domenica 12 gennaio 2014


icona di Kiko Arguello

Levate via quella pietra

LAZZARO: "Quale pietra? Fra voi e me non c'è una pietra. Lo spessore che ci divide non è questo sasso; non è lo spazio sterminato delle galassie nè il folle galoppo dei millenni.
(...)
Dove io sono c'è il Padre. Non l'ho visto, egli è trasparente come un mare e noi immersi in lui come conchiglie. Ma incontrarlo è la fine della nostra guerra, abbagliante è stata la nostra riconciliazione. Non io ho chiesto perdono a lui delle colpe, non lui a me ha chiesto perdono della vita. Mistero che non potete sondare, egli ci ama anche dentro il male che abbiamo fatto, e noi lo amiamo anche per il castigo di vivere e gli portiamo gratitudine anche dei giorni trascorsi sulla terra".
(Luigi Santucci, Volete andarvene anche voi?, ed. Oscar Mondadori, 1969)

lunedì 6 gennaio 2014

Cacciata di casa - racconto


(pubblicato nella rivista "Atti impuri" - periodico letterario del collettivo Spara Jurij - numero 4)

L’una di notte. Caffè chiusi, stazione chiusa, gabinetti chiusi. Città chiusa.
Io sono l’ombra che striscia contro i muri di una via del centro.
Puzzano di cherosene e piscia i muri di Milano. Una mistura strana, a seconda della materia prima. Il cherosene è quello, non cambia. L’altro elemento invece varia. Tanto che ho già abbozzato un pezzo rapper che è una bomba: Piscia-di-cane-di- gatto-di-ratto. Piscia- di-ubriaco, piscia-di-inscimmiato. Piscia-di-matto, piscia-di-strafatto. Piscia-di-yankee-e-di-clandestino, pieno-di-birra-pieno-di-vino. Piscia.
Scappa anche a me, ma io non sono abituata a farla in giro, ci vorrà del tempo. Perché sono nuova della strada. Mi ha buttata fuori mio padre, prima di cena. Sette e tre quarti: l'ora della pastina.
Stamattina mi hanno licenziata, tre ritardi di fila nel periodo di prova. Alzarmi alle sei meno venti, l'avevo detto subito, non è nelle mie corde. Mio padre si è incazzato. Non ce la fa a tirare la carretta anche per me, ha gridato, e poi “Fuori, fuori!”. Io sono uscita sbattendo la porta, ma prima gli ho sbraitato che non si mettono al mondo i figli se poi non si sanno mantenere. Mia madre piangeva e il mio fratellino stava per corrermi dietro sulla scala. Io gli ho gridato di stare indietro, indietro. Fuori mio padre indietro io, me ne sono andata e basta. E anche adesso, che fa l’una e tredici, e l’insegna al neon della farmacia segna 8 gradi sotto zero, non voglio tornarci con quello. Il coniglio che sforna quattro figli nei tempi di grassa e dieci anni dopo non sa come sfamarli. Pezzente. Fallito. Io piuttosto faccio la barbona. Dormo sulle panchine, mangio alla mensa dei poveri, ma a casa non torno.
Solo non ci voleva questo freddo. Il freddo, si sa, preme sulla vescica e a Milano di notte non si piscia. Devo trovarmi un posto dove stare riparata, accoccolarmi un po’ e pensare ad altro. Immaginare, che è quello che so fare meglio. Mi vengono in mente certe canzoni...
Intanto sono sbucata su un viale, uno importante: corso Venezia. Di giorno è un via vai di macchine tram bici vespe passeggini...insomma, un casino. Ma di notte, così silenzioso e bianco di brina, è tutta un'altra cosa. Fa impressione.
Una cabina telefonica, ecco cosa mi serve. A quest’ora non chiama nessuno e le cabine sono piccole, accoglienti. Calde del fiato della gente che c’è entrata, ha chiamato, ha risposto, ha riso, ha pianto. Meglio se ha pianto, caccia più caldo.

