venerdì 12 dicembre 2014

Vivere è scrivere di Valter Binaghi




Vivere è scrivere, in un certo senso, anche se si fosse analfabeti, e se non ci credete guardate le tracce che lasciano i piedi sulla sabbia bagnata, le bave interminabili delle lumache o gli spruzzi di orina con cui certe bestie marcano il territorio.
E' diverso quando l'animale uomo, guardandosi alle spalle, si accorge della traccia che ha lasciato: allora la sua vita gli appare come un qualcosa che ha limiti e forma, s'interrogherà sul senso del suo vagare, proverà a dargli compiutezza procedendo in circolo, circuirà uno spazio, marcherà un centro, non più vagante ma abitante della terra, nel disegno gli parrà di riassumere il noto e rappresentare l'ignoto.
Altri verranno, e troveranno condivisibile quello spazio: nel cammino di quel primo, riconosceranno il proprio, condivideranno con lui quel suo modo di abitare il tempo o forse abiteranno i suoi resti, a seconda di esigenze e dimensioni modificheranno o allargheranno, fino a un risultato comunemente plausibile. Ora la scrittura è residenza comune, già diventata una lingua.
Nella lingua nasciamo, ci muoviamo, abitiamo, apprendiamo a nominare il mondo e le cose, essa ci rassicura di vivere in un universo stabile e senza misteri, e ci fornisce storie praticabili, maschere sociali tra cui scegliere il nostro copione. Tuttavia, c'è qualcosa di noi che nella lingua comune rimane inespresso. A volte, nel bel mezzo di un banchetto o di un'assemblea, ma anche cercando tra comuni parole d'amore quella che sveli compiutamente il nostro sentire, ci verrebbe voglia di prorompere in un grido disarticolato e folle, qualcosa che il mondo non ha mai udito, perchè non ci importa niente di essere stati qualcosa o qualcuno che somiglia a qualcun altro, ma di manifestare una particolare qualità del vivere che a noi, e solo a noi singolarmente si svela.
A chi riesce questa parola nuova, questa narrazione esonerata dalle ipoteche della comunicazione e dei mestieri, spetta la nomea di artista,


Narrazione? E’ l’essenziale. Cosa credi che faccia uno psicoterapeuta se non aiutare la gente a ricomporre i frammenti di una narrazione spezzata?
... la salute mentale dipende essenzialmente dalla capacità di articolare la propria vita interiore e le relazioni con gli altri in una narrazione coerente, che garantisca integrità del soggetto e condivisione del contesto, continuamente messe in questione dal carattere traumatico dell’esperienza. Insomma, la narrazione sarebbe la forza elementare della vita psichica, che però rischia continuamente d’interrompersi per la rimozione dell’inconfessabile o l’irresolutezza generata dal conflitto.

mercoledì 12 novembre 2014

Save the Date, in ricordo di Valter Binaghi

 Il 16 novembre, alle ore 16.30, presso il circolo El Pueblo di Pero
 la proloco di Pero e Cerchiate di Pero, in collaborazione con il circolo Arci El Pueblo,
 presenta
                                                                       
                                                                    Robinia Blues
                                                              scrivere e pensare a 360°
                                  Una serata con il pensiero e le opere 
                                                                di Valter BINAGHI                                                                      Redattore di “Re Nudo” con i suoi saggi musicali, i suoi gialli,
                                          i suoi romanzi storici ed i suoi testi filosofici
                                     
                                         conducono Roberta Borsani e Francesco Binaghi
                                                      
                                                             alle tastiere Luca Lazzaroni

venerdì 12 settembre 2014

12 settembre


 SONO MORTI ANCHE I TUOI ABITI
Sono morti
anche i tuoi abiti nell'armadio, le tue scarpe sotto il letto,
morto il tuo posto a tavola.
Nei vecchi taccuini la tua scrittura
è un geroglifico d'un incerto elisio.
Tutte le tue fotografie
hanno, di colpo, mutato espressione.

La casa stessa è strana, alterata ed ignota.
Per ogni parete passa il confine -
in ogni stanza
l'oscuro fiume e il barcaiolo invisibile
che ti ha portato di là
mentre a noi ancora rifiuta il traghetto.


A CHE VALE IL TUO NOME
A che vale il tuo nome
scritto sulla casa sigillata
che più non si riapre,
a cui è vano bussare?

