lunedì 30 novembre 2015

Bianca Garavelli recensisce Sul dorso di un'oca

L'elogio dell'oca e di un gioco che fa riflettere sulla vita
di Bianca Garavelli
 

Se sapessimo di quale universo di leggende i bianchi pennuti sono onorati protagonisti, non guarderemmo più allo stesso modo le oche che ci capitasse di incontrare. A dispetto delle pessime qualità che sono state loro attribuite, fino a usarne il nome come sinonimo di dabbenaggine e pochezza intellettuale, sono creature molto più affascinanti e carismatiche di quanto non si creda. Tanto che, in molte culture antiche, erano il simbolo di una regalità che si fondeva con il divino, di un’innocenza primordiale, e di un’energia femminile intrisa di fecondità e saggezza. Per esempio, il volo dell’oca selvatica è al centro dell’esagramma “Il Progresso graduale” de I Ching, Il libro dei mutamenti, e nella riga culminante «le sue penne si possono adoperare per la sacra danza». In molte fiabe della tradizione occidentale, l’oca presta le sue ali potenti per i voli di ritorno dei protagonisti, come Hansel e Gretel dopo l’uccisione della strega. Si rivela così maestra nella difficile arte del ritorno, per cui spesso è necessario l’aiuto di una guida.
Ma l’oca non partecipa solo delle energie dell’aria: grazie alle solide zampe palmate, anche gli elementi dell’acqua e della terra le sono congeniali. Sa nuotare bene, e nel Medioevo il suo cammino goffo ma regolare spesso affianca quello sacro dei pellegrini. Addirittura secondo alcuni studiosi le conchiglie donate a chi ha compiuto il pellegrinaggio a Santiago di Compostela sono modellate sul suo piede palmato, capace di appoggiarsi solidamente al terreno, indicando la via iniziatica verso il cielo. E nel Museo archeologico dell’Antica Capua è raffigurato un cavallo che cavalca un’oca, a sua volta cavalcato da Artemide. L’energia femminile si allea con la potenza maschile, per sostenere la dea cacciatrice, sovrana di una forza primordiale che unisce l’umanità al cosmo.
Insomma, questi e molti altri casi nella fiaba e nel mito fanno pensare che, se esiste da tempo immemorabile un gioco ispirato a questo bianco volatile. è perché attinge a un universo di archetipi, vasto quanto le culture del pianeta che accomuna. Roberta Borsani, studiosa dell’immaginario della fiaba, in Sul dorso di un’oca. Il simbolismo iniziatico del Grande Gioco (Moretti&Vitali) ci offre un’analisi sorprendente, fondata su cultura poliedrica e ottima capacità comunicativa, delle sessantatre (o novanta, in alcuni casi) caselle di questo gioco antico. Caselle che rappresentano nel loro insieme il percorso della vita umana. Essendo per sua natura affidato al caso, grazie al lancio dei dadi, il gioco dell’oca induce a riflettere sulla nostra condizione, in cui ha un ruolo dominante ciò che sfugge al nostro controllo. Potrebbe quindi aiutarci a sviluppare la capacità di accettazione del destino e dei suoi imprevisti e una virtù ormai rara, la pazienza. Tutto fa pensare che non sia nato per puro intrattenimento. Le sue caselle contengono spunti per la riflessione e misteri: il ponte, simbolo di passaggio, crescita spirituale e rischio; la locanda, simbolo di trasformazione fisica, legata alle gioie del corpo; il pozzo, con il suo contenuto nascosto di acque sotterranee, simbolo dell’incontro iniziatico con le energie primordiali che innescano la vita. E il centro del tortuoso percorso, in cui si trova l’immagine degli sposi felici, simboleggia la meta del viaggio della vita stessa: il ritorno alla casa che è anche il punto di partenza, l’origine da cui tutto proviene, «la beata unità che si irradia nella molteplicità».

da "L'Avvenire", 15 novembre 2015

2 commenti:

  1. Risposte
    1. Grazie Bianca, la Sua recensione è stata una graditissima sorpresa.

      roberta

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