La cabina l’ho trovata, non è accogliente come pensavo. La telefonia mobile ha fatto fuori il caldo delle cabine una volta per tutte. Nessuno ci ride e nessuno ci piange. Ma ormai, in questa città, nessuno ride e nessuno piange in generale.
A me però un filino da piangere adesso viene. Ho scordato la sciarpa a casa e nel vetro c'è un buco - la sassata di chi non sa cosa vuol dire dormire per strada. Il freddo ci fa fuori e dentro come una biscia e la mia giacca non ha il cappuccio. Gliel'ho tolto io, appena l'ho comprata. Il cappuccio non mi è mai piaciuto.
Questa notte mi sa che sarà dura. Del resto non l'ho mica programmata, è successo tutto troppo in fretta. Quando ti buttano fuori di casa non vai certo a cercare il cappuccio o la sciarpa.
Meglio non pensarci. Meglio alitarsi addosso, appoggiando bene la bocca sulle mani, sulle braccia, sulle spalle. A me l'ha insegnato mia madre, quando mi ero beccata la pleurite e non passava...avevo certi brividi. Lei infilava la testa sotto le coperte del mio letto e mi soffiava forte sulla nuca, per scaldarmi. Poi sulle vertebre, una per una fino all'ultima, in basso. Mi piaceva da morire. Anche il bacio che mi stampava sulla chiappa mi piaceva. Ridevo.
In fondo noi esseri umani non siamo differenti dalle bestie nelle stalle: stiamo caldi con il fiato. Se di diverso abbiamo l'anima spirituale, come diceva don Remo a catechismo, io ancora non lo so. Quando l'ho domandato a mio padre, lui ha fatto quel sorriso storto che già da piccola mi s'infilzava come un filo di ferro arrugginito nello stomaco. "Quell'anima lì" ha detto "ce l'hanno i ricchi. Ai poveri non serve. Loro lavorano per mangiare e per avere un tetto sulla testa". Cibo e tana, lo stesso che le bestie, no? Questa è la sua visione della vita.
Certo che una stalla è meglio di una cabina telefonica, a parte l’odore si sta caldi sul serio. Su Giuseppe e Maria, il bue, l'asinello, ci hanno fatto un sacco di storie, e invece a quel tempo era normale. Anche mia nonna di Lomello si rifugiava nella stalla quando fuori scendeva sotto zero. Calore animale gratis.
A Milano però non ci sono alternative alla cabina, soprattutto di notte, quando la città si chiude in cassaforte. Perciò io da qui non mi muovo e piuttosto di chiamare qualcuno mi lascio crepare. E poi il cellulare è scarico e non ho moneta per chiamare dal fisso. Ma soprattutto, voglio farla vedere a mio padre. Razza di Erode, assassino di sogni. In un’impresa di pulizia mi va a trovare lavoro, e le mie amiche se la scialano al professionale senza fare un cacchio.
Io ho una vena artistica che lui neanche la immagina. E se la immagina non la capisce. A me piace scrivere canzoni, ne scrivo una alla settimana, di ogni argomento e di ogni genere. Solo di politica non parlo, per il resto non manca proprio niente: la guerra, la droga, l’amore...
Le mie canzoni più belle parlano della vita. Di come scappa in fretta, senza che te ne accorgi. Alla fine rimani con tutti i sogni infranti e capisci che sei stata fregata. Come mia cugina Antonia, che è bella come una dea e sognava di fare l’attrice. Studiava al Dams, poi è rimasta incinta e si è sposata con uno di Belluno, geloso e attaccato ai soldi. Morale, ha perso il bambino e adesso è in cura al centro psichiatrico. Ha tutti i pezzi di sogno che le si muovono dentro. Tagliano, perché i sogni rotti sono duri, di vetro, e questo l’ho scritto nella canzone “Schegge di vetro”, la mia preferita.
Mia cugina ci piange quando la sente.