Anzi è un errore cercarti là dentro.
Là v'è qualcosa senza nome -
o se ha nome, non come te si chiama,
ma polvere, sfacelo, spavento.

Quanto di te sopravvive
è in altro luogo, misterioso,
ed ormai reca un nome nuovo che solo Dio conosce
e tu, dacché l'udisti nell'invito
che così pronto seguisti
da non aver neppure il tempo
di dirci addio. 

A CHE DISTANZA SEI 
A che distanza sei
dalla piccola luna
che vaga ancora, a ponente, sui monti?

Il rosso dell'aurora
resta ad oriente anche per te?

Se prendessi per asta del compasso
quell'appuntito campanile
da cui, come un fagotto di stracci neri,
s'è lasciata cadere una cornacchia,
in quale direzione, per cercarti,
dovrei volgere poi l'altra asta?

Esiste per te l'equatore?

Da quale meridiano
comunica il mondo invisibile? 
Come sapere le tue coordinate
dove ogni sestante si spezza
ed ogni bussola impazzisce?

 da Margherita Guidacci, Un Addio (nella raccolta  L'Altare di Isenheim, 1980)

mercoledì 13 agosto 2014

12 agosto


 adesso sei tu il più leggero

lunedì 14 luglio 2014

Alessandro Zaccuri ricorda Valter


Nome al tavolo Blackjack è il
romanzo al quale Valter
Binaghi ha lavorato negli
ultimi mesi della sua vita. Un
libro sul mondo delle carte da gioco,
raccontato però dal versante nobile
della sfida esistenziale. Come, prima
di lui, avevano fatto Dostoevskij e
Landolfi, ma anche il Pupi Avati del
memorabile Regalo di Natale. In
quel momento, del resto, anche
Binaghi era impegnato in una
partita che richiedeva inventiva e
coraggio. Era la lotta contro la
malattia, un corpo a corpo di cui
parlava apertamente, con la
franchezza che è propria dei
cristiani. Il suo funerale fu,
coerentemente, una bellissima festa
cristiana, celebrata a Busto Garolfo,
alle porte di Milano, il 13 luglio del
2013: Binaghi era morto il giorno
prima, il giorno dopo avrebbe
compiuto 56 anni. Volendo, anche
una coincidenza come questa può
essere interpretata alla luce della
«conoscenza simbolica» alla quale
Binaghi ha dedicato un saggio lungo
e affascinante, consegnato in eredità
agli amici poco prima della morte.
Un’ultima conferma della generosità
e della complessità che lo avevano
sempre contraddistinto. Studioso di
filosofia e insegnante, Binaghi era
passato attraverso i furori degli anni
Settanta, rimediando qualche
cicatrice e, più che altro, maturando
la conversione che sta alla base di
tutta la sua opera e di cui aveva reso
conto in Dieci buoni motivi per
essere cattolici
(Laurana, 2011),
anomalo pamphlet composto a
quattro mani con Giulio Mozzi.
Come altri autori della sua
generazione, Binaghi aveva saputo
mettere il linguaggio della
“letteratura di genere” al servizio di
una visione drammatica e
culturalmente agguerritissima della
realtà. Così accade anche in Nome al
tavolo Blackjack
, la cui trama poggia
sulla leggenda – neanche troppo
leggendaria, lascia intendere l’autore
– dei “grandi tavoli”, i tornei segreti
nei quali i giocatori professionisti si
contendono vincite milionari. Il
Blackjack del titolo è uno di loro e il
“tavolo” al quale si trova a competere
mette in palio una posta altissima:
l’amore e la morte, la rielaborazione
del lutto e la ricerca della madre
perduta, la cui figura affiora per
frammenti, labili intuizioni, ricordi
sul punto di svanire. Il romanzo,
insomma, descrive un percorso
speculare rispetto a quello che resta
il capolavoro di Binaghi, I tre giorni
all’inferno di Enrico Bonetti cronista
padano
(Sironi, 2007), dove a
dominare era invece l’assenza e la
necessità del padre. Romanzo di
genere, anche quello, ma solo in
apparenza. Proprio come Nome al
tavolo Blackjack
, di cui parleremo
martedì prossimo, alle 21, presso il
Teatro dell’Opera del Casinò di
Sanremo con Marino Migliani e
Antonio Paolacci.

