lunedì 14 luglio 2014

Alessandro Zaccuri ricorda Valter


Nome al tavolo Blackjack è il
romanzo al quale Valter
Binaghi ha lavorato negli
ultimi mesi della sua vita. Un
libro sul mondo delle carte da gioco,
raccontato però dal versante nobile
della sfida esistenziale. Come, prima
di lui, avevano fatto Dostoevskij e
Landolfi, ma anche il Pupi Avati del
memorabile Regalo di Natale. In
quel momento, del resto, anche
Binaghi era impegnato in una
partita che richiedeva inventiva e
coraggio. Era la lotta contro la
malattia, un corpo a corpo di cui
parlava apertamente, con la
franchezza che è propria dei
cristiani. Il suo funerale fu,
coerentemente, una bellissima festa
cristiana, celebrata a Busto Garolfo,
alle porte di Milano, il 13 luglio del
2013: Binaghi era morto il giorno
prima, il giorno dopo avrebbe
compiuto 56 anni. Volendo, anche
una coincidenza come questa può
essere interpretata alla luce della
«conoscenza simbolica» alla quale
Binaghi ha dedicato un saggio lungo
e affascinante, consegnato in eredità
agli amici poco prima della morte.
Un’ultima conferma della generosità
e della complessità che lo avevano
sempre contraddistinto. Studioso di
filosofia e insegnante, Binaghi era
passato attraverso i furori degli anni
Settanta, rimediando qualche
cicatrice e, più che altro, maturando
la conversione che sta alla base di
tutta la sua opera e di cui aveva reso
conto in Dieci buoni motivi per
essere cattolici
(Laurana, 2011),
anomalo pamphlet composto a
quattro mani con Giulio Mozzi.
Come altri autori della sua
generazione, Binaghi aveva saputo
mettere il linguaggio della
“letteratura di genere” al servizio di
una visione drammatica e
culturalmente agguerritissima della
realtà. Così accade anche in Nome al
tavolo Blackjack
, la cui trama poggia
sulla leggenda – neanche troppo
leggendaria, lascia intendere l’autore
– dei “grandi tavoli”, i tornei segreti
nei quali i giocatori professionisti si
contendono vincite milionari. Il
Blackjack del titolo è uno di loro e il
“tavolo” al quale si trova a competere
mette in palio una posta altissima:
l’amore e la morte, la rielaborazione
del lutto e la ricerca della madre
perduta, la cui figura affiora per
frammenti, labili intuizioni, ricordi
sul punto di svanire. Il romanzo,
insomma, descrive un percorso
speculare rispetto a quello che resta
il capolavoro di Binaghi, I tre giorni
all’inferno di Enrico Bonetti cronista
padano
(Sironi, 2007), dove a
dominare era invece l’assenza e la
necessità del padre. Romanzo di
genere, anche quello, ma solo in
apparenza. Proprio come Nome al
tavolo Blackjack
, di cui parleremo
martedì prossimo, alle 21, presso il
Teatro dell’Opera del Casinò di
Sanremo con Marino Migliani e
Antonio Paolacci.

da Avvenire, 10/7/2014

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