O cacchio, e questo chi è? Il fratello dark di Babbo Natale?.
“No che non apro.Vai da un’altra parte. Via, via”
Dice che non vuole entrare, solo darmi dei fogli di giornale. Io gli faccio segno di no con il dito. Lui però non molla e alla fine decido di prenderli - "Dopo però te ne vai...".
Socchiudo la porta della cabina e infilo la mano quel poco che basta ad afferrare i fogli, poi la ritiro di colpo e chiudo. Fatica inutile, il tipo è già sparito.
Meno male. Aveva un sorriso che era un antro di pipistrelli. Solo due denti, storti e neri. Sicuro era un barbone. Quando vivi per strada la prima cosa a partire sono i denti, l’ho letto su Scarp de' tenis. Mica puoi mica lavarli tre volte al giorno.
Però è strano. Mio padre i denti non se li lava mai eppure li ha ancora . Cosa frega ai denti dove vivi? Magari mio padre ha la dentiera. Non so, non ho confidenza con lui. Si chiama Vittorio, ha 59 anni e fa l’operaio in cassaintegrazione.
Comunque è deciso: la prima spesa da fare domani è uno spazzolino. Il sorriso è l’unica cosa a cui tengo. E’ bello, lo dicono tutti, mi illumina il viso. Anche i capelli non sono male: ramati, morbidi, lunghi fino alla vita. Un po’grassi però, conviene comprare lo shampoo. E un pacchetto di assorbenti igienici, quelli ci vogliono per forza. La ceretta me la devo scordare, mi scoccia un po' ma...
I fogli di giornale li ho sistemati bene e mi ci sono seduta sopra. La differenza in effetti si vede, anche se ormai ho le cosce gelate. Pensando a Due Denti mi viene un po’ di rimorso. Scusa Due Denti, mi spiace non averti detto grazie.
La prof. di italiano delle medie ce l’aveva spiegata la storia dei giornali. A New York e a Parigi ci sono un sacco di morti d’inverno fra i barboni, se vanno in sciopero i giornali. Loro li prendono dai cassonetti o dalle panchine dei parchi dove la gente li abbandona dopo averli letti, e poi li usano come isolante, anche sotto i piedi, quando stanno in fila davanti alla mensa. Ma se c’è sciopero, niente giornali e niente isolamento. Così tanti muoiono nel sonno. Quella specie di sonno che prende quando la temperatura del corpo scende troppo velocemente.

Forse la cabina non è stata una buona idea. Ci fa sempre più freddo. Per fortuna ho ancora l’accendino di quando fumavo.
Accendo. Solo qualche istante perché brucia le dita.
I pochi passanti sgusciano da un’ombra all’altra, alcuni hanno pacchi infiocchettati sotto il braccio. Facce azzurro cenere, senza vita, uomini o zombi non cambia. Gente che non ha più sogni.
Accendo ancora. Cerco di tenere la fiammella alta, meglio se mi ustiona, così non sento la pipì che preme. Tra una fiammella e l’altra faccio in tempo a leggere la data del giornale: Martedì, 5 gennaio. Me n'ero scordata, la notte dell'Epifania. La notte dei re Magi.
In famiglia sono io a mettere le loro statuine davanti alla capanna. Lo faccio tutti gli anni, il 5 gennaio, a mezzanotte in punto. I miei ai Magi mica ci pensano.
Invece, quand'ero piccola, mio padre mi portava apposta in Duomo per vederli. Sembravano veri. Altissimi sui cammelli, con le vesti ricche, i mantelli ricamati, il sorriso buono. Anche mio padre era buono. Non aveva ancora quattro figli e nella sua ditta c’era un sacco di lavoro. Al sabato faceva gli straordinari e i soldi non mancavano. Ho sbagliato prima a chiamarlo Erode. Erode non porterebbe i bambini a vedere i Magi.
Mio padre in realtà è un povero cristo. La cattiveria gliel’ha messa addosso questo mondo di merda dove, dice lui, “non puoi fare un passo senza soldi in tasca”. E non è vero che lo odio, io non odio nessuno. Prima ho detto così perché avevo malissimo alle dita delle mani e dei piedi, per il freddo. Adesso invece non sento più niente, nemmeno la pipì. Magari me la sono fatta addosso, dovrei controllare, ma ho una nebbia biancastra nella testa che mi blocca i movimenti. Vedo le cose da lontano, dall’alto, e non mi dispiace.
Scommetto che il freddo mi sta uccidendo, forse mi ha già ucciso e a me non frega niente. In fondo non sarebbe affatto male andarmene così. Distante, insensibile. Tanto lo so: se campo, non combino niente di buono. Finisco come mio padre, a dannarmi l’anima per mantenere quattro figli. Perché non c’è posto per un’autrice di canzoni come me. Io posso solo lavorare per un’impresa di pulizie, tutta la vita (tutta la vita-tutta la vita). E allora...
A starci male più di tutti saranno i miei fratelli. Già adesso, ci scommetto, mi stanno aspettando con il naso incollato alla finestra e gli occhi pieni di sonno che succhiano il buio come sanguisughe.
Peccato.

Si spalanca la porta: toh, Due Denti. In compagnia di altri, tutti come lui: la compagnia dei Senza Denti. Va bene, chemmefrega. Qualsiasi cosa facciano, io ormai non sento niente.
Due mi piombano addosso, mi circondano con le braccia, mi stringono, si strusciano. Uno si leva il cappellaccio e me lo mette in testa. Sarà pieno di pidocchi ma non fiato, l'igiene non è più un mio problema, sto morendo.
I due mi stringono più forte, mi alitano addosso, uno da una parte uno dall’altra. Io sono una specie di ragazza-sandwich: le fette di pane sono due fagotti pulciosi. Puzzano di gomma bruciata. Stringono con la faccia triste e non mi fa paura. Una faccia triste non è mai cattiva. La cattiveria ci ha sempre il sorrisino.
D’un tratto, un gran baccano: sirene, luci, grida, porte che sbattono. Che cacchio sta succedendo?
I due Senza Denti non mi mollano, imperterriti continuano a soffiare e io non mi sento più tanto lontana. Sono come una foglia che il vento ha portato su, fino alle nubi, e adesso si sente cadere. Piano però, dolce.
Dietro i vetri della cabina vedo affacciarsi tre uomini: belli, alti, vestiti di bianco...(vuoi vedere che sono i re Magi?). Mi tastano le dita della mano, la fronte, il polso...e intanto parlano fra loro. Dicono cose su di me. Che sono ancora troppo giovane, troppo sana, troppo forte, e ce la posso fare eccome. Meglio di tanti altri, meglio di tutti gli altri.
Non me l'aveva mai detto nessuno.

Io sto proprio tornando, perché invento lì per lì due versi in rima (torneremo sui vostri cammelli/ ci chiameremo tutti fratelli ) e non ho più voglia di morire. Sarebbe un peccato, proprio adesso che ho la testa piena di canzoni. Prima o poi quella che mi fa fare il salto la scrivo.
Intanto Due Denti sta spiegando con parole inzuppate di saliva che lui sa come si scalda un uomo congelato senza rubare il caldo al cuore. Faceva l'infermiere prima di finire in strada.
Poi i tre Magi mi prendono, mi adagiano sopra una portantina e mi sollevano, infilandomi gloriosamente nella pancia calda di un cammello. Io ci entro, radiosa e unica come una principessa il giorno del suo quindicesimo compleanno. Intorno a me cori celesti e splendori vari.
Il cammello parte, una lunga imperiosa sirena. Mondo fermati, e voi genti, fatevi da parte: arriva la principessa...
E nel tripudio, fra gli osanna della notte incantata, io procedo sorridente e regale con un corteggio di puzzosi pidocchiosi senza denti, più coccolata di una gatta.