da Avvenire, 10/7/2014

Marino Magliani ricorda Valter



Il 15 luglio, alle ore 21.00, presso il Teatro dell’Opera del Casinò di Sanremo e nell’ambito della rassegna estiva “Una sera con i Martedì Letterari”, lo scrittore Marino Magliani, illustrerà il libro “Nome al tavolo Black jack “ (collana Corsari) di Valter Binaghi. Partecipano il giornalista di Avvenire, Alessandro Zaccuri, l’attore Eugenio Ripepi, l’editor Antonio Paolacci. Presenza musicale della scuola Ottorino Respighi. Presenza teatrale finale della compagnia Back Stage.
“Sposto denaro, eccedenze ma non solo, stronco dinastie di laboriosi e creo altrove insperate fortune. Si può dire che collaudo l'efficienza del marchingegno sottoponendolo a improvvisi stress. O che lubrifico, come preferite. Introduco tra i noiosi fattori della crescita economica elementi di nobiltà: il culo e il talento. Sono il Clinamen di Epicuro e la Virtù di Machiavelli. No, non faccio il promotore finanziario. Sono un giocatore di professione, nome al tavolo Blackjack”
L’ultimo romanzo di Valter Binaghi, scomparso lo scorso luglio dopo una lunga malattia. Una delle sue opere migliori e più rappresentative.

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sabato 12 luglio 2014



Io pronuncio il tuo nome
nelle notti oscure,
quando giungono gli astri
a bere nella luna,
e dormono i rami
delle fronde occulte.
Ed io mi sento vuoto
di passione e di musica.
Folle orologio che canta
antiche ore defunte...

Federico Garcia Lorca

per Valter

o ancora

























mercoledì 2 luglio 2014

I Robinia Caravan a Busto Garolfo




Stasera, alle ore 21, concerto dei Robinia Caravan che ricordano il Babo presso l'auditorium del Credito Cooperativo di Busto Garolfo.

martedì 17 giugno 2014

I Robinia Caravan ricordano Valter



I Robinia Caravan ritornano sul palco per ricordare, a un anno dalla scomparsa, Valter Binaghi, "Babo" e fondatore del gruppo.
Suoneranno Beatles, Pink Floyd, Bob Marley, Rolling Stones, Patti Smith, Bob Dylan, Lucio Battisti... e tanti altri che Valter amava e che ha suonato in tutti questi anni con i ragazzi del Caravan.

Due appuntamenti:
Sabato 21 giugno a Parabiago (MI), al Parco di Villa Corvini (ingresso Piazza della Vittoria), alle ore 21 (ingresso libero)
Mercoledì 2 luglio a Busto Garolfo (MI)

