tra imbroglioni e persone dotate del "dono" di captare le forze invisibili presenti intorno a noi: nel rischio, la Chiesa preferisce proporci religiosi addestrati ad aggirare il dolore, rimuovendo i dubbi più angosciosi e radicali, con vuote parole consolatorie che non bastano a tutti. Si può capire, la cultura è dominata dal più crasso materialismo, di cui i mass media si sono fatti i maggiori divulgatori coprendo di disprezzo chiunque manifesti una propensione all'invisibile. La vicenda dolorosa del grande Gustavo Rol, uomo dalle innegabili virtù medianiche, ne è un esempio: riservato, accettò, pare non senza titubanze, di rispondere alle domande di un conduttore televisivo, noto divulgatore di "verità" scientifiche (che in televisione spaziano dall'evoluzione dei celenterati ai casi di premorte alla sopravvivenza delle anime): la ricompensa per Rol, che aveva salvato durante la occupazione nazista molti uomini dalla morte, fu il ludibrio pubblico, la riduzione della sua enigmatica figura a quella di un abile prestigiatore.
In realtà la guida spirituale in grado di accompagnare nel regno del morire, della separazione, del lutto, non deve per forza somigliare al mago o al paranormalista (benché io creda esistano soggetti dotati di capacità medianiche che, messe a disposizione della comunità, farebbero un gran bene). Gli basterebbe saper utilizzare l'ampia e feconda tradizione dei santi e dei mistici di ogni tempo (patrimonio dell'umanità), reinterpretandola secondo lo spirito dell'uomo contemporaneo, più curioso e inquieto che in passato.

"Il silenzio dei morti pesa sui vivi", scrive Evdokimov, intuendo il doloroso, ammutolito stupore che avvolge chiunque abbia subito la gravità di una separazione, vissuta sempre come violenta e ingiusta. Il muro è davvero così spesso oppure siamo noi che non sappiamo più ascoltare chi vi batte sopra, dall'altra parte, magari cercando di mantenere un contatto con i cari vivi? Siamo noi, che non sappiamo approfittare delle fessure per gettare un'occhiata dall'altra parte o per ascoltare i bisbigli sottili degli spiriti? Noi che, corrotti dal sottile sensismo di cui sono imbevute le basi del nostro conoscere, rinunciamo a decifrare il delicato linguaggio intessuto di simboli e analogie con cui l'Aldilà spirituale ci parla?
Domande difficili. La risposta è un cammino che può impegnare tutta una vita..
Qualcuno però, di maggiore esperienza nelle cose dello Spirito, dovrebbe accompagnarci, e accompagnare anche la nostra mano mentre esplora quel muro, indirizzare gli sguardi che il muro vorrebbero attraversare almeno una volta, per la durata di un istante, sfiorando la luce della persona amata e perduta.

lunedì 12 agosto 2013

A Valter















"...mi farà da guida
Di nuovo la tua voce,
Per sempre ti rivedo"

Giuseppe Ungaretti, Per sempre

sabato 9 febbraio 2013

Poesie dell'albero


Fermiamoci un momento, amici.
quest'albero era
quando ancora non erano
i nostri padri i nostri avi.
Ed ecco io sento che qualcosa gli devo,
ma non so cosa, amici, ma la mano
mia ecco lo accosta e lo accarezza,
e tutta trema la mia mano, amici.

Umbero Bellintani, da Forse un viso tra mille, Vallecchi, 1953