giovedì 12 giugno 2014




TORNANDO DA SIRACUSA
di Valter Binaghi

Per la terza volta Platone faceva quel viaggio: per la terza volta, in piedi sul ponte della nave, guardava allontanarsi le fertili coste italiche finché si riducevano ad una striscia sottile, bruna, presto inghiottita dal vasto abbraccio del cielo e del mare. Per la terza volta il suo cuore, prostrato dal volere degli Dei, salutava con rimpianto il filosofico sogno della Giusta Bellezza che redime la terra.
Il monotono cigolìo dello scafo intorpidiva i suoi pensieri, così Platone scese sotto coperta, per un buon sonno. E sognò.
Si trovava in un 'isola, dalla natura rigogliosa, ma deserta di umane presenze.
Al centro dell'isola un 'ampia radura, dove la mano del Dio aveva tracciato un meraviglioso disegno: una grande scacchiera di pietra levigata: i quadri bianchi e neri lucevano nel sole.
Lui, il filosofo, era il custode ed insieme il pastore di quell'ordine perfetto, che il Dio gli comandava di portare a compimento: le tre specie di abitanti dell'isola - conigli, cani e tartarughe - dovevano prendere posto nel vasto disegno e, svolgendo ognuno la sua parte nella danza, il quadro avrebbe brillato di una grande luce, riflesso della sempiterna festa degli astri, parola terrestre del Dio.
Cominciò presto, all'alba. Radunò prima tutte le tartarughe, scovandole dagli anfratti della scogliera, e le depose sugli scacchi dove esse continuarono a svolgere i loro teoremi sonnolenti.
Poi andò in cerca dei cani. Individuato il capo branco, lo domò con lo sguardo del padrone, e anche tutti gli altri lo seguirono.
Infine fu la volta dei conigli. Il filosofo trasse dalla bisaccia croste di pane e carote e tracciò coi cibi un sentiero che portava alla radura. Presto si videro spuntare lunghe orecchie tra i ciuffi d'erba e, uno dopo l'altro, tra balzi e pause esitanti, giunsero tutti lì, sul disegno.
Ma a quel punto il filosofo si accorse che le tartarughe si erano addormentaate, e non sembravano intenzionate a dare inizio alla danza. Provò a picchiare sul guscio, a sollevarle in aria. Niente. Allora cominciò ad urlare: qualche capo grinzoso sbucò dalle dimore ossute ma, alle grida di Platone furono soprattutto i cani a scuotersi, cominciando ad abbaiare. Un frastuono, una sarabanda impossibile a sopportarsi. Il filosofo trasse dalla bisaccia un fischietto e soffiò forte: le bestie tacquero e si accucciarono ai suoi piedi. Solo che, guardando più in là verso i conigli, il malcapitato si rese conto che i tremuli animali, spaventati dal frastuono, avevano reagito nel modo più consono alla loro natura: avevano preso ad accoppiarsi velocemente, uscendo dai quadri designati. Qualche connubio aveva già prodotto il suo effetto, e i conigli crescevano di numero a vista d'occhio.
Molto, molto tempo impiegò il filosofo a ripartire una seconda volta gli spazi in base al nuovo numero degli animali, ma, al termine dell'immane fatica, si accorse con orrore che le tartarughe si erano di nuovo addormentate.
Ansimante ancora per lo sforzo, sconsolato, Platone sedette su una pietra e comprese che il suo compito era impossibile. Così per la prima volta nella sua vita dopo la morte di Socrate, pianse, mentre la scacchiera, abbandonata a se stessa, ritornò il berciante serraglio di prima, e !'isola intera risuonava dei versi scomposti e delle strida di quell'irrazionale congresso.
Fu proprio in quel momento che, dal limitare del bosco, emerse una bianca, lucente figura. Un giovane bellissimo, il capo cinto dell'alloro delle muse, il volto splendente simile a quello di un Dio, recava in mano la mistica lira.
Quando Orfeo cominciò a suonare, come per incanto tutto si tacque: e gli animali sulla scacchiera, immobili, e il pianto del filosofo, e persino gli uccelli del cielo e lo scrosciare delle onde sulla scogliera. Placido, divino silenzio: note celestiali, tutti i colori dell'Essere.
Gli animali presero posto nel disegno e la danza ebbe inizio: armoniche ruote gioconde, proprio come la sempiterna festa degli astri.
Il filosofo finalmente sorrise e Platone si destò riposato - era già l'alba. Ricordò il suo sogno e lo comprese.
Per questo, sebbene fosse stato una, due e tre volte, non credette più suo compito ritornare una quarta volta a Siracusa.

lunedì 12 maggio 2014

Danilo Arona ricorda Valter



Tre giorni all'inferno
di Danilo Arona

Nel luglio 2013 moriva un amico, lo scrittore Valter Binaghi, autore di splendidi romanzi e artista a tutto tondo, cantante e chitarrista di pregio. Non ho mai avuto occasione di dedicargli doverose righe di ricordo, ma sono pure uomo che più invecchia sempre più detesta la retorica dei “coccodrilli”.

Ripropongo allora alcune riflessioni, pubblicate all’indomani dell’uscita di quello che giudico un capolavoro tout court e nel quale Valter mi omaggiava di una citazione di cui andò sempre fiero. Titolo del libro uscito nel 2007, I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano, edito da Sironi

Con l’amico Binaghi condivido aspirazioni a scendere alle massime profondità dell’Abisso, amore per il rock e persino qualche acciacco, e il suo libro è la più viscerale calata nel ventre molle, liquamoso, della merda maligna, il terrorismo della mente prima che della carne, sta intossicando psiche e anima del pianeta grosso modo da quando siamo transitati nel cosiddetto Millennio. Il libro non ve lo racconto, perché sarebbe un sacrilegio, e vi dico solo che c’è Satana (quasi in persona) che si balocca fra crimini rituali di provincia, orrori cosmici per nulla metafisici, esorcismi e antagonismo metallaro, personaggi criminali tanto grotteschi quanti veri e un giornalista di provincia, appunto il Bonetti.

l'articolo continua qui

sabato 12 aprile 2014

12 aprile



Il peso svincolato dall'angoscia piangilo tutto
Due farfalle reggono per te il fardello dei mondi
e io metto le tue lacrime in queste parole:
La tua angoscia comincia a rilucere -

(Weine aus die Schwere der Angst
Zwei Schemetterlinge halten das Gewicht der WElten
für dich
und icj lege deine Träne in dieses Wort:
Deine Angst ist ins Leuchten geraten)

Il mio amore s'è versato nel tuo martirio
ha forzato la morte
Viviamo nella Resurrezione

(Meine Liebe flob in dein Martyrium
durchbrach den Tod
Wir leben in der Auferstehung)

Invochi ora disperata quell'unico nome
dal buio -

Attendi un attimo ancora
e vagherai sul mare
Già l'acqua ti penetra i pori
con lei sprofonderai per risalire
e presto ri ritroveranno nella sabbia
e tra le stelle ti poserai ospite inattesa
e nella fiamma del rivedersi ti consumerai
taci-taci

(Rufst du nun den einen Namen verzweifelt
aus dem Dunkel

Warte einen Augenblick noch -
und du wandelst auf dem Meer
Das Element durchdringt schon deine Poren
di wirst mit ihm gesenkt und gehoben
und Bald im Sand wiedergenfunden
und bei den Sternen anfliegender erwarteter Gast
und im Feuer des Wiedersehens verzehrt
still - still)


Nelly Sachs, da "Enigmi roventi", in Poesie, a cura di Ida Porena, Einaudi 1971

mercoledì 12 marzo 2014

mercoledì 12 febbraio 2014

12 febbraio
















Oh, se sapessi dov'è la lunga strada che torna indietro...
D. Bonhoeffer

domenica 12 gennaio 2014


icona di Kiko Arguello

Levate via quella pietra

LAZZARO: "Quale pietra? Fra voi e me non c'è una pietra. Lo spessore che ci divide non è questo sasso; non è lo spazio sterminato delle galassie nè il folle galoppo dei millenni.
(...)
Dove io sono c'è il Padre. Non l'ho visto, egli è trasparente come un mare e noi immersi in lui come conchiglie. Ma incontrarlo è la fine della nostra guerra, abbagliante è stata la nostra riconciliazione. Non io ho chiesto perdono a lui delle colpe, non lui a me ha chiesto perdono della vita. Mistero che non potete sondare, egli ci ama anche dentro il male che abbiamo fatto, e noi lo amiamo anche per il castigo di vivere e gli portiamo gratitudine anche dei giorni trascorsi sulla terra".
(Luigi Santucci, Volete andarvene anche voi?, ed. Oscar Mondadori, 1969)

lunedì 6 gennaio 2014

Cacciata di casa - racconto


(pubblicato nella rivista "Atti impuri" - periodico letterario del collettivo Spara Jurij - numero 4)

L’una di notte. Caffè chiusi, stazione chiusa, gabinetti chiusi. Città chiusa.
Io sono l’ombra che striscia contro i muri di una via del centro.
Puzzano di cherosene e piscia i muri di Milano. Una mistura strana, a seconda della materia prima. Il cherosene è quello, non cambia. L’altro elemento invece varia. Tanto che ho già abbozzato un pezzo rapper che è una bomba: Piscia-di-cane-di- gatto-di-ratto. Piscia- di-ubriaco, piscia-di-inscimmiato. Piscia-di-matto, piscia-di-strafatto. Piscia-di-yankee-e-di-clandestino, pieno-di-birra-pieno-di-vino. Piscia.
Scappa anche a me, ma io non sono abituata a farla in giro, ci vorrà del tempo. Perché sono nuova della strada. Mi ha buttata fuori mio padre, prima di cena. Sette e tre quarti: l'ora della pastina.
Stamattina mi hanno licenziata, tre ritardi di fila nel periodo di prova. Alzarmi alle sei meno venti, l'avevo detto subito, non è nelle mie corde. Mio padre si è incazzato. Non ce la fa a tirare la carretta anche per me, ha gridato, e poi “Fuori, fuori!”. Io sono uscita sbattendo la porta, ma prima gli ho sbraitato che non si mettono al mondo i figli se poi non si sanno mantenere. Mia madre piangeva e il mio fratellino stava per corrermi dietro sulla scala. Io gli ho gridato di stare indietro, indietro. Fuori mio padre indietro io, me ne sono andata e basta. E anche adesso, che fa l’una e tredici, e l’insegna al neon della farmacia segna 8 gradi sotto zero, non voglio tornarci con quello. Il coniglio che sforna quattro figli nei tempi di grassa e dieci anni dopo non sa come sfamarli. Pezzente. Fallito. Io piuttosto faccio la barbona. Dormo sulle panchine, mangio alla mensa dei poveri, ma a casa non torno.
Solo non ci voleva questo freddo. Il freddo, si sa, preme sulla vescica e a Milano di notte non si piscia. Devo trovarmi un posto dove stare riparata, accoccolarmi un po’ e pensare ad altro. Immaginare, che è quello che so fare meglio. Mi vengono in mente certe canzoni...
Intanto sono sbucata su un viale, uno importante: corso Venezia. Di giorno è un via vai di macchine tram bici vespe passeggini...insomma, un casino. Ma di notte, così silenzioso e bianco di brina, è tutta un'altra cosa. Fa impressione.
Una cabina telefonica, ecco cosa mi serve. A quest’ora non chiama nessuno e le cabine sono piccole, accoglienti. Calde del fiato della gente che c’è entrata, ha chiamato, ha risposto, ha riso, ha pianto. Meglio se ha pianto, caccia più caldo.

La cabina l’ho trovata, non è accogliente come pensavo. La telefonia mobile ha fatto fuori il caldo delle cabine una volta per tutte. Nessuno ci ride e nessuno ci piange. Ma ormai, in questa città, nessuno ride e nessuno piange in generale.
A me però un filino da piangere adesso viene. Ho scordato la sciarpa a casa e nel vetro c'è un buco - la sassata di chi non sa cosa vuol dire dormire per strada. Il freddo ci fa fuori e dentro come una biscia e la mia giacca non ha il cappuccio. Gliel'ho tolto io, appena l'ho comprata. Il cappuccio non mi è mai piaciuto.
Questa notte mi sa che sarà dura. Del resto non l'ho mica programmata, è successo tutto troppo in fretta. Quando ti buttano fuori di casa non vai certo a cercare il cappuccio o la sciarpa.
Meglio non pensarci. Meglio alitarsi addosso, appoggiando bene la bocca sulle mani, sulle braccia, sulle spalle. A me l'ha insegnato mia madre, quando mi ero beccata la pleurite e non passava...avevo certi brividi. Lei infilava la testa sotto le coperte del mio letto e mi soffiava forte sulla nuca, per scaldarmi. Poi sulle vertebre, una per una fino all'ultima, in basso. Mi piaceva da morire. Anche il bacio che mi stampava sulla chiappa mi piaceva. Ridevo.
In fondo noi esseri umani non siamo differenti dalle bestie nelle stalle: stiamo caldi con il fiato. Se di diverso abbiamo l'anima spirituale, come diceva don Remo a catechismo, io ancora non lo so. Quando l'ho domandato a mio padre, lui ha fatto quel sorriso storto che già da piccola mi s'infilzava come un filo di ferro arrugginito nello stomaco. "Quell'anima lì" ha detto "ce l'hanno i ricchi. Ai poveri non serve. Loro lavorano per mangiare e per avere un tetto sulla testa". Cibo e tana, lo stesso che le bestie, no? Questa è la sua visione della vita.
Certo che una stalla è meglio di una cabina telefonica, a parte l’odore si sta caldi sul serio. Su Giuseppe e Maria, il bue, l'asinello, ci hanno fatto un sacco di storie, e invece a quel tempo era normale. Anche mia nonna di Lomello si rifugiava nella stalla quando fuori scendeva sotto zero. Calore animale gratis.
A Milano però non ci sono alternative alla cabina, soprattutto di notte, quando la città si chiude in cassaforte. Perciò io da qui non mi muovo e piuttosto di chiamare qualcuno mi lascio crepare. E poi il cellulare è scarico e non ho moneta per chiamare dal fisso. Ma soprattutto, voglio farla vedere a mio padre. Razza di Erode, assassino di sogni. In un’impresa di pulizia mi va a trovare lavoro, e le mie amiche se la scialano al professionale senza fare un cacchio.
Io ho una vena artistica che lui neanche la immagina. E se la immagina non la capisce. A me piace scrivere canzoni, ne scrivo una alla settimana, di ogni argomento e di ogni genere. Solo di politica non parlo, per il resto non manca proprio niente: la guerra, la droga, l’amore...
Le mie canzoni più belle parlano della vita. Di come scappa in fretta, senza che te ne accorgi. Alla fine rimani con tutti i sogni infranti e capisci che sei stata fregata. Come mia cugina Antonia, che è bella come una dea e sognava di fare l’attrice. Studiava al Dams, poi è rimasta incinta e si è sposata con uno di Belluno, geloso e attaccato ai soldi. Morale, ha perso il bambino e adesso è in cura al centro psichiatrico. Ha tutti i pezzi di sogno che le si muovono dentro. Tagliano, perché i sogni rotti sono duri, di vetro, e questo l’ho scritto nella canzone “Schegge di vetro”, la mia preferita.
Mia cugina ci piange quando la sente.

O cacchio, e questo chi è? Il fratello dark di Babbo Natale?.
“No che non apro.Vai da un’altra parte. Via, via”
Dice che non vuole entrare, solo darmi dei fogli di giornale. Io gli faccio segno di no con il dito. Lui però non molla e alla fine decido di prenderli - "Dopo però te ne vai...".
Socchiudo la porta della cabina e infilo la mano quel poco che basta ad afferrare i fogli, poi la ritiro di colpo e chiudo. Fatica inutile, il tipo è già sparito.
Meno male. Aveva un sorriso che era un antro di pipistrelli. Solo due denti, storti e neri. Sicuro era un barbone. Quando vivi per strada la prima cosa a partire sono i denti, l’ho letto su Scarp de' tenis. Mica puoi mica lavarli tre volte al giorno.
Però è strano. Mio padre i denti non se li lava mai eppure li ha ancora . Cosa frega ai denti dove vivi? Magari mio padre ha la dentiera. Non so, non ho confidenza con lui. Si chiama Vittorio, ha 59 anni e fa l’operaio in cassaintegrazione.
Comunque è deciso: la prima spesa da fare domani è uno spazzolino. Il sorriso è l’unica cosa a cui tengo. E’ bello, lo dicono tutti, mi illumina il viso. Anche i capelli non sono male: ramati, morbidi, lunghi fino alla vita. Un po’grassi però, conviene comprare lo shampoo. E un pacchetto di assorbenti igienici, quelli ci vogliono per forza. La ceretta me la devo scordare, mi scoccia un po' ma...
I fogli di giornale li ho sistemati bene e mi ci sono seduta sopra. La differenza in effetti si vede, anche se ormai ho le cosce gelate. Pensando a Due Denti mi viene un po’ di rimorso. Scusa Due Denti, mi spiace non averti detto grazie.
La prof. di italiano delle medie ce l’aveva spiegata la storia dei giornali. A New York e a Parigi ci sono un sacco di morti d’inverno fra i barboni, se vanno in sciopero i giornali. Loro li prendono dai cassonetti o dalle panchine dei parchi dove la gente li abbandona dopo averli letti, e poi li usano come isolante, anche sotto i piedi, quando stanno in fila davanti alla mensa. Ma se c’è sciopero, niente giornali e niente isolamento. Così tanti muoiono nel sonno. Quella specie di sonno che prende quando la temperatura del corpo scende troppo velocemente.

Forse la cabina non è stata una buona idea. Ci fa sempre più freddo. Per fortuna ho ancora l’accendino di quando fumavo.
Accendo. Solo qualche istante perché brucia le dita.
I pochi passanti sgusciano da un’ombra all’altra, alcuni hanno pacchi infiocchettati sotto il braccio. Facce azzurro cenere, senza vita, uomini o zombi non cambia. Gente che non ha più sogni.
Accendo ancora. Cerco di tenere la fiammella alta, meglio se mi ustiona, così non sento la pipì che preme. Tra una fiammella e l’altra faccio in tempo a leggere la data del giornale: Martedì, 5 gennaio. Me n'ero scordata, la notte dell'Epifania. La notte dei re Magi.
In famiglia sono io a mettere le loro statuine davanti alla capanna. Lo faccio tutti gli anni, il 5 gennaio, a mezzanotte in punto. I miei ai Magi mica ci pensano.
Invece, quand'ero piccola, mio padre mi portava apposta in Duomo per vederli. Sembravano veri. Altissimi sui cammelli, con le vesti ricche, i mantelli ricamati, il sorriso buono. Anche mio padre era buono. Non aveva ancora quattro figli e nella sua ditta c’era un sacco di lavoro. Al sabato faceva gli straordinari e i soldi non mancavano. Ho sbagliato prima a chiamarlo Erode. Erode non porterebbe i bambini a vedere i Magi.
Mio padre in realtà è un povero cristo. La cattiveria gliel’ha messa addosso questo mondo di merda dove, dice lui, “non puoi fare un passo senza soldi in tasca”. E non è vero che lo odio, io non odio nessuno. Prima ho detto così perché avevo malissimo alle dita delle mani e dei piedi, per il freddo. Adesso invece non sento più niente, nemmeno la pipì. Magari me la sono fatta addosso, dovrei controllare, ma ho una nebbia biancastra nella testa che mi blocca i movimenti. Vedo le cose da lontano, dall’alto, e non mi dispiace.
Scommetto che il freddo mi sta uccidendo, forse mi ha già ucciso e a me non frega niente. In fondo non sarebbe affatto male andarmene così. Distante, insensibile. Tanto lo so: se campo, non combino niente di buono. Finisco come mio padre, a dannarmi l’anima per mantenere quattro figli. Perché non c’è posto per un’autrice di canzoni come me. Io posso solo lavorare per un’impresa di pulizie, tutta la vita (tutta la vita-tutta la vita). E allora...
A starci male più di tutti saranno i miei fratelli. Già adesso, ci scommetto, mi stanno aspettando con il naso incollato alla finestra e gli occhi pieni di sonno che succhiano il buio come sanguisughe.
Peccato.

Si spalanca la porta: toh, Due Denti. In compagnia di altri, tutti come lui: la compagnia dei Senza Denti. Va bene, chemmefrega. Qualsiasi cosa facciano, io ormai non sento niente.
Due mi piombano addosso, mi circondano con le braccia, mi stringono, si strusciano. Uno si leva il cappellaccio e me lo mette in testa. Sarà pieno di pidocchi ma non fiato, l'igiene non è più un mio problema, sto morendo.
I due mi stringono più forte, mi alitano addosso, uno da una parte uno dall’altra. Io sono una specie di ragazza-sandwich: le fette di pane sono due fagotti pulciosi. Puzzano di gomma bruciata. Stringono con la faccia triste e non mi fa paura. Una faccia triste non è mai cattiva. La cattiveria ci ha sempre il sorrisino.
D’un tratto, un gran baccano: sirene, luci, grida, porte che sbattono. Che cacchio sta succedendo?
I due Senza Denti non mi mollano, imperterriti continuano a soffiare e io non mi sento più tanto lontana. Sono come una foglia che il vento ha portato su, fino alle nubi, e adesso si sente cadere. Piano però, dolce.
Dietro i vetri della cabina vedo affacciarsi tre uomini: belli, alti, vestiti di bianco...(vuoi vedere che sono i re Magi?). Mi tastano le dita della mano, la fronte, il polso...e intanto parlano fra loro. Dicono cose su di me. Che sono ancora troppo giovane, troppo sana, troppo forte, e ce la posso fare eccome. Meglio di tanti altri, meglio di tutti gli altri.
Non me l'aveva mai detto nessuno.

Io sto proprio tornando, perché invento lì per lì due versi in rima (torneremo sui vostri cammelli/ ci chiameremo tutti fratelli ) e non ho più voglia di morire. Sarebbe un peccato, proprio adesso che ho la testa piena di canzoni. Prima o poi quella che mi fa fare il salto la scrivo.
Intanto Due Denti sta spiegando con parole inzuppate di saliva che lui sa come si scalda un uomo congelato senza rubare il caldo al cuore. Faceva l'infermiere prima di finire in strada.
Poi i tre Magi mi prendono, mi adagiano sopra una portantina e mi sollevano, infilandomi gloriosamente nella pancia calda di un cammello. Io ci entro, radiosa e unica come una principessa il giorno del suo quindicesimo compleanno. Intorno a me cori celesti e splendori vari.
Il cammello parte, una lunga imperiosa sirena. Mondo fermati, e voi genti, fatevi da parte: arriva la principessa...
E nel tripudio, fra gli osanna della notte incantata, io procedo sorridente e regale con un corteggio di puzzosi pidocchiosi senza denti, più coccolata di una